Aurelio Arteta:

La presunta moral de la identitad (…) se pone al servicio de un yo prepotente cuyo más acariciado objetivo es permanecer inalterable. A esta extraña moral hoy tan de moda, cuyo primer y único mandamiento dice “sé el que eres”, le conviene - observa Sánchez Ferlosio con desenfado - el sobrenome de moral de pedo. Y es que en ella, a la hora de determinar lo que uno debe ser, “juega un resorte de discernimiento idéntico al que hace a las personas complacerse con el aroma de los proprios vientos y sentir repugnancia ante el hedor de los que soplan desde un culo ajeno”… 1

Tradotto:

La cosidetta morale dell’identità (…) si mette al servizio di un io prepotente il cui più desiderato obiettivo è rimanere immutabile. A questa strana morale oggi tanto di moda, il cui primo e unico comandamento è “sii quel che sei”, conviene - come nota Sánchez Ferlosio con disinvoltura - il soprannome di morale del peto. Perché in essa, quando si tratta di determinare quello che uno deve essere, “scatta una molla di discernimento identica a quella che fa in modo che le persone si compiacciano dei propri venti e sentano disgusto per il fetore di quelli che soffiano dal culo di qualcun altro”…

Bibliografia: Immagine di LA VIRTUD EN LA MIRADA

  1. Aurelio Arteta, La virtud en la mirada, Pre-Textos, Valencia, 2002. p. 41

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Un paradiso abitato da diavoli era la descrizione che si dava del Mezzogiorno italiano in età moderna. Brigantaggio e sciatteria erano i motivi dell’accusa. Ne parlò anche Benedetto Croce - per provare a confutare la posizione e a spronare i suoi concittadini. Il detto si può estendere all’Italia intera, paradiso dei free riders. La cifra dell’italiano medio è fregare il prossimo, trovare la scappatoia, ingegnarsi per non sostenere i costi della comunità. Per alcuni questi sono i pregi del carattere italiano, il sapersela cavare, la furbizia. Per me non lo sono, si tratta di odiose e vergognose inclinazioni da parassiti che tutti gli stati civili hanno fatto in modo di estirpare, con l’educazione.

Pistolotto retorico esterofilo a parte, la definizione potrebbe ben applicarsi anche allo sport. Lo sport è un luogo di piacere, ma gli atteggiamenti da free rider rovinano tutto. Secondo l’etica propria dello sport, il rispetto degli avversari è imprescindibile: nel momento in cui prendo in giro chi compete con me, mi metto fuori dall’etica sportiva. Ho in mente i tuffi dei calciatori, guarda caso un vizio che si impara in Italia. Buttarsi a terra in area per ottenere un rigore è una furbata, ma non è competizione. Per il semplice motivo che è sleale, non trasparente, e causa direttamente un danno. Di nuovo, un’odiosa e vergognosa inclinazione che le comunità civili hanno fatto in modo di estirpare con l’educazione.

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La montagna che cammina, per i pochi (spero) che non lo sanno, era Primo Carnera.

Campione mondiale dei pesi massimi nel 1933, spodestato nel 1934 da Max Baer, riciclatosi nella lotta libera-catch e nel cinema. Primo Carnera è a tutti gli effetti un mito moderno. Martedi prossimo, 22 aprile 2008, al Madison Square Garden verrà proiettata un’anteprima del film “The Walking Mountain” [link ->] di Renzo Martinelli. Un film italiano con cast e aspirazioni internazionali, recitato in inglese proprio per la distribuzione.

Perché Carnera affascina ancora oggi?

Nel 2001 Davide Toffolo disegnò un fumetto, intitolato proprio Carnera. La montagna che cammina, in cui raccontava per immagini il percorso dal paesino alle stelle, da Sequals al titolo mondiale contro Sharkey. Vediamo Carnera passare per fame dall’Italia alla Francia, dove prima fa il falegname e poi il gigante del circo, e infine approda alla boxe. E i suoi pugni pesanti cominciano a diventare famosi. La sua stazza non fa paura, ma suscita un sentimento di simpatia tra la gente: è il gigante buono, l’eroe che aiuta tutti e vuol bene a tutti. Nella presentazione di Toffolo c’è un passaggio che contribuisce a chiarire i motivi del fascino della figura del campione:

Carnera era un moderno Golia, un maciste, amato dalla gente innamorata del suo spettacolare fisico e del sorriso generoso di eroe buono (…). Per immaginare una scrittura che sostenesse questa idea sono partito, come sempre mi succede da qualcosa a me familiare, l’amore che mio nonno Giovanni, quasi coetaneo del campione, portava per Carnera, come lui accompagnato nel suo percorso esistenziale da una moralità semplice, dove il forte coincide con il buono e il buono con il giusto. 1

Carnera è simbolo di forza, ma soprattutto di forza di volontà e pulizia. Ha tutte le qualità che si cercano in un eroe popolare. A fine 2003 si poteva trovare in allegato alla Gazzetta dello Sport un’edizione speciale intitolata Io, Primo Carnera. Il manoscritto ritrovato: si tratta di una specie di breve autobiografia, redatta da Carnera a fine anni ‘40 presumibilmente, in cui è lo stesso pugile a raccontare la sua vita. Dalle pagine emerge il carattere buono e un po’ naif del gigante friulano, che affronta il mondo e alla fine torna alla tranquillità del suo paesino. Insomma, è una bella storia.

Consigliatissimi:
- Io, Primo Carnera, supplemento alla Gazzetta dello Sport, 12 settembre 2003.
- Carnera. La montagna che cammina, Edizioni Biblioteca dell’immagine, 2001.

  1. Davide Toffolo, Carnera. La montagna che cammina, Edizioni Biblioteca dell’immagine, Pordenone. p. 8

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Flow and Happiness

Apr 17, 2008

Mihaly Csikszentmihalyi (according to the professor himself, you should pronounce his name “chicks-send-me-high” [link ->]) identified a particular state of mind he called flow: in this state a person loses all the normal links to time and space and lives the activity he/she’s involved in without obstacles. Salvatore Natoli describes happiness in the same way.

Flow
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Jan Boxill believes that happiness is generated by unalienated activities, or activities done for nothing else than the activity itself. Sports are the most common unalienated activities: you play some sport just for the sport, and you feel happy playing. No more. Happiness, eudaimonia, can be reached practicing sports. But champions can go further: players can say they are “in the zone” when everything flows easily, and no obstacles tend to stop their actions. The zone is a state of mind, very close to perfect happiness: no time boundaries, your body is you entirely, you can overcome all obstacles and feel your power and full capabilities. You make things happen, but there’s no distinction between you and the game, so at the same time things happens without a particular cause. A sort of nirvana.

Phil Jackson, in fact, uses zen buddhism to teach his pupils (they’re not just players) a particular point of view about basketball. And a famous brand still uses a motto everybody knows: “just do it”. A suggestion to forget overthinking and let your body (yourself) play. That’s happiness, that’s the flow.

Bibliography:

  1. Mihaly Csikszentmihalyi, Flow: the Psychology of Optimal Experience, Harper Perennial, 1991.
  2. Salvatore Natoli, Felicità. Saggio di teoria degli affetti, Feltrinelli, 1994.
  3. Jan Boxill, Sport Ethics, Blackwell Publishing, 2003.

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Osservare gli sport nell’ambito della società permette di notare che spesso raccontano la società in cui sono praticati. Sono uno strumento sociologico.

Il cuore dentro alle scarpe
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Per esempio, in Europa il calcio è lo sport più praticato. Del calcio si può notare subito la scarsezza delle segnature: i punteggi sono bassi, si fanno pochi goals. Strano, visto che il goal è il fine dello sport calcio. Ma pensiamo ai suoi natali: l’Europa, in specifico l’Italia, medievale. Il “calcio fiorentino” in cui squadre foltissime si affrontavano in una guerra simulata - ma neanche troppo finta, visto che ci si faceva seriamente male. Una società che viveva la guerra e particolarmente l’assedio. Il calcio è assedio, una cosa macchinosa, lenta e con pochi risultati tranne il farsi tutti del male. D’altro canto, il primo comandamento del calcio è “non prenderle”.

Contrariamente, gli sport americani hanno uno spirito diverso, sono sostenuti dall’impeto di conquista e di confronto diretto, personale.

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Il baseball rappresenta, si dice, l’epopea della conquista del West, a tappe (prima base, seconda e terza) fino all’altro Oceano (casa base), con fatica.

USA 125
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Il football è militaresco, rude, inquadrato; le squadre hanno staff giganteschi, le tattiche sono studiate lungamente e tenute segretissime - un altro parallelo della guerra.

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Il basket è ancora diverso: nato per tenere in forma divertendosi i giovani universitari durante l’inverno, si svolge in spazi piccoli (rispetto agli altri sports) e con pochi giocatori: prevale l’iniziativa, la creatività, l’attacco. Molti punti. Rappresenterebbe la società più attiva, quei tycoons americani che si creano imperi dal nulla contando su pochi fidati alleati. Ma dati gli spazi ristretti favorisce il lavoro della difesa, per cui si rende necessario che il “campione” sappia passare la palla: contano l’individuo e la squadra, che è un’idea democratica.

In genere, si può dire che gli sport raccontano la società, e che in società accettiamo degli sport valutandoli in base ai canoni etici della società stessa. Oggi non accetteremmo giochi gladiatori, ma neanche quel gioco afgano simile al polo ma con un cadavere di capra al posto della palla.

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