Esempi da non imitare

May 10, 2008

Ritorno di semifinale di calcio di Coppa Italia, Lazio-Inter: Materazzi (I) falcia Pandev (L) e si guadagna una meritata espulsione. Alla fine la sua squadra passa il turno comunque, e lasciamo quindi stare gli altri colpi di testa nel curriculum di questo signore. Quello che vorrei evidenziare è invece l’intervista rilasciata alla Gazzetta dello Sport, reperibile anche online [link ->], del 9 maggio.

Materazzi sostiene che Pandev abbia insultato lui e l’Inter, e che abbia quindi commesso un peccato di ingratitudine visto che lo stesso Pandev ha cominciato la sua carriera italiana nella squadra milanese. Per questo motivo, evidentemente, il maturo (mentalmente, è attorno ai 7 anni se ragiona così) Materazzi ha pensato che un calcione a spazzare le gambe dell’avversario da dietro fosse un’azione giusta, una corretta punizione per l’ingratitudine del macedone. Non cercate un rapporto proporzionale tra offesa e punizione, perché non c’è alcuna proporzione. Il difensore interista continua: Pandev ha aggravato le sue colpe quando ha augurato alla Roma, inseguitrice dell’Inter, di vincere lo scudetto.

Materazzi, ancora, si chiede «da dove arrivi tanto livore» contro la sua squadra. Chissà, allora, da dove arriva il livore che lo spinge a spaccare le gambe a chi la pensa diversamente da lui. Ma ormai non mi stupisco più: questo è il calcio.

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Sarkozy, capo di Stato della Francia in procinto (da luglio) di assumere la presidenza europea per il proprio turno semestrale, ha minacciato di non partecipare alla cerimonia d’apertura delle Olimpadi [link ->]. Il giorno dopo anche Didier Reynders, vice-premier fiammingo, parla per il Belgio e ipotizza che, se la situazione non cambia (leggi: se la Cina continua a occupare il Tibet e a cancellare ogni diversità culturale), anche il Belgio potrebbe non essere presente [link ->]. Gigi Riva, nello staff della Nazionale di calcio italiana, dice che non sa cos’è il boicottaggio [link ->] ma che piuttosto che rischiare di gareggiare con l’esercito schierato a bordocampo è meglio stare a casa. Peccato per chi fa sacrifici per quattro anni. Guido Ceronetti suggerisce di abolire le Olimpiadi, perché ormai sono una cosa sporca e servono solo a chi ci fa soldi [link ->]: dice che una volta (in Grecia, ai tempi di Platone) non era così, non c’era il professionismo e nessuno faceva affari.

La posizione di Sarkozy è importante politicamente perché appunto tra poco la Francia usufruirà per un semestre della guida dell’Europa “unita”. Probabilmente a pochi interessa del Tibet, ma la paura della potenza economica della Cina (potenza costruita appunto su sfruttamento, violazioni di diritti e di norme sanitarie, non conformità a standard di sicurezza del prodotto) fa si che qualcuno provi a fare dispetto. Giusto per rimettere a posto il colosso asiatico.

La posizione di Riva è importante eticamente perché conferma una volta di più che il calciatore professionista italiano medio ha grosse lacune nelle materie basiche (tipo, conoscere la propria lingua madre), e bisognerebbe fare qualcosa per evitare che queste mancanze si presentino. Perlomeno, sarebbe opportuno ripensare lo sport come si deve: non come via per il successo e la fama, ma come complemento per la formazione. In questo modo, ogni giovane potrebbe dedicare qualche ora anche a leggere il sussidiario invece che passare 24 ore al giorno sul campo di calcio.

La posizione di Ceronetti è importante perché illustra un modo di vedere romantico e utopico, ma per niente confermato dai fatti: in Grecia ai tempi di Platone c’erano fior di atleti professionisti, che passavano la vita partecipando fin da bambini ai Giochi, sia i quattro grandi giochi del “periodo” (a Olimpia, Delfi, Corinto e Nemea) sia ai giochi locali che praticamente ogni comunità organizzava. Per esempio, Diagora di Rodi, un famosissimo pugile periodonico (vale a dire vincitore nei quattro giochi). E padre di altri olimpionici. E nonno di un altro. Addirittura sua figlia ottenne il permesso di assistere ai Giochi. Le donne non erano ammesse perché gli atleti erano nudi, ma la figlia di Diagora era figlia, madre, sorella e zia complessivamente di sei olimpionici. Uno strappo alla regola proprio per il valore della famiglia di Diagora: tutti professionisti. E non è nemmeno vero che solo i venditori di limonate facevano affari ai Giochi: c’erano artisti di ogni genere, e retori, e filosofi, oltre a chi vendeva cibo e bevande.

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Pietro Mennea rifiuta l’idea del boicottaggio delle Olimpiadi di Pechino. Sostiene che gli unici a pagare sarebbero gli atleti, che si preparano per quattro anni all’evento e con questo tipo di protesta perderebbero la visibilità. Diversi atleti la pensano come l’ex-olimpionico.

Jean-François Juilliard, di Reporters sans frontières, ha manifestato con una bandiera olimpica particolare, dove al posto dei cinque cerchi ci sono delle manette, all’accensione della fiaccola a Olimpia [link ->]. Lui, come molti altri, chiede che il Comitato Olimpico revochi la decisione dell’assegnazione alla Cina dei Giochi. La Cina li userebbe come un qualsiasi mezzo di propaganda, mostrando solo quello che va bene al governo e nascondendo le violazioni ai diritti umani che avvengono quotidianamente.

C’è un precedente: le Olimpiadi che avrebbero dovuto avere luogo a Roma si svolsero a Londra nel 1908, a causa di grosse carenze organizzative italiane (in cent’anni, qui, è cambiato tutto…). Lo spostamento non avvenne a ridosso dei Giochi, come invece si richiederebbe adesso. C’è un altro elemento di diversità: i Giochi di oggi sono una colossale macchina che produce denaro, a cui nessuno vuole rinunciare. I puristi almeno in questo hanno ragione: gli originari ideali sono traditi.

Gli atleti pagano in termini di visibilità se non partecipano? E cosa dire allora dell’immagine che si fanno se invece partecipano? Lo stesso CIO all’assegnazione aveva chiesto al governo cinese di fare grossi passi avanti in tema di rispetto dei diritti umani, condizione per poter ospitare le Olimpiadi. Parole al vento.

Sarebbe ora di smettere di ritenere lo sport come un mondo separato: lo stesso Rogge, a capo del CIO, ripete che la sua organizzazione si occupa solo di sport e non di politica. Ma lo sport non è un mondo piccolo diviso dal mondo grande: i vantaggi di cui gli sportivi godono, li riscuotono nel mondo grande (ricordo un’intervista a Vucjnic, attaccante della Roma, in cui diceva che “la vera casta sono i campioni sportivi: hanno tanti vantaggi, saltano le code etc”). Fama e ricchezza non sono beni interni, esclusivi della pratica sportiva. Non sono nemmeno il fine della pratica sportiva. Quindi, per coerenza, accettando di immischiarsi con questi beni esterni, il mondo “esterno” dovrebbe interessare anche per le questioni politiche o morali.

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Tibet e Cina

Mar 18, 2008

Lo sport e la cosiddetta società civile non sono divisi da rigide barriere. Gli sportivi sono anche cittadini. E spesso sono il simbolo della loro città o della loro nazione - pensiamo a cosa significa Larry Bird per French Lick (uno degli innumerevoli paesoni di campagna nell’Indiana), che non sarebbe nemmeno sulle mappe senza l’illustre concittadino; o quale rilievo politico abbiano avuto le vittorie italiane ai campionati del mondo di calcio (’34 e ‘38, durante il fascismo; ‘82, con Pertini in tribuna assieme a re Juan Carlos). Pensiamo a quanti ex-sportivi si siano dati alla politica: “Governator” Arnold Schwarzenegger, o gli italici Rivera e Rossi, per citarne giusto una manciata. Oppure a quanto il linguaggio della politica sia influenzato da quello dello sport, a partire dalle squadre di governo. L’abuso di questa vicinanza è rischioso, ma non significa che l’essere sportivi sia un ostacolo all’essere buoni cittadini o buoni politici. Anzi in molti hanno ritenuto che un’educazione sportiva fosse un valido apporto alla formazione del buon cittadino, dai greci fino a Thomas Arnold e all’ideale olimpico di Pierre deCoubertin.

(Picture from the net)
Creative Commons License photo credit: drhenkenstein

Ieri ho letto sulla Gazzetta dello Sport la pagina dedicata agli approfondimenti non sportivi (Gazzetta dello Sport, 17 marzo 2008, p. 43). Giorgio Dell’Arti parla della situazione del Tibet occupato dalla Cina, e dell’ipotesi di boicottare i Giochi olimpici che quest’anno si svolgeranno a Pechino. La chiusa del suo articolo è pessimista:

Aveva ragione Brenno: guai ai vinti.

Dell’Arti teme che ogni manifestazione simbolica sarebbe inutile: la Cina è una potenza a tutti i livelli, guida o guiderà l’economia mondiale, e nessun altro Stato muoverà un dito. Altri opinionisti sono dello stesso parere: un gesto simbolico alle Olimpiadi non ha mai funzionato, dicono. Né il pugno alzato e guantato di Tommy Smith e John Carlos (i due atleti furono anzi puniti ed esclusi a vita dai Giochi), oro e bronzo sui 200m a Mexico 1968 - Paese già funestato dal massacro di Tlatelolco [link ->]; né le proteste contro l’esclusione degli ebrei dalle squadre nel 1936; né le preoccupazioni (durate un solo giorno) per l’assassinio di atleti di Israele a Monaco 1972.

Accanto all’articolo di Dell’Arti si trova la risposta di Reinhold Messner, il cui curriculum sportivo parla da solo, che la pensa un po’ diversa: ritiene infatti che sarebbe utile un segno di protesta da parte di atleti o partecipanti a vario titolo, per esempio i capi di Stato invitati. Proprio il fatto che lo sport olimpico, sommerso nel denaro e nei giochi dei potenti, finora ha dato cattivi esempi è un motivo in più per provare finalmente qualcosa di importante. Inoltre il potere di un simbolo resta nel tempo: oggi ricordiamo Smith e Carlos, magari nel 2017 la Cina avrà subito la sorte che ha colpito il Terzo Reich o il blocco sovietico.

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Lo scorso 2 febbraio 2008 la Saint Mary Academy, situata a circa 40 km a nord di Topeka, Kansas, ha dato una dimostrazione pratica delle dottrine discriminatorie che propugna: era in programma una partita di basket tra ragazzi di high school, ma poco prima del salto a due iniziale il direttore atletico del college conferisce con l’arbitro Darin Putthoff e gli comunica che il college non accetta la direzione dell’altro arbitro, Michelle Campbell. Motivo: una donna non può arbitrare i maschi, perché la dottrina integralista del college sostiene che le donne non possono avere autorità sugli uomini. Il college appartiene all’associazione San Pio X e promuove pratiche antecedenti al Vaticano II.

Putthoff, comunicata la notizia a Campbell, decide di non arbitrare neanche lui, e la partita resta senza arbitri. Il direttore atletico cerca di convincere Fred Shockey, che aveva arbitrato due partite junior precedentemente, a fare gli straordinari, motivando la richiesta con una generica “situazione d’emergenza”. Appena Shockey riempie di contenuto la formula liturgica, e sa che la sua collega è stata discriminata, rifiuta di arbitrare.

Il caso è sotto analisi alla Kansas State High School Activities Association e si attendono punizioni serie. Il punto è difficile da chiarire anche perché la Saint Mary Academy non fa parte pienamente dell’associazione, ma è su una speciale lista di “scuole con cui si può giocare una partita”, dal momento che per i campionati intramural spesso ci sono poche squadre, e si cerca di allungare il calendario. D’altra parte, mentre la Saint Mary Academy è privata, ha anche una scuola pubblica, la Saint Mary High School. La posizione sembra ancora più grave perché i dirigenti del Saint Mary non rispondono nemmeno alle richieste ufficiali della KSHSAA.

Da un punto di vista puramente legale, il college merita la punizione più severa non solo dall’Associazione di cui fa (immeritatamente) parte, ma anche dai tribunali: una discriminazione sessuale è punita dalle leggi di ogni paese civile. Immagino sia possibile prendere in considerazione anche una eventuale violazione del Title IX [link ->], visto appunto la presenza di una scuola pubblica. In quel college lo sport è diviso per sessi, così come le lezioni normali. La dottrina dei santi padri mira a creare “buoni cittadini, sottomessi alle leggi di Gesù Cristo” e a stabilire che in casa e fuori comanda l’uomo sulla donna. Da un punto di vista morale, la posizione talebana del college è quanto di più alieno ci possa essere rispetto ai canoni etici dello sport, che si basano sulla libertà per ognuno di provare, di dimostrare le proprie capacità - indipendentemente da sesso, razza o credo. Solo dopo la prova pratica si possono stabilire gerarchie, che comunque non sono immutabili ma sempre aggiornate in base ai nuovi tentativi, alle nuove prove. L’idea che una donna non possa avere autorità sugli uomini è poi particolarmente ridicola se propugnata da un college che prende il nome dalla madre per eccellenza…

Fonte: KansasCity.com [link ->] e Topeka Capital-Journal [link ->]

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