Post omerico

Mar 4, 2008

Dal momento che diversi visitatori del blog arrivano grazie a una ricerca sull’Iliade, approfitto dell’occasione per parlare un po’ anche del testo che ha ispirato il titolo di questo spazio in rete.

Ricordo che al liceo (classico), una quindicina d’anni fa, a lezione di “epica” si parlava appunto della questione omerica. Si concionava attorno all’etimo del nome dell’aedo, Omero appunto. Il prof riportò la nozione comune: Omero da o mé orón, il non vedente. Omero era cieco, e come vari ciechi dell’antichità era detto avere però occhi che vedevano più profondamente di quelli “normali”. Io, che a lezione seguivo e non seguivo, stavo spulciando il Rocci - il famoso/famigerato dizionario greco-italiano - e mettevo insieme parole su parole. E tentai una mia interpretazione: “Prof, ma non è che può derivare da omerein, essere prigioniero?”. La risposta fu breve: “No”. Ovviamente, come può uno sbarbatello alle prime armi col greco beccare qualcosa di giusto? Omero è un cieco, non un prigioniero. Inutile tentare analisi storiche sulla situazione delle colonie ioniche, sulla costa anatolica, con vicini potenti e bellicosi.

Recentemente ho però acquistato e letto I Dialoghi di Aristotele, e nei frammenti del dialogo sui poeti ho trovato questo:

Aristotele nel terzo libro sulla poetica afferma che nell’isola di Ios, nel tempo in cui Neleo, figlio di Codro, guidava la colonizzazione della Ionia, una tale fanciulla degli abitanti di quella terra, divenuta gravida a opera di uno dei demoni che danzavano con le Muse, essendosi vergognata di ciò che era capitato per la massa del ventre, andò in un luogo chiamato Egina. Ma dei pirati che erano accorsi in quel luogo fecero schiava la predetta e, condottala a Smirne, che allora era sotto i Lidi, la cedettero con compiacenza al re dei Lidi che era loro amico, di nome Meone. E costui, innamoratosi della fanciulla a causa della sua bellezza, la sposò. E avvenne che costei, che trascorreva la vita presso il Melete e fu presa dalle doglie, partorisse Omero sulle rive del fiume. Omero che Meone, dopo averlo accolto, allevò come se fosse proprio, dal momento che Criteide era morta subito dopo il parto. Ma quando i Lidi furono sottomessi dagli Eoli e giudicarono bene abbandonare Smirne, poiché annunziarono che chi voleva seguire i capi uscisse dalla città, Omero, che era ancora un bambino, disse che anch’egli voleva essere ostaggio (omerein). Da qui, invece di Melesigene, fu chiamato Omero.

(Aristotele, I Dialoghi, a cura di M. Zanatta, BUR 2008. Sui Poeti, Fr. 8, Ps.-Plutarco, Vita Homeri, 3-4. pp. 541-43).

La madre di Omero rimase incinta a una festa con canti e balli e sballi, fuggì perché svergognata, fu rapita dai pirati, sposata da un re che accettò come suo un figlio di padre ignoto. Il suo (di lei) nuovo popolo viene sottomesso da un popolo molto basso e ventoso (gli Eoli), ma suo figlio Melesigene dice che preferisce stare ostaggio dei nani piuttosto che cambiare casa al seguito del padre non naturale (che l’abbia scoperto?). E visto che essere ostaggio si dice omerein, Melesigene viene chiamato “colui che resta ostaggio”, cioè Omero.

Avevo ragione io, quindici anni fa.

Bibliografia: Immagine di I dialoghi Immagine di Iliade

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