Uno dei cardini della filosofia della competizione è senza dubbio il concetto di eccellenza. Una definizione da dizionario [link ->]: qualità molto elevata, superiorità.
Ma la definizione non risolve completamente il senso che si può attribuire alla parola. Non comprende il percorso per arrivarci, per esempio. Ritengo che il concetto non possa essere compreso senza fare riferimento al percorso per raggiungere l’eccellenza, per un semplice motivo: l’eccellenza è virtualmente irraggiungibile.
Questo significa che è un progetto ideale, un metro che costruiamo in base al dato contingente, e che il nostro risultato eccellente è provare a raggiungere l’eccellenza. Un destino di fallimento, paradossale: posso definire eccellente un percorso che non raggiunge l’eccellenza.
Per capire meglio cosa intendo, si può pensare ai giochi “logici” dei bambini: un bambino dice all’altro «sei uno stupido all’infinito!» e l’altro risponde «e tu all’infinito+1!». Quel +1 manifesta la possibilità di andare oltre al limite che si conosce. Una possibilità illogica, irreale - ma se la possiamo dire… Quindi, il massimo dell’eccellenza non esiste: si può sempre misurare un risultato e aggiungere un +1. In questo senso è un progetto ideale che costruiamo partendo dai dati contingenti: il record dei 100 metri si può abbassare, si può scalare una montagna più in fretta, si può scendere in apnea più in profondità - qualunque record, almeno in teoria, è migliorabile; ogni record è solo una momentanea eccellenza (per ora non si può fare meglio), ma è la base su cui immaginare l’eccellenza successiva (+1!)
