Charlie Brown e l’etica dello sport

Jun 19, 2008

Santo cielo! Centoottantaquattro a zero! Non riesco a capire… Come mai perdiamo, quando siamo così leali?

Questa è solo una delle citazioni a tema che si possono trovare tra le migliaia di strips disegnate da Charles Schulz. Qui parla Charlie Brown dopo l’ennesima sconfitta della sua squadra di baseball. Squadra che vince in sole due occasioni in cinquant’anni di storia, e in entrambe Charlie Brown, il manager, l’allenatore e pitcher (lanciatore) non partecipa perché infortunato (al braccio) o a letto influenzato. Nella seconda occasione Lucy VanPelt gli rinfaccia che non hanno sentito la sua mancanza, e non hanno nemmeno fatto come dice lui, così hanno vinto.

Charlie Brown
Creative Commons License photo credit: satanslaundromat

In verità ci sarebbe una terza vittoria, ma la federazione, nella persona - invisibile - del presidente, che di mestiere ripara biciclette, gli toglie questa soddisfazione per una brutta storia di scommesse: il piccolo Rerun VanPelt, ultimo della famiglia di Lucy e Linus, ha scommesso che la squadra avrebbe vinto. Con chi? Con Snoopy, che ha invece scommesso sulla sconfitta. Quindi la partita viene annullata.

Ci sono anche in questa situazione degli elementi su cui riflettere: per esempio, sul fatto che Snoopy ha informazioni che Rerun non ha, visto che gioca in quella squadra da molto prima che il piccolo VanPelt nascesse. Certo Snoopy avrà fatto delle quote a lui favorevoli, perché nessuno avrebbe scommesso sulla sconfitta del team di Charlie Brown: una squadra che perde sempre ha quote quasi a pari (ogni dollaro che scommetti ne vinci uno, quindi praticamente niente), è troppo facile che perda ancora. Snoopy si è preso gioco di Rerun. E ha perso.

A dirla proprio tutta, c’è una quarta vittoria, con Charlie Brown in campo: a fine partita resta ad aspettare che il manager avversario venga a congratularsi, facendo la prima mossa, ma attende invano: perde anche quando vince. Ma Schulz non indugia molto su questo filone.

Charlie Brown è un perdente. Schulz usa spesso le sue tavole sportive per una critica alle idiosincrasie della società occidentale: Charlie Brown è il capitano di una squadra di baseball (e di una di football) che perde tutte le partite, tranne appunto quelle della sua malattia o dello scandalo scommesse. Charlie Brown non è mai stato capace di calciare il pallone da football che Lucy ogni anno, con appuntamento fisso, prepara per lui e poi toglie all’ultimo momento facendolo capitombolare. Insomma, è un perdente su tutta la linea.

La critica di Schulz è proprio questa: come possiamo considerare perdente un ragazzo che è onesto, leale e rispettoso nei confronti degli avversari (alla fine delle partite va sempre a congratularsi con il capitano o allenatore avversario), e che nella vita quotidiana è serio, fa i suoi compiti - e anche quelli di sua sorella, è affettuoso con la famiglia e soprattutto con Snoopy (mentre Snoopy non ricorda nemmeno il suo nome!)?

La questione che Schulz solleva è l’estraneità di questi valori alla società americana e poi occidentale come si è sviluppata tra il 1950 e il 2000. Charlie Brown è un alieno; già detto che il suo cane non si ricorda nemmeno il suo nome (è “il bambino con la testa rotonda”), dobbiamo ricordare che anche tutti gli altri lo chiamano sempre per nome e cognome insieme, Charlie Brown. Anche sua sorella Sally! E se lo fa sua sorella, perché non dovrebbero farlo il migliore amico Linus, o la tirannica Lucy? Ci sono, è vero, due eccezioni: Marcy la secchiona che lo chiama Charles e Piperita Patty, che lo batte sempre in ogni sport, che lo chiama “Ciccio” - entrambe sono infatuate di Charlie Brown. Ma il continuo ripetere nome e cognome ha la funzione un po’ di mantra, un po’ di regola, di costruzione di un mondo attorno a lui, che diventa così estraneo ai meccanismi “normali” da non poter godere della confidenza che dà il chiamare solo per nome. Estraneo lui, ed estranei i valori di cui è simbolo.

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