L’opzione boicottaggio
Pietro Mennea rifiuta l’idea del boicottaggio delle Olimpiadi di Pechino. Sostiene che gli unici a pagare sarebbero gli atleti, che si preparano per quattro anni all’evento e con questo tipo di protesta perderebbero la visibilità. Diversi atleti la pensano come l’ex-olimpionico.
Jean-François Juilliard, di Reporters sans frontières, ha manifestato con una bandiera olimpica particolare, dove al posto dei cinque cerchi ci sono delle manette, all’accensione della fiaccola a Olimpia [link ->]. Lui, come molti altri, chiede che il Comitato Olimpico revochi la decisione dell’assegnazione alla Cina dei Giochi. La Cina li userebbe come un qualsiasi mezzo di propaganda, mostrando solo quello che va bene al governo e nascondendo le violazioni ai diritti umani che avvengono quotidianamente.
C’è un precedente: le Olimpiadi che avrebbero dovuto avere luogo a Roma si svolsero a Londra nel 1908, a causa di grosse carenze organizzative italiane (in cent’anni, qui, è cambiato tutto…). Lo spostamento non avvenne a ridosso dei Giochi, come invece si richiederebbe adesso. C’è un altro elemento di diversità: i Giochi di oggi sono una colossale macchina che produce denaro, a cui nessuno vuole rinunciare. I puristi almeno in questo hanno ragione: gli originari ideali sono traditi.
Gli atleti pagano in termini di visibilità se non partecipano? E cosa dire allora dell’immagine che si fanno se invece partecipano? Lo stesso CIO all’assegnazione aveva chiesto al governo cinese di fare grossi passi avanti in tema di rispetto dei diritti umani, condizione per poter ospitare le Olimpiadi. Parole al vento.
Sarebbe ora di smettere di ritenere lo sport come un mondo separato: lo stesso Rogge, a capo del CIO, ripete che la sua organizzazione si occupa solo di sport e non di politica. Ma lo sport non è un mondo piccolo diviso dal mondo grande: i vantaggi di cui gli sportivi godono, li riscuotono nel mondo grande (ricordo un’intervista a Vucjnic, attaccante della Roma, in cui diceva che “la vera casta sono i campioni sportivi: hanno tanti vantaggi, saltano le code etc”). Fama e ricchezza non sono beni interni, esclusivi della pratica sportiva. Non sono nemmeno il fine della pratica sportiva. Quindi, per coerenza, accettando di immischiarsi con questi beni esterni, il mondo “esterno” dovrebbe interessare anche per le questioni politiche o morali.