Ho sempre un po’ invidiato ai matematici-logici il comic online xkcd [link ->]. Certo c’è una buona dose di umorismo da ingegneri, ma ho un fratello ingegnere e ne conosco alcuni, quindi riesco anche a capire.
Però adesso anche noi “filosofi” abbiamo un fumetto tutto per noi, Principia Comica [link ->] di Rima Basu:
“The attendence at Philosophy Conferences is directly proportionate to the amount of free food provided.”
Oscar Nielson (…). Il suo è un caso di sfida al buon senso: il suo modo di boxare, di rara semplicità, consisteva nell’incassare tutti i colpi senza batter ciglio, per poi, quando l’avversario aveva scaricato tutte le energie, colpirlo a sua volta. Più che un pugile era un’incudine inalterabile, se si eccettua il fatto che era diventato completamente sordo e aveva le orecchie tutte lacere per i colpi subiti. A parte questo, godeva di buona salute, e quando capiva ciò che gli veniva detto rispondeva in modo intelligente. Naturalmente occorreva dargli una pacca sulla spalla per fargli intendere che il round era finito o iniziava. 1
Un tipo così, che si fa pestare come un tamburo e non si capisce come riesce a stare in piedi, figurarsi poi vincere:
“The Homer they fall”, The Simpsons, ep. #4F03 (stagione 8, 1996-97)
Alexis Philonenko, Storia della boxe, il nuovo melangolo, Genova, 1997. p. 155. ↩
Ci sono un prete cattolico, un pastore valdese, un rabbino ebreo, un imam musulmano, un monaco zen e un filosofo.
Purtroppo non è una barzelletta, e non fa ridere: è il riassunto di un programma RAI in onda nel cuore della notte, “Tra cielo e terra”, dopo le 23:30 del venerdì. Ieri per caso ero sveglio e ho visto questi personaggi discutere di felicità, cos’è e come si può ottenere, se si può. A parte l’evidente legnosità del conduttore - comunque è una prima, quindi è normale, deve prendere il ritmo, mi sono stupito di due cose: l’incapacità di arrivare al punto e lo squilibrio delle possibilità di dare opinioni.
Sul primo punto: certo, è difficile come tema. Alzi la mano chi sa cos’è la felicità e come raggiungerla, chi ha la ricetta infallibile. Sono venute fuori distinzioni interessanti, anche se dovrebbero essere normali, tra felicità come stato d’animo e felicità come progetto. Il musulmano e l’ebreo sostenevano l’idea di progetto. La domanda sulla teodicea ha messo in crisi il cattolico, che non ha risposto ma ha girato la frittata (anni di studi servono a qualcosa), ma non l’ebreo, che ha risposto che si deve lodare dio anche per il male, questa è la dottrina.
Il filosofo (M. Ferraris) era l’unico “ateo” o l’unico “laico”, o l’unico senza risposte se vogliamo. C’erano quattro rappresentanti dello stesso dio (ebreo, cattolico, musulmano e protestante), un senza dio (il filosofo) e uno che per tradizione non si sa dove si ponga ma prendendoti in giro cerca di svegliarti (il monaco zen).
Non è venuto fuori che la felicità è sia stato d’animo, emozione, sentimento, che progetto di vita. Il filosofo non ha citato Aristotele, che pure ha dedicato la vita a questo tema, né le scuole ellenistiche, né niente. Pienezza, sorpresa, gratuità. Suggerisco Natoli, La felicità, e Haidt, Felicità. Un’ipotesi.
Santo cielo! Centoottantaquattro a zero! Non riesco a capire… Come mai perdiamo, quando siamo così leali?
Questa è solo una delle citazioni a tema che si possono trovare tra le migliaia di strips disegnate da Charles Schulz. Qui parla Charlie Brown dopo l’ennesima sconfitta della sua squadra di baseball. Squadra che vince in sole due occasioni in cinquant’anni di storia, e in entrambe Charlie Brown, il manager, l’allenatore e pitcher (lanciatore) non partecipa perché infortunato (al braccio) o a letto influenzato. Nella seconda occasione Lucy VanPelt gli rinfaccia che non hanno sentito la sua mancanza, e non hanno nemmeno fatto come dice lui, così hanno vinto.
In verità ci sarebbe una terza vittoria, ma la federazione, nella persona - invisibile - del presidente, che di mestiere ripara biciclette, gli toglie questa soddisfazione per una brutta storia di scommesse: il piccolo Rerun VanPelt, ultimo della famiglia di Lucy e Linus, ha scommesso che la squadra avrebbe vinto. Con chi? Con Snoopy, che ha invece scommesso sulla sconfitta. Quindi la partita viene annullata.
Ci sono anche in questa situazione degli elementi su cui riflettere: per esempio, sul fatto che Snoopy ha informazioni che Rerun non ha, visto che gioca in quella squadra da molto prima che il piccolo VanPelt nascesse. Certo Snoopy avrà fatto delle quote a lui favorevoli, perché nessuno avrebbe scommesso sulla sconfitta del team di Charlie Brown: una squadra che perde sempre ha quote quasi a pari (ogni dollaro che scommetti ne vinci uno, quindi praticamente niente), è troppo facile che perda ancora. Snoopy si è preso gioco di Rerun. E ha perso.
A dirla proprio tutta, c’è una quarta vittoria, con Charlie Brown in campo: a fine partita resta ad aspettare che il manager avversario venga a congratularsi, facendo la prima mossa, ma attende invano: perde anche quando vince. Ma Schulz non indugia molto su questo filone.
Charlie Brown è un perdente. Schulz usa spesso le sue tavole sportive per una critica alle idiosincrasie della società occidentale: Charlie Brown è il capitano di una squadra di baseball (e di una di football) che perde tutte le partite, tranne appunto quelle della sua malattia o dello scandalo scommesse. Charlie Brown non è mai stato capace di calciare il pallone da football che Lucy ogni anno, con appuntamento fisso, prepara per lui e poi toglie all’ultimo momento facendolo capitombolare. Insomma, è un perdente su tutta la linea.
La critica di Schulz è proprio questa: come possiamo considerare perdente un ragazzo che è onesto, leale e rispettoso nei confronti degli avversari (alla fine delle partite va sempre a congratularsi con il capitano o allenatore avversario), e che nella vita quotidiana è serio, fa i suoi compiti - e anche quelli di sua sorella, è affettuoso con la famiglia e soprattutto con Snoopy (mentre Snoopy non ricorda nemmeno il suo nome!)?
La questione che Schulz solleva è l’estraneità di questi valori alla società americana e poi occidentale come si è sviluppata tra il 1950 e il 2000. Charlie Brown è un alieno; già detto che il suo cane non si ricorda nemmeno il suo nome (è “il bambino con la testa rotonda”), dobbiamo ricordare che anche tutti gli altri lo chiamano sempre per nome e cognome insieme, Charlie Brown. Anche sua sorella Sally! E se lo fa sua sorella, perché non dovrebbero farlo il migliore amico Linus, o la tirannica Lucy? Ci sono, è vero, due eccezioni: Marcy la secchiona che lo chiama Charles e Piperita Patty, che lo batte sempre in ogni sport, che lo chiama “Ciccio” - entrambe sono infatuate di Charlie Brown. Ma il continuo ripetere nome e cognome ha la funzione un po’ di mantra, un po’ di regola, di costruzione di un mondo attorno a lui, che diventa così estraneo ai meccanismi “normali” da non poter godere della confidenza che dà il chiamare solo per nome. Estraneo lui, ed estranei i valori di cui è simbolo.
Corrono tempi bui. I sintomi sono evidenti, e il *piccolo* mondo dello sport non è immune. Ieri, mercoledì 11 giugno, la Gazzetta dello sport riuniva in una sola pagina un paio di notizie curiose. Pagina 37, la prima viene rubricata nella categoria “rugby”: il papa in visita a Lourdes. Il punto è che non c’è altro spazio per atterrare se non il campo di rugby, ma i pali delle porte rappresentano un rischio per i quattro elicotteri. La soluzione è tagliare i pali. Non spostare, proprio tagliare. Ma quei pali sono un pezzo di storia locale: la squadra di rugby è stata fondata a inizio Novecento. Secondo Bugno (si, l’ex campione del mondo di ciclismo) non c’è spazio di manovra. Immagino ce ne sarebbe nell’enorme piazzale di fronte al santuario, ma forse non è il caso di impicciarsi.
La seconda notizia, taglio basso, è intitolata sobriamente “Lo stallone gay ora ne ama due al giorno”. La storia di War Emblem, che nel 2002 è andato vicino alla conquista della Triple Crown (tre vittorie nelle tre massime gare ippiche statunitensi: Kentucky Derby, Preakness Stakes e Belmont). Secondo l’autore del pezzo, il cavallo è gay perché tra 2004 e 2007 ha rifiutato di accoppiarsi nonostante l’enorme scelta che gli veniva presentata. Sembra cosa da poco il fatto che prima del 2004 il purosangue aveva già dato il suo contributo per una quarantina di eredi… Comunque è significativo che le storie siano presentate consecutivamente: il papa e i gay guariti. Lo sport è salvo.