Preambolo: esiste un campionato interaziendale di softball che coinvolge le centrali nucleari del Paese dei Simpsons. La squadra della centrale di Springfield arriva in finale, e Mr. Burns pensa che i suoi dipendenti non siano in grado di chiudere i conti. Ha anche fatto una scommessa con il proprietario avversario della centrale di Shelbyville. Allora assolda diversi campioni di baseball come dipendenti della centrale nucleare, solo per giocare la finale. Burns parla con il suo segretario, Smithers. Le risposte di Smithers sono in corsivo.

- Smithers, è sbagliato imbrogliare allo scopo di vincere un milione di dollari?
- Si, signore.
- Riformulerò la domanda: è sbagliato imbrogliare allo scopo di vincere un milione di dollari?
- No, signore.
Ep. #8F13, stagione 3 (1991/92).
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Le tappe dello sport femminile si possono riassumere in grandi periodi (consiglio anche Aledda 2002 [link ->]):
1. Grecia arcaica e classica: atteggiamento ambivalente. Platone (Repubblica, 451d-457b [link ->] [link ->]) fa dire a Socrate che le donne guerriere devono praticare la ginnastica (letteralmente: “cosa che si fa da nudi” o da “poco vestiti”) tanto quanto gli uomini guerrieri, perché ci si deve basare sulla natura come attitudini e non sulla natura come sesso biologico. Sappiamo che a Sparta le donne si allenavano con gli uomini (e Sparta è un modello politico per diversi filosofi ateniesi, paradossalmente) almeno fino al matrimonio; evidentemente la ginnastica per le donne era un metodo per essere madri forti di figli forti. Ma ad Atene e in gran parte della Grecia erano escluse.
2. periodo cristiano: il cristianesimo è decisamente ostile alla ginnastica (lancia accuse - anche fondate - di volgarità, viziosità, omosessualità e persino pedofilia) perché la ginnastica è culto del corpo. Invece il cristianesimo usa la distinzione platonica tra reale e ideale per dare priorità allo spirito, l’unico regno non controllabile dalle legioni romane. Le donne vengono rigettate in posizione subordinata: sono veicolo del peccato, e in fondo è colpa di Eva se siamo finiti tutti in questa valle di lacrime; loro sono più corpo che spirito e quindi si possono decisamente scordare lo sport. Questo ammonimento varrebbe anche per gli uomini, ma fortunatamente questi sono attratti dal richiamo della palla (chi non lo subisce? Basta vedere un pallone e vien voglia di giocare), non ascoltano il parroco e così alcuni giochi sopravvivono durante tutto il Medioevo, e altri ne nascono che saranno poi aperti alle donne.
3. XVIII sec.: la rivoluzione industriale cambia il mondo. La vita si svolge in città e le condizioni igieniche scarse consigliano una pratica ginnica per ragioni di salute. Il passo verso lo sport è breve.
4. XIX sec.: anche le donne cominciano ad avere accesso allo sport. Sono inizialmente le appartenenti ai ceti elevati. Golf e tennis, assieme all’equitazione, sono gli sport d’elezione. Golf e tennis sono tra i primi sport olimpici femminili. Curioso il fatto che De Coubertin fosse contrario alla partecipazione femminile alle Olimpiadi. Peraltro stiamo arrivando anche agli anni delle suffragette, delle lotte per i diritti civili, alla prima affermazione del femminismo.
5. Il Novecento: Shari Dworkin e Leslie Heywood studiano la figura della donna atleta come modello per le giovani. La seconda ondata del femminismo (quella degli anni ‘60/’70) ha portato a diverse conquiste, per esempio all’approvazione (1972) del Title IX [link ->] dell’Education Amendment, negli USA; in base a questo emendamento della Costituzione, tutte le istituzioni finanziate anche o solo con fondi federali/statali devono garantire pari opportunità di accesso allo studio e allo sport per tutte le classi fino ad allora discriminate. La terza ondata è la presente: le giovani cominciano a vedere le atlete non più come “uomini mancati” ma come modelli anche di femminilità. Atlete come la Kournikova [link ->] o Marion Jones [link ->] che appaiono tanto sulle copertine di riviste di sport quanto su quelle di moda sono un portato della nuova cultura. Virtù e vizi del nuovo modello non mancano (per esempio, la Jones ha confessato [link ->] di essere stata una dopata). Secondo Dworkin e Heywood sono più le virtù.
Bibliografia: 
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Buono è sempre “buono di qualcosa”. Da solo non significa praticamente niente: “Buono!”. Si, ma buono cosa? Buono il panino che stai addentando? O il tempo sul giro del cavallo sul quale hai puntato gli ultimi risparmi? O la persona che aiuta in caso di bisogno? Buono cosa, insomma?
Chiarito il valore attributivo di “buono”, possiamo renderci conto che allora specifica un valore di paragone. Se definisco buono il panino che addento, è perché so, più o meno, come deve essere un panino buono. So com’è un panino, in genere, e posso quindi classificare un particolare panino come buono o cattivo paragonandolo alla mia conoscenza dei panini o dei cibi. Non si tratta di paragonarlo a un’idea assoluta come riteneva Platone, quanto piuttosto di paragonarlo a tutta la casistica di panini che ho assaggiato per poi decidere se sia buono o cattivo, se dal confronto esca bene o male. Ha ragione Aristotele, insomma.
Lo stesso per i valori morali: definire “buona” una persona si può fare perché conosciamo persone, abbiamo esperienza, possiamo fare un paragone. Di conseguenza possiamo pensare che non ci sia un valore assoluto (Aristotele alla fine ritiene che ci sia, ma noi ci possiamo fermare prima) di “buono”, ma che sia qualcosa da percepire per gradi e sempre migliorabile.
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“Buono” è un concetto chiave nella storia dell’etica. Anzi forse è il concetto più importante. Philippa Foot lo interpreta come attributivo, non predicativo. Cosa vuol dire?
A inizio Novecento G.E. Moore suggeriva che “buono” non avesse significati descrivibili. Sarebbe un predicato in sé, con il solo significato di “buono” e il solo sinonimo di “buono”. Come “giallo”. Una manna per gli emotivisti e per la bella società di inizio secolo.
La Foot invece, per recuperare un valore descrittivo al termine, quel valore che le permette di riproporre un’etica delle virtù (virtù è eccellenza, ed eccellenza è superlativo di bontà - bontà di qualcosa), potrebbe contrapporre allo svuotamento operato da Moore diverse teorie: per esempio il disegno intelligente (un argument from design fu proposto da Thomas Reid contro lo scetticismo di Hume) nelle versioni filosoficamente strutturate. Oppure la soluzione laica scelta dalla filosofa inglese, pur rifacendosi ad argomenti di filosofi cattolici come appunto Geach e sua moglie Elizabeth Anscombe: Peter Geach sostiene che “buono” non ha valore predicativo, quanto piuttosto attributivo. Serve per completare la definizione di un sostantivo: un buon amico, un buon giocatore, e così via.
Bibliografia: 
P.S. ho recensito questo libro per Recensioni Filosofiche [link ->]
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L’hockey su ghiaccio è uno sport che ha fama di essere decisamente violento, un sport da uomini duri. Uno studio del 1988 ha mostrato che il 70% degli infortuni derivavano dal gioco “sporco” o falloso, cioé 7 infortuni su 10 erano causati dalle botte degli altri giocatori. Peggio ancora, si è scoperto che non solo il gioco falloso veniva tollerato, ma addirittura insegnato. Si assisteva quindi a un consistente numero di abbandoni e presto il gioco sarebbe rimasto senza interpreti.
Dal 1988 la federazione del Quebec [link ->] in base al quale vengono assegnati punti supplementari nella classifica generale alle squadre che “si comportano bene”.
Franc Jeu fait également ressortir une nuance importante de la pratique du hockey : il s’agit d’un sport qui se joue avec intensité et qui exige des joueurs une implication physique assez grande ; néanmoins, ces aspects ne constituent pas une porte ouverte à l’intimidation et aux gestes dangereux. Ces débordements doivent être sanctionnés et bannis ; dans cette foulée, Franc Jeu jette un éclairage pertinent sur leur gravité.
ovvero (traduzione mia)
Franc Jeu mette in evidenza una sfumatura importante della pratica dell’hockey: si tratta di uno sport che si gioca con intensità e che esige dai giocatori uno sforzo fisico molto grande; tuttavia, questi aspetti non costituiscono una porta aperta all’intimidazione e ai gesti pericolosi. Queste deviazioni devono essere sanzionate e bandite; in quest’ottica, Franc Jeu fa luce chiaramente sulla loro gravità.
Dalla stagione 2003/04 i risultati hanno cominciato a essere importanti soprattutto a livello amatoriale. Quelle che chiamano “tavole di ottenimento” evidenziano come la percentuale di punti assegnati per il comportamento corretto sono aumentate di anno in anno, ma il dato di più facile lettura è quello dei numeri di falli commessi per partita: si passa dai 6.06 del 2003 ai 5.85 del 2004 ai 5.79 del 2005. L’hockey femminile è meno violento.
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