Stretta di mano
La scorsa settimana è sembrato che il mondo del calcio si fosse mosso contro la violenza che provoca: i giocatori della Fiorentina, sconfitti, avevano atteso i rivali dell’Inter all’uscita dal campo, verso gli spogliatoi, per stringere loro la mano. Come a dire, fine delle ostilità. L’evento ha conquistato titoli e spazi sui media; che peraltro hanno mostrato una discreta ignoranza chiamando il gesto “terzo tempo”, come quello del rugby. Ci sono voluti tre o quattro giorni perché finalmente un giornalista in tv dicesse che il “terzo tempo” è cosa ben diversa, non è solo salutare e stringere la mano.
Le squadre di calcio si sono poi viste recapitare un’ordine: dalla prima partita dopo le feste natalizie [link ->], tutti i padroni di casa aspettino gli ospiti all’uscita, non per menarli come al solito, ma per stringere la mano come hanno fatto quelli della Fiorentina. Un gesto cavalleresco è diventato una regola.
La sciocchezza ha una doppia faccia: in primo luogo, è piuttosto evidente che il mondo del calcio è in crisi economica perché nessuno va più allo stadio; ci vanno solo i violenti, che essendo tifo organizzato hanno sconti e regali da parte delle società (regali che pagano anche i non tifosi, grazie alle leggi “spalma-debiti” di un presidente di squadra di calcio-presidente del Consiglio). Quindi la mossa è un piano di marketing per far vedere che il mondo del calcio è bello, onesto, leale, cavalleresco, gonfio di fair play. In secondo luogo, è piuttosto difficile ritenere la stretta di mano ancora qualcosa di significativo, se è imposta per regolamento; nel caso non avvenisse questo rito, le società sarebbero sanzionate? I giocatori ammoniti? Espulsi (a partita finita, aggiungendo altro ridicolo)?
Un gesto morale è libero per definizione: è un atto di scelta, di volontà. Se la volontà è coatta non è più un gesto morale. Al limite è un gesto politico.