Savulescu e l’EPO
Julian Savulescu [link ->] è un tipo drastico, alla Peter Singer [link ->]. Dev’esserci qualcosa nell’aria australiana che fa questo effetto. Utilitarista, sostenitore di posizioni molto più che nette sul miglioramento genetico (del tipo: i genitori hanno il dovere morale di migliorare geneticamente i figli, proprio per la loro «maggiore felicità»), si occupa anche di sport.
In un post su Practical Ethics [link ->] dello scorso luglio argomenta che il doping è sempre un passo avanti all’antidoping. I casi del Tour de France (Beltran, Duenas, Riccò) sono interpretabili in due modi: come successi della lotta al doping - o come goccioline nel mare: la percentuale di positività all’EPO si è ridotta tra 2003 e 2006, ma questo può anche significare che il doping è troppo avanzato per scoprirlo.
Il suggerimento di Savulescu è preciso: fregarsene dei test per l’EPO, controllare solo il livello di ematocrito e valutare “ammissibili” solo gli atleti con meno del 50%. Poco importa se hanno quel livello naturalmente (la media è tra 44 e 46), se ci arrivano con allenamenti in montagna o con il doping. Infatti, i dopati non si limitano a “bombarsi” di EPO, ma provano anche a mascherare la loro truffa: magari con diuretici, coprenti, in modo da diluire il sangue. Risparmiamo allora sulle grandi spese per l’antidoping: sotto il 50% sei dentro, sopra sei fuori.
Devo ammettere che ho una spiccata simpatia per i filosofi che non si perdono in sterminati manti di lana caprina. Anche se non sono utilitarista.
