Contro la perfezione
Nigel Warburton ha intervistato Michael Sandel [link ->] per Ethics Bites. Il tema sono le posizioni che Sandel espone nel suo testo The Case Against Perfection (Belknap Press, 2007): posizioni preoccupate per le possibilità che si aprono con la ricerca genetica.
L’argomento ha un forte appeal per chi si occupa di sport, per alcuni semplici motivi: innanzitutto, lo sport oggi è un business di proporzioni enormi. Non c’è alcun dubbio che sia l’attività che coinvolge la maggior quantità di persone, sia come praticanti (professionisti, amatori, dilettanti) sia come spettatori, sia come lavoratori dell’indotto (per esempio, aziende di abbigliamento sportivo, o agenzie di scommesse). Chi investe nello sport lo fa, come in qualsiasi affare, per ricavare utili. Se questi investitori avranno la possibilità di creare da zero i loro campioni non si tireranno certo indietro.
Non lo faranno nemmeno gli sportivi, o i genitori dei futuri sportivi: un contratto di un campione sportivo vale milioni, la concorrenza è già spietata adesso, e se non ci sono mezzi per impedire il normale doping non ce ne saranno nemmeno per impedire quello genetico. Tanto più che in un modo sottile già oggi si fa selezione genetica: gli osservatori delle squadre viaggiano di continuo per cercare piccoli campioni in erba, basandosi sull’assunto implicito che ci sono ragazzini/e con un “talento naturale”. Questo talento naturale non è altro che l’espressione di potenzialità scritte nei geni: per esempio, un bambino più coordinato, una bambina più agile, che avranno meno difficoltà e più risultati imparando in seguito la tecnica.
Di fatto, la ricerca sarà un grande aiuto per combattere malattie gravissime. Mettere ostacoli su questa strada è un atto criminale e disumano che non dovremmo accettare in silenzio. Dovremmo (giusto per completezza) magari evitare di far soffrire gli animali usandoli come cavie. Ma la posizione allarmata che spopola contro questo tipo di ricerca non si basa su questo: l’accusa è la solita, il vecchio “voi giocate a essere dio”. Un affronto, un crimine di lesa maestà. Ovviamente non è un’obiezione con solide basi. L’eugenetica fa paura. A mio parere, la paura è invidia di ciò che non potremo essere fisicamente - e sorge persino il paradosso che chi si scaglia contro le pratiche eugenetiche lo fa da un punto di vista spirituale ma in realtà vorrebbe un supercorpo.
Sicuro, c’è moltissima strada da fare. Non bisogna però credere che si creeranno cloni in serie. Prendiamo lo sport: non avrebbe senso clonare un Wilt Chamberlain, perché i giocatori di basket di oggi sono già meglio di lui, fisicamente. Un clone di Chamberlain non servirebbe a niente. Non bisogna nemmeno credere che sia così facile creare cloni: noi umani abbiamo 25-30 mila geni, ma mica tutti partecipano nella formazione del nostro corpo. Alcuni sono attivi, altri no. Bisogna trovare quelli attivi, bisogna capire come si attivano, e magari perché (stimoli esterni? Caso? Eredità?). Infine è il caso di smettere di pensare che i ricercatori siano pazzi: non vorranno ridurre la diversità, perché la riduzione della diversità è il rischio maggiore che corre la vita, e chiunque con un minimo di informazione scientifica lo sa.
Da un punto di vista sportivo le cose si complicano: nel momento in cui la manipolazione genetica sarà pratica comune (e si eviteranno nascite sventurate, nel senso che sarà possibile “correggere” in anticipo errori genetici nei nascituri ed evitare loro vite d’inferno devastate da malattie), anche gli sportivi potranno accedere a questa tecnica e ne avranno diritto per il loro status di cittadini, uguali agli altri. Si teme, anche qui, che la manipolazione verrà impiegata per dare agli sportivi capacità più ampie, non naturali. Tralasciando il fatto che, se si attivano certi geni piuttosto che altri, o maggiormente alcuni geni - diciamo quelli che danno forma ai muscoli -, non si fa niente di esterno alla natura del corpo, il problema riveste comunque una valenza etica: i successi ottenuti in questo modo avranno lo stesso valore?
Scenario futuro: tutti sani, per fortuna. Magari emigrati su Marte, avendo distrutto la Terra, ma sani. Superuomini. E gli sportivi di più. Ci sarà comunque un pubblico agli spettacoli, ci saranno nuovi sport. Lo sportivo saprà ancora fare cose che l’uomo comune non sa fare: infatti l’uomo comune va a vedere lo sport per provare un piacere che non può procurarsi giocando in prima persona. Io gioco a basket e mi piace il basket, mi piace giocare; e anche se non sono fisicamente in grado di fare quello che fanno Kobe Bryant o Dwight Howard, mi piace vedere le loro giocate. Questo rapporto tra sportivo amatore e sportivo professionista si manterrà anche in futuro.
Da un punto di vista morale ci sarebbe solo, a mio avviso, una obiezione: la felicità che proviamo nello sport (come in genere nelle attività) proviene dall’impegno personale. Nel momento in cui le difficoltà sono superate facilmente grazie ad aiuti esterni, sarà più difficile provare felicità. Si dovranno cercare ostacoli sempre più elevati e ardui, altrimenti si rischia la depressione per una vita troppo piatta, troppo facile. In breve, rimarrà la differenza tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere, e il nostro impegno etico (l’impegno che mettiamo nel vivere) sarà lo stesso, a patto che non si superino di slancio gli obiettivi limite rischiando di non trovarne altri. Detto semplicemente, non bisogna fermarsi, ma andarci comunque cauti.
Bonus: Dwight Howard -Superman, All Star Game NBA, 2008
Contro la perfezione | Kobe Bryant
March 15th, 2008 at 2:43 #
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