Da qualche giorno una nuova pubblicità mostra calciatori famosi al soldo di una nota azienda che produce abbigliamento sportivo. La particolarità di questa campagna sta nell’aver trasformato i calciatori in esseri bionici: metà umani e metà, le gambe, robotici [link ->]. Il fulcro del messaggio pubblicitario è la trasformazione dell’atleta in essere tecnologicamente modificato adattato per compiere gesti specifici. I punti discutibili sono appunto la esagerata specificità a cui verrebbe costretto l’individuo così modificato, e la sportività di tale modifica. Punto primo: se a Pinco Pallino, famoso calciatore, vengono asportate le gambe che ha dalla nascita e impiantate quelle meccaniche, avrà un vantaggio sul campo in termini di resistenza, potenza e stabilità. Ma queste gambe sono piuttosto ingombranti, difficili da gestire (sul sito indicato poco fa ci sono anche prodotti che andranno utilizzati con queste estremità, come lubrificanti e solette speciali) e meno polivalenti delle gambe normali. Non riesco a immaginare, per esempio, un androide con tali appendici che si arrampica su un albero. Può solo fare ciò per cui quegli attrezzi sono stati progettati. Una vita piuttosto grama, a ben pensarci: che noia, soprattutto una volta finita la carriera sportiva quando non ci si può “riciclare” in altri impegni.
Il secondo punto è la liceità da un punto di vista sportivo di un simile vantaggio. Diventa doping? Si tratta di un vantaggio illecito? Dipende. Nell’articolo che ho segnalato qualche giorno fa [link interno ->] appuntavo che oggi le tecnologie sportive non sono da considerare vero doping, come quello farmacologico per esempio, perché la tecnica per lo sport (scarpe, abbigliamento, attrezzi per allenarsi) non è un mezzo per superare un limite “artificialmente”, ma un mezzo per sviluppare capacità già presenti: la tecnica viene dopo il miglioramento delle potenzialità dell’atleta, e serve solo per farle venire fuori. Ma le gambe della pubblicità in questione non sono un mezzo per sviluppare capacità già presenti, bensì un cambiamento radicale che genera un rapporto nuovo tra l’atleta e lo sport: a “comandare” non è più il campione che vuole sfidarsi, ma la brama di vittoria, l’ambizione smodata, tanta da rinunciare a un pezzo considerevole di se stessi per ottenere - cosa? Una coppa? Soldi?
Questa non è sportività; è stupidità.
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2008, anno delle Olimpiadi di Pechino. Saranno in stile, con dispiego di mezzi mai visto, qualche milione di “volontari” addestrati alla bisogna, ragazze preparate a fare da hostess con sorriso stampato perennemente in faccia - qualche giorno fa c’era un servizio in coda mi pare a un TG2 - e un controllo pervasivo sull’informazione. Tutto deve andare bene, anche quello che non va bene.
Riprendo lo spunto di Lesandro [link ->], che suggerisce di mandare un messaggio agli atleti italiani tramite il form e lo spazio offerti dal CONI [link ->], e chiedere un gesto eclatante di protesta contro i soprusi del regime.
In sé la scelta della Cina come sede delle Olimpiadi non sarebbe neanche malaccio: un Paese di smisurate dimensioni, pieno di storia e culture, potrebbe offrire tutto questo al mondo. Sappiamo che praticamente ogni cosa è stata inventata dai cinesi, dagli spaghetti alla bussola alla carriola. Per non parlare delle filosofie, dal taoismo al confucianesimo al ch’an. Ma non sono questi i motivi che hanno favorito la vittoria di Pechino; si tratta invece dell’ormai onnipresente dio danaro. Le sponsorizzazioni, il mercato infinito che è il Paese del miliardo e mezzo di abitanti, la potenza politica, militare ed economica - motivi che contano per i markettari ma che con lo sport olimpico non hanno alcun principio in comune. Basta leggersi De Coubertin, che pur con qualche difetto (era un po’ comandino, e un po’ misogino) ha chiarito che l’ideale guida dell’organizzazione delle Olimpiadi è la celebrazione dell’atleta e dei suoi valori etici (il fair play).
Lo sport è sempre stato “politicizzato”, usato come strumento di propaganda (vedi le Odi di Pindaro o gli elogi di Mussolini a Carnera), ma mai come adesso è stato assoggettato a logiche di profitto che sono per loro natura perverse. Vero, lo sport crea differenze, ma non ha mai inteso creare il disprezzo dell’altro - se l’altro non ha alcun valore, che valore può avere una mia vittoria? Quindi uno dei punti fermi dello sport è il rispetto del valore dell’altro, cosa che ormai manca completamente. E manca nella politica, ragion per cui lo sport che viene strumentalizzato deve svegliarsi e reagire.
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Lo scandalo “Calciopoli” (in un Paese tanto burino che qualsiasi cosa salti fuori bisogna scandalizzarsi e chiamarlo qualcosopoli, come se ci fossero città unicamente abitate da chi pratica un certo vizio), emerso nel 2006, mostrò la voglia dello sport più popolare di darsi una ripulita. Almeno è quello che credono le persone che vedono i telegiornali, che non hanno modo né voglia di leggere le sentenze (che paiono fumose e incomplete), che sono state convinte che in Italia c’era una cupola che controllava il calcio e nessun altro era colpevole.
A far chiarezza prova Luther Blissett con Il processo illecito [link ->]; Luther Blissett, vero nome di un antico calciatore [link ->] del Milan, è diventato noto come nome collettivo per situazionisti di vario genere. Le neanche 60 pagine del testo sono una veloce introduzione e spiegazione di cosa -presumibilmente- accadde in quei giorni, e l’autore (gli autori?) si chiede come mai non siano state prese in considerazione per esempio:
- le dichiarazioni di Paolo Bergamo («tutti i dirigenti mi telefonavano ogni settimana, l’Inter con Facchetti più di tutti»)
- la sparizione di alcune telefonate di dirigenti che all’inizio di calciopoli appaiono, poi scompaiono o vengono dimenticate
- le citazioni sui presunti favori di Galliani in Parlamento a Paparesta (anche queste “dimenticate” dal procuratore federale Palazzi)
- le dichiarazioni di De Santis («molti mi chiamavano, mai sentito Moggi»)
- le conclusioni della Procura di Torino che sostengono che dalle intercettazioni si evince esattamente il contrario di quanto affermato dalle accuse circa l’esistenza della “cupola” (conclusioni confermate dalle sentenze “calciopoli”)
(cito da p. 6)
Insomma, per conoscenza.
Via BooksBlog [link ->]
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La scorsa settimana è sembrato che il mondo del calcio si fosse mosso contro la violenza che provoca: i giocatori della Fiorentina, sconfitti, avevano atteso i rivali dell’Inter all’uscita dal campo, verso gli spogliatoi, per stringere loro la mano. Come a dire, fine delle ostilità. L’evento ha conquistato titoli e spazi sui media; che peraltro hanno mostrato una discreta ignoranza chiamando il gesto “terzo tempo”, come quello del rugby. Ci sono voluti tre o quattro giorni perché finalmente un giornalista in tv dicesse che il “terzo tempo” è cosa ben diversa, non è solo salutare e stringere la mano.
Le squadre di calcio si sono poi viste recapitare un’ordine: dalla prima partita dopo le feste natalizie [link ->], tutti i padroni di casa aspettino gli ospiti all’uscita, non per menarli come al solito, ma per stringere la mano come hanno fatto quelli della Fiorentina. Un gesto cavalleresco è diventato una regola.
La sciocchezza ha una doppia faccia: in primo luogo, è piuttosto evidente che il mondo del calcio è in crisi economica perché nessuno va più allo stadio; ci vanno solo i violenti, che essendo tifo organizzato hanno sconti e regali da parte delle società (regali che pagano anche i non tifosi, grazie alle leggi “spalma-debiti” di un presidente di squadra di calcio-presidente del Consiglio). Quindi la mossa è un piano di marketing per far vedere che il mondo del calcio è bello, onesto, leale, cavalleresco, gonfio di fair play. In secondo luogo, è piuttosto difficile ritenere la stretta di mano ancora qualcosa di significativo, se è imposta per regolamento; nel caso non avvenisse questo rito, le società sarebbero sanzionate? I giocatori ammoniti? Espulsi (a partita finita, aggiungendo altro ridicolo)?
Un gesto morale è libero per definizione: è un atto di scelta, di volontà. Se la volontà è coatta non è più un gesto morale. Al limite è un gesto politico.
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Oggi, consci o no, parliamo tutti sportoghese.
Per sportoghese si intende un modo di esprimersi che fa ampio uso di termini propri dello sport per parlare d’altro. Ci sono tonnellate di esempi: per esempio quando usiamo “fair play” per parlare di un comportamento leale, senza tiri mancini (altro esempio).
È stato sostenuto che l’uso dello sportoghese nella politica è un “colpo basso”, portato da chi sta al potere contro i governati per creare un ambiente diverso nel quale i politici sono professionisti e i cittadini sono tifosi - e in quanto tali, non si preoccupano più di cosa fa la politica, ma solo che la loro parte politica vinca. Non è un caso che la situazione italiana contemporanea sia quella che è, dal momento che l’ha causata la discesa in campo (sportoghese fin dalla prima mossa) di un presidente di una squadra di calcio: gli aventi diritto al voto sono degli ultras che seguono senza porsi domande la propria bandiera, i propri colori. Lo spirito critico è stato annullato.
La figura politica più studiata sotto questo aspetto è l’ex presidente USA Richard Nixon [link ->]; è noto che prima dello scoppio dello scandalo Watergate [link ->] nel 1972 il presidente repubblicano si considerava il coach di una squadra di football, si rivolgeva ai suoi esecutori più fidati come a dei quarterback e così via. La pretesa del governo era gestire la cosa pubblica senza che nessuno si potesse intromettere.
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