Mein Schulfreund
Sarà l’atmosfera di questi giorni, fatto sta che si parla molto di legalità in senso teorico, qualche volta anche filosofico. Un bel post di Ivo racconta un sogno in cui un mondo iperegualitario diventa terribilmente ingiusto [link ->] proprio per difendere il principio che “la legge è uguale per tutti”, quindi non fa differenza a chi venga applicata la legge.
Oggi pomeriggio La7 trasmetteva Nella morsa delle SS, titolo originale Mein Schulfreund, “il mio compagno di scuola” [link ->]. Come al solito la traduzione italiana è sbagliata e non permette di capire di cosa parla il film (lo stesso se fosse un libro). Datato 1960, regia di Robert Siodmak, racconta la storia di un postino.
Sul finire della guerra, scrive a Hermann Göring che aveva conosciuto quando erano compagni di scuola. Chiede al suo vecchio amico di mettere fine alle follie di Hitler. La lettera viene intercettata, il postino Fuchs condotto in tribunale e condannato a morte. Göring interviene per salvarlo, ma non trova di meglio che farlo passare per malato di mente: non responsabile delle sue azioni. Ha salva la vita, ma perde il lavoro e quella diagnosi peserà sul resto della sua vita: dopo la guerra cerca in tutti i modi di riavere il suo lavoro in posta (ah, sti statali!), e ci riuscirà solo alla soglia del pensionamento.
I punti salienti sono, agli occhi di chi si interessa di morale e politica, diversi: primo, a un malato di mente la legge permette di chiedere a un amico potente di fare qualcosa per abbattere un governante. Che è quello che si deduce dal fatto che il sobillatore rivoluzionario non è stato giustiziato.
Per riavere il suo lavoro, Fuchs distrugge un ufficio postale a bastonate. In questo modo ottiene un processo, dove il suo avvocato eccepisce che assiste un malato di mente, ci sono le carte che lo provano, non si può metterlo in galera. Fortunatamente, i giudici dispongono nuove perizie dalle quali finalmente risulta che Fuchs non è malato di mente, quindi va condannato a 6 mesi di galera (fuori con la condizionale) e al risarcimento dei danni. Però questa condanna gli permette di mostrare che lui non è malato di mente, così ottiene il suo lavoro, la paga arretrata e va in pensione. Un lieto fine arzigogolato.
Non del tutto lieto però: la figlia di Fuchs è emigrata in America con il marito, un chimico chiamato a Berkeley a insegnare. Prima di ottenere il riconoscimento della sua sanità, Fuchs pensava di emigrare con loro, ma il modulo per avere la carta verde conteneva la domanda “siete mai stati dichiarati malati di mente?”. In seguito, una volta dichiarato sano, il povero postino si trova però ugualmente impossibilitato a raggiungere la figlia perché ha una condanna, per aver bastonato l’ufficio postale. In qualsiasi modo si muova, Fuchs rimane impantanato, incolpevole vittima delle leggi.
Ora: mi pare che le leggi siano percepite come corde che legano tutti con l’unico fine di legare tutti. Non è che siamo vittime della propaganda antimagistratura?
Ivo Silvestro
July 9th, 2008 at 10:45 #
Riflessione scaturita dal tuo post e malamente riassunta:
La legge crea un proprio mondo, fatto di oggetti giuridici come stati, pensioni, matrimoni e incapaci di intendere e di volere.
Pensare che il mondo della legge ci debba sempre essere favorevole è, semplicemente, insensato, esattamente come lo è aspettarsi che il mondo fisica ci sia sempre favorevole.
alex
July 10th, 2008 at 1:16 #
ci metterei troppo a spiegare come intendo io la legge, comunque: sono le comunità che creano le leggi, quindi in teoria dovrebbero essere a favore delle comunità che le creano. poi ci sta la pretesa di universalità, va bene, ma in partenza le leggi devono occuparsi di chi le crea. dovrebbero essere favorevoli.
però la cosa che mi interessa di più è che se un accusato di tentato colpo di stato si fa dichiarare “non responsabile delle proprie azioni” può sfangarla. per questo citavo anche il tuo post: dove sta la responsabilità?
Ivo Silvestro
July 11th, 2008 at 4:00 #
Capisco cosa vuoi dire e sono d’accordo, però “dovrebbero essere a favore delle comunità che le creano” sembra tanto la giustificazione di leggi razziali!
Sulla responsabilità: tieni presente che, nel film da te riassunto, il protagonista la sfanga, la a caro prezzo! Più interessante è l’infermità temporanea. In “L’uomo che scambiò sua moglie con un cappello”, Oliver Sacks racconta la storia (che cito a memoria - e spero di aver citato il libro giusto) di un assassino che si è completamente dimenticato il crimine commesso. Vive in comunità ed è in pace con se stesso. Poi un giorno, in seguito a un incidente, ricorda tutto, e per lui inizia l’inferno.
Ecco un caso interessante, perché io, leggendo, ho pensato al tizio dopo l’incidente (che si ricorda tutto) come a una vittima innocente.
alex
July 11th, 2008 at 8:46 #
hai ragione sull’imprecisione della mia affermazione. correggo il tiro: per comunità intendo qui semplicemente l’insieme delle persone che si uniscono per darsi un sistema legale - senza intenzione di creare discriminazioni. la creazione di un sistema legale ha sempre un carattere universale, ma spero che le persone non siano così stupide da creare leggi che non potranno rispettare. (ancora non sono stato chiarissimo, ma chiedo l’applicazione di un principio di beneficenza: non ho gli strumenti per allargarmi di più, per ora
)
il dilemma dell’uomo di sacks comprende anche il tema dell’identità, ma non sono sicuro che la legge debba tener conto di questi problemi: il responsabile dell’omicidio è sempre lui.
alex
July 11th, 2008 at 8:58 #
è poi vero che il mondo già creato dalle leggi è un mondo fatto e finito, e il suo funzionare è garantito anche dal fatto che gli uomini lo possano rimaneggiare il meno possibile (tipo per bloccare processi che ci possono danneggiare, ma è solo un esempio casuale, che non ha alcuna attinenza con la realtà). su questo ti seguo completamente.
è interessante però l’area “grigia” dove succedono gli imprevisti (usare la legge che garantisce una certa immunità ai malati di mente per scaricare la responsabilità - ma a questo punto mi chiedo che senso ha la legge senza responsabili, come ti chiedi tu nel tuo post) (però sembra funzionare, visto che i reati sono calati in quel mondo kelseniano)
Ivo Silvestro
July 14th, 2008 at 10:59 #
Tranquillo, il principio di beneficenza lo applico sempre (con gli amici, con i nemici è diverso!).
L’area grigia è quando ti muovi tra le pieghe della legge (quando non addirittura contro la legge) per garantire una sorte di giustizia violata.
Intuitivamente, non è giusto che il postino venga condannato a morte, ma la legge è quella, e non si può fare altro che sfruttare l’area grigia dell’incapacità di intendere e di volere. Sempre intuitivamente, non è giusto che il postino non possa lavorare, eccetera.
Non sono affatto sicuro che la mia distopia egualitaria possa davvero funzionare. In una piccola comunità, forse: se siamo in 500, so che c’è una possibilità su 500 che venga punito e, diciamo, una su 50 che colpisca una persona a me cara: ecco che mi impegno non poco perché non avvengano crimini. Se però siamo in 5000000, le possibilità sono basse e probabilmente non mi impegnerò così tanto.
alex
July 14th, 2008 at 12:52 #
ecco qui! il punto in cui distinguo legge da morale: in una piccola comunità la legge non serve. o per meglio dire, servono e funzionano certe “leggi non scritte” (agraphoi nomoi, se ricordo qualcosa di greco): per esempio, il disprezzo per chi fa qualcosa contro la comunità. il dissenso morale, insieme a una forte educazione a ritenere vergognosi certi comportamenti, è il sistema di giustizia che è rimasto valido in tutte le piccole comunità umane (letura: the origins of virtue, matt ridley [link ->]. quando invece si diventa troppi serve la legge e chi la applica (polizia, giudici). anche perché appunto in mezzo a tanti il free rider ha la quasi certezza dell’impunità.
ovviamente altro discorso è quando l’impunità è ottenuta con leggi apposite…
Ivo Silvestro
July 19th, 2008 at 7:55 #
Quella che citi è la differenza tra stato e comunità (ci sono due termini tedeschi che indicano meglio la contrapposizione - ma al momento non me li ricordo), e non sono sicuro che corrisponda alla perfezione alla differenza tra legge e morale, per quanto una certa sovrapposizione c’è.
alex
July 22nd, 2008 at 9:52 #
parlando di sport: una zona rispetta certe norme non scritte, per esempio nel basket si gioca in un certo modo nel torinese, in un modo diverso nel varesotto, in un altro qui nel nord piemonte, in uno ancora diverso negli usa. l’handchecking può essere più o meno tollerato e praticato, se tutti sono d’accordo.
ma stando al regolamento scritto, che serve a dare uniformità al gioco in tutto il mondo, l’handcheking è proibito.
se non esistesse un regolamento unico, ci sarebbero diverse evoluzioni locali del basket, e magari si arriverebbe a giochi diversi in tutto. ogni evoluzione locale però sarebbe internamente coerente, sarebbe accettata da tutti i partecipanti, e probabilmente non avrebbe bisogno di regole scritte, visto che i partecipanti sarebbero pochi.