Tiger Woods discrimina
Lawrence Hinman, dell’Università di San Diego, indaga su alcune dichiarazioni di Tiger Woods [link ->], il campione di golf.
Il punto in questione è l’accesso allo sport delle classi sociali meno avvantaggiate (come direbbe Rawls). Nel 2002 a Woods venne chiesto cosa pensava della politica del club privato Augusta National Golf Club, che non accettava iscrizioni di donne. In due diverse interviste rispose:
Sarebbe bello che tutti avessero le stesse possibilità di partecipare, ma non ci si può fare niente
e
Mi piacerebbe vedere una socia donna? Si. Ma c’è il diritto dei club privati di mettere le regole che vogliono.
La questione, ci fa notare Hinman, è piuttosto complicata per il fatto che Wood stesso è membro di una minoranza discriminata: non solo è nero, è figlio di una coppia mista afro-americana e thai. Come mai allora non si schiera apertamente contro una discriminazione? I soldi gli hanno dato alla testa? I ricchi sono tutti dello stesso colore (verde) e sono tutti maschi?
In seguito Woods ha cercato di correggere il tiro: la sua Fondazione Woods aiuta i giovani delle classi sociali discriminate attraverso lo sport, il golf in questo caso. E, come ha tenuto a dire, non è che solo perché uno è famoso deve per forza ergersi a campione di tutte le cause. Lui ha scelto le sue, non ha tempo per tutti.
Il problema è duplice: Woods, come parecchi sportivi, ritiene che lo sport sia “roba da maschi”? E: un campione sportivo ha un obbligo morale di diventare anche un campione delle cause giuste?
La prima domanda ha una sfumatura curiosa: il golf è uno dei primi sport olimpici femminili (l’altro è il tennis). Il golf e il tennis sono “sport da femmine” tra fine ‘800 e primi del ‘900. Si sviluppano come sport femminili. Woods, campione di golf, e l’Augusta National Golf Club adesso vogliono escludere le donne. L’Augusta Club è privato: può permettersi di selezionare le iscrizioni? La risposta è ardua: l’Augusta eccetera non è solo privato, ma ospita le Master Series che hanno una enorme ricaduta mediatica e non solo, a livello internazionale. Ha una faccia pubblica da mostrare.
La seconda domanda è ancora peggio: un campione è tale non solo se vince tutto, ma se è riconosciuto come campione dal suo pubblico. I tifosi scelgono un campione che serve un po’ da idolo, modello, e che aiuti a sentirsi felici. Per questo, un campione riceve uno status e tutti gli annessi e connessi (fama e ricchezza). Non dovrebbe offrire qualcosa di più in cambio? Se diventa un eroe, non dovrebbe difendere le cause meritevoli? Gli eroi difendono tutte le cause meritevoli. O no?