Fino ad allora

Feb 4, 2008

Da qualche giorno una nuova pubblicità mostra calciatori famosi al soldo di una nota azienda che produce abbigliamento sportivo. La particolarità di questa campagna sta nell’aver trasformato i calciatori in esseri bionici: metà umani e metà, le gambe, robotici [link ->]. Il fulcro del messaggio pubblicitario è la trasformazione dell’atleta in essere tecnologicamente modificato adattato per compiere gesti specifici. I punti discutibili sono appunto la esagerata specificità a cui verrebbe costretto l’individuo così modificato, e la sportività di tale modifica. Punto primo: se a Pinco Pallino, famoso calciatore, vengono asportate le gambe che ha dalla nascita e impiantate quelle meccaniche, avrà un vantaggio sul campo in termini di resistenza, potenza e stabilità. Ma queste gambe sono piuttosto ingombranti, difficili da gestire (sul sito indicato poco fa ci sono anche prodotti che andranno utilizzati con queste estremità, come lubrificanti e solette speciali) e meno polivalenti delle gambe normali. Non riesco a immaginare, per esempio, un androide con tali appendici che si arrampica su un albero. Può solo fare ciò per cui quegli attrezzi sono stati progettati. Una vita piuttosto grama, a ben pensarci: che noia, soprattutto una volta finita la carriera sportiva quando non ci si può “riciclare” in altri impegni.

Il secondo punto è la liceità da un punto di vista sportivo di un simile vantaggio. Diventa doping? Si tratta di un vantaggio illecito? Dipende. Nell’articolo che ho segnalato qualche giorno fa [link interno ->] appuntavo che oggi le tecnologie sportive non sono da considerare vero doping, come quello farmacologico per esempio, perché la tecnica per lo sport (scarpe, abbigliamento, attrezzi per allenarsi) non è un mezzo per superare un limite “artificialmente”, ma un mezzo per sviluppare capacità già presenti: la tecnica viene dopo il miglioramento delle potenzialità dell’atleta, e serve solo per farle venire fuori. Ma le gambe della pubblicità in questione non sono un mezzo per sviluppare capacità già presenti, bensì un cambiamento radicale che genera un rapporto nuovo tra l’atleta e lo sport: a “comandare” non è più il campione che vuole sfidarsi, ma la brama di vittoria, l’ambizione smodata, tanta da rinunciare a un pezzo considerevole di se stessi per ottenere - cosa? Una coppa? Soldi?

Questa non è sportività; è stupidità.

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