Le preferenze adattive
Una società si compone di individui, e ogni individuo ha le sue proprie preferenze. Per vivere in società bisogna trovare punti di contatto, preferenze condivise, altrimenti ognuno per sé. Solitamente le preferenze condivise sono la vita, la salute, la difesa dai nemici. E anche, possibilmente, il miglioramento delle condizioni di benessere personale. Non ci sono solo le preferenze, c’è anche la tendenza “naturale” (e comune a molti animali) a vivere a contatto con i propri simili.
Comunque, le preferenze individuali sono la base delle teorie utilitariste, nella forma che Amartya Sen chiama welfarismo: la ricerca del benessere, valutato come soddisfazione di desideri e generalmente come ricchezza. Insomma il fondamento della società capitalista.
Il problema che Sen individua in questa impostazione è che le preferenze sono soggettive e quindi estremamente variabili: in una situazione in cui pochi detengono la maggior parte delle ricchezze (quelli che strepitano contro la redistribuzione) e moltissimi si affannano per procurarsi i pasti (per dire, gli operai soprattutto giovani, i pensionati, gli immigrati…) si viene a creare un habitus mentale secondo cui chi ha poco comincia a desiderare poco. Una specie di meccanismo di difesa, di cui già gli antichi erano coscienti - leggetevi stoici ed epicurei, che fa in modo di procurare felicità anche a chi ha poco: basta desiderare meno di quel che si ha, e il surplus procurerà una sensazione di piena soddisfazione. Queste sono le preferenze adattive.
Il dramma che queste preferenze generano è che la situazione non si riequilibra: i poveri sono “contenti” del poco che hanno, mentre gli altri continuano a “razziare” le risorse disponibili - che, come è ovvio, sono sempre meno di chi le vuole. Traspare un orientamento marxista, che Sen non nega. Non è un comunista, questo no. Ma la necessità della redistribuzione, messa in luce da Rawls nel 19711, non è mai stata affrontata dalla politica; anzi, la situazione è peggiorata. Allora Sen (e dopo di lui Nussbaum) propone soluzioni diverse, a cominciare dall’oggettivare le preferenze tramite capabilities e functionings: capacità sono in qualche modo quello che Aristotele chiamava potenza, e i funzionamenti sono l’atto. Capacità come libertà di sviluppare il proprio modo di vita, mentre funzionamento corrisponde a un gruppo di azioni di valore che il soggetto fa o di stati in cui il soggetto si trova. Capacità, per esempio, di un “nero”2 di diventare presidente degli Stati Uniti d’America: ogni cittadino americano è virtualmente libero di diventare presidente3.
Funzionamento, invece, è l’insieme di azioni che chi ha la capacità mette in atto. Per le preferenze quello che conta di più sono le capacità: Sen le intende assieme come capacità personali di fare/essere qualcosa e opportunità esterne di fare/essere qualcosa. Nel momento in cui vengono ridotte la opportunità esterne vengono contemporaneamente ridotte le capacità individuali e le preferenze delle persone si ridimensionano. La teoria utilitarista (nella forma più secca, perlomeno) non può risolvere il problema, perché non conta gli individui ma la somma del benessere della società: se in quella società il 99% degli individui muore di fame, ma l’1% genera più benessere che il 100% di una società di paragone, allora la società con il 99% di morti di fame è meglio dell’altra. Cosa che contrasta con il senso morale delle persone comuni.
Per salvarsi da questo dramma sociale occorre, dice Sen, in primo luogo togliere le preferenze dal soggettivo. Ci sono cose che sono oggettivamente “buone” a prescindere dalle preferenze personali: la libertà è buona anche in uno Stato dittatoriale, dove le preferenze individuali adattive suggerirebbero di non rischiare la vita manifestando dissenso e chiedendo libertà.
Non so citare la fonte, ma avevo letto da qualche parte che la religione poteva essere vista come meccanismo di difesa dei piu’ poveri: nell’al di la’
“gli ultimi saranno primi, e i primi ultimi”.
Dato che questa vita e’ insopportabile e non riesco a cambiarla, al termine della vita mi si prospetta una scappatoia.
Pero’ l’America e’ piena di “sogni” a stelle e strisce realizzati. Quindi non tutti i poveri si accontentano.
in senso di preferenze adattive forse la religione è un ostacolo alla realizzazione delle persone. proprio perché “tanto nell’aldilà ci sarà una ricompensa”, posso ben sopportare le storture di questa vita.
invece contro le preferenze adattive è il caso di non aspettare una ricompensa futura, ma cominciare a costruire qui e adesso un “mondo migliore”. sen è indiano, ha visto la miseria com’è, ha visto la ricchezza occidentale, e s’è reso conto che la distribuzione dei beni non è equilibrata. nel nostro stesso occidente c’è uno squilibrio, ma abbiamo anche i mezzi (in teoria, la democrazia) per ripianare tutto. ovvio che un povero occidentale sta molto meglio di un povero indiano, ma è comunque il caso di non fermarsi, di indirizzare le scelte politiche in modo da ridistribuire le ricchezze. le preferenze adattive sono una cosa brutta.