Il punto sul fair play è solo uno, credo: che nessuno abbia vantaggi sui competitori in partenza - escluse le doti naturali.

Questo “principio” si può correggere oggi, perché si profila il doping genetico: un potenziamento dei geni è pur sempre naturale1, quindi potrebbe evidenziarsi il problema di persone con il dna potenziato contro persone con il dna “normale”. Se dall’eguale punto di partenza escludo le doti fisiche naturali, allora il doping genetico non è escluso: chi potrà permetterselo, vincerà tutte le gare. La soluzione? Accesso per tutti alle tecnologie di potenziamento genetico. Sarà il trionfo dell’eguale punto di partenza. Una mostruosità?

Non è detto: nello sport contano (a volte molto) le doti fisiche - compresa una buona capacità di ragionamento, per esempio strategica negli sport di squadra, o di concentrazione. Ma lo sport non si riduce alle caratteristiche fisiche: lo sport è tecnica, la quale può essere appresa più facilmente se abbiamo capacità fisiche migliori, ma deve comunque essere appresa e ci si lavora. Miglioramento delle capacità fisiche non implica tecnica, ma può permettere migliore tecnica. La stessa capacità strategica degli sport di squadra va allenata. Oltre a ciò, la volontà non è patrimonio genetico, ma culturale.

Insomma, sotto questo profilo un miglioramento genetico non sarebbe “sleale”, a condizione che sia accessibile a tutti. Questo significa che “dobbiamo liberalizzarlo”? Non lo so. So che «non si può fermare il progresso», quindi conviene ragionare su come renderlo disponibile per tutti, vale a dire “non ingiusto”.

  1. Naturale nel senso che è semplice amplificazione di capacità già scritte nel nostro codice genetico, e se questo è naturale, è naturale anche la sua amplificazione

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(n-sima versione del ragionamento, questa volta taglio corto)

Il requisito minimo per far parte della comunità morale, e quindi per godere delle tutele che questo comporta, è poter provare piacere/dolore.

Mi sembra poco, e soprattutto è un requisito passivo; l’implicazione dell’obbligo morale a “fare del bene” non so proprio da dove tirarla fuori. In questo modo la comunità morale obbligherebbe solo a non-fare del male agli altri membri. Quindi penso a un livello superiore in cui una parte attiva implichi il fare del bene. Questo sarebbe più morale che il non-far del male.

Parte passiva e parte attiva costituiscono la comunità morale; ma nella parte passiva ci siamo tutti (tutti quelli che possono provare piacere/dolore), nella parte attiva solo alcuni (tutti coloro che “fanno del bene”). Non è nemmeno detto che gli “alcuni” della parte attiva siano tutti animali umani: molti animali di altre specie hanno dimostrato di poter fare del bene alla comunità.

Mentre il requisito minimo (provare piacere/dolore) pone sugli altri solo un obbligo a non fare del male, il requisito ulteriore pone chi è capace di fare del bene nella condizione di poter scegliere. La scelta deriva dalla libertà e dal controllo della volontà che ogni individuo possiede.

Essere solo nella parte passiva della comunità non implica ragionamenti, educazione, nemmeno libertà: basta non dover subire dolore. Essere anche nella parte attiva richiede la capacità di valutare le situazioni, saper discernere il bene dal male, essere anche capaci di sacrificio personale (per esempio, chi perde la propria vita nel tentativo di salvarne altre).

Non è una questione di calcolo egoistico, perché appunto il caso del sacrificio personale, soprattutto verso estranei, è la pietra tombale per le teorie egoistiche; è propio una questione di benevolenza, mentre il requisito passivo è solo la non-malevolenza.

Le parti sono miste: non è detto che tra i passivi ci siano solo gli animali non umani e tra gli attivi solo gli umani. Anzi: molto spesso tra i passivi ci sono animali umani (vedi bambini o chiunque sia impossibilitato a “fare del bene”), e tra gli attivi degli animali non umani (vedi cani che salvano vite).

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Naturale e buono

Sep 4, 2008

Naturale equivale a buono?

La domanda ha un’importanza assoluta in etica a partire dagli inizi del Novecento, quando gli emotivisti [link ->] si basarono sui lavori di G. E. Moore [link ->] per poter impostare il concetto di fallacia naturalistica [link ->]: detto in breve e con l’esempio di Moore stesso, «buono» è un termine talmente semplice e completo in sé da essere indescrivibile, come se si dicesse «giallo». Non ci sono altri modi di spiegare il giallo. Inoltre, dal momento che è indescrivibile, è virtualmente inconoscibile: i sostenitori di questa idea sono anche catalogati come non-cognitivisti. Se non ci può essere “scienza” di «buono» è necessario che il suo significato sia in qualche modo determinato dal contesto, da chi usa il termine, dai sentimenti e dalle emozioni che suscitano l’uso del termine e dai sentimenti e dalle emozioni che vengono suscitate in conseguenza dell’uso del termine. Si arriva a dire che una classe di termini ha funzione non descrittiva ma performativa o prescrittiva o esortativa: «buono» esprime approvazione e quindi un invito a fare qualcosa di buono - anche se non potendo descrivere cosa è buono ci si deve limitare a suggerire di fare qualcosa che possa essere approvato.

Non esiste quindi un significato univoco. Non è possibile identificare qualcosa che è «per natura» buono. La filosofia, soprattutto quella anglosassone, della prima metà del Novecento sostiene con forza questa tesi. Non cognitivismo, non naturalismo, emotivismo - e si cerca il padre fondatore nella figura di Hume [link ->], costruendo quella che viene chiamata “legge di Hume”: non è possibile passare da is a ought. Si tratta di una “legge” meta-etica, vale a dire che riguarda il discorso morale: non si può, in sostanza, trasformare il percorso della propria argomentazione da una serie di frasi in cui il verbo è “è” a una in cui il verbo è “dovrebbe” - non si può passare dal descrittivo al prescrittivo, non si può passare dalla descrizione di fatti (natura) alla prescrizione di valori (”buono”). L’esito ultimo è che «buono» e «naturale» sono ontologicamente, essenzialmente separati. Il naturale non è (necessariamente) buono.

Dagli anni ‘60 dello stesso Novecento c’è un tentativo di recuperare il naturalismo, che parte dall’articolo di Elizabeth Anscombe [link ->] “Modern Moral Philosophy” [link ->], nel quale l’autrice spiega come la filosofia morale moderna usi concetti “vuoti” - come quello di “legge”, che ormai è inutile in quanto formalizzato quando ancora la religione guidava le vite delle persone e quindi c’era un Legislatore (il Dio cristiano). Da notare che la Anscombe è cattolica. Al posto di questi concetti vuoti propone il recupero di concetti pieni come erano quelli usati, per esempio, da Aristotele. La difficoltà principale è proprio il riutilizzo di «buono» in un senso naturalistico. Addirittura, direi che Aristotele lo usava in senso biologico. Ma la filosofia aristotelica era sostenuta dal teleologismo che il filosofo intravedeva nella natura: la natura, secondo lui, ha un fine. Le scienze moderne lo escludono: è il caso che “guida” l’evoluzione.

Come si recupera allora il naturalismo aristotelico, necessario per recuperare un concetto pieno di «buono»?

Il primo passo è una critica linguistica contro Moore. Si incarica del compito il marito di Elizabeth Anscombe, Peter Geach [link ->], che sottolinea come Moore abbia sbagliato completamente bersaglio: il termine «buono» usato in un’argomentazione morale non viene inteso come predicato (nel caso, avrebbe ragione Moore: sarebbe semplice, elementare, indescrivibile), ma come attributo. Ogni valutazione implica un uso attributivo di «buono», sia che si parli di un pranzo o di un amico: indica perciò un insieme di qualità che riteniamo debbano avere pranzi e amici per poter essere considerati buoni - ovviamente il set cambia, se parliamo di un amico piuttosto che di un pranzo. Nessuno mangia gli amici. Comunque, detto in parole (molto) povere, noi facciamo tranquillamente il salto da una descrizione a una valutazione, passiamo da un linguaggio descrittivo a uno morale. I confini non sono così netti, ma non abbiamo problemi a percepire quando «buono» è usato come giudizio morale.

Dico di più: immaginiamo di definire buono un pranzo. In primo luogo, viene in mente che il giudizio non è di tipo morale, ma estetico. Buon gusto, per esempio. Però possiamo immaginare anche un uso morale di buono per un pranzo: per esempio, se per prepararlo non si causano danni all’ambiente (mangiare frutta fuori stagione non è un buon pranzo, perchè aumenta l’inquinamento per i trasporti, lo sfruttamento delle terre, la schiavitù delle popolazioni dove si coltiva quella frutta cioè solitamente paesi poveri, eccetera). Basta cambiare il set di fatti per cambiare significato al valore di «buono». Philippa Foot ne La natura del bene [link interno ->] presenta in modo completo la sua ripresa del naturalismo e i passi necessari (che io ho molto sintetizzato) per arrivarci.

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L’ideale olimpico

Sep 1, 2008

Sul sito della ACB [link ->], la lega di pallacanestro spagnola, si trova un link a un testo [link ->] preparato dall’Accademia Olimpica di quel Paese che piace a un numero sempre maggiore di italiani. La grafica è d’impatto, si può sfogliare il libro online. Ma la comodità è scaricarselo gratuitamente in pdf, basta cliccare dove c’è scritto «Descargar libro (PDF)».

Lo spagnolo non è difficile da seguire, anche se non si conosce perfettamente la lingua di Cervantes. Voglio sottolineare un punto dove si dice senza peli sulla lingua una cosa che può dar fastidio se mal interpretata:

CITIUS- ALTIUS - FORTIUS

Significa más rapido, más alto, más fuerte y simboliza la meta del olimpismo tratando de conseguir una raza humana superior a través de la práctica deportiva1

Ovvero in traduzione

CITIUS- ALTIUS - FORTIUS

Significa più veloce, più in alto, più forte e rappresenta il fine dell’olimpismo che cerca di ottenere una razza umana superiore per mezzo della pratica sportiva

Problemi con l’eugenetica?

  1. Conrado Durántez, Olimpismo y deporte. Valores y símbolos, p. 12 del pdf / p. 11 della versione online *link ->*

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1. I Giochi non dovrebbero essere chiamati Olimpiadi se non sono svolti a Olimpia.

2. La variazione di sede, che nelle intenzioni di de Coubertin serviva a diffondere i valori di fratellanza e rispetto in tutto il mondo, ormai è solo un buco nel sistema: i Giochi vengono assegnati in base al peso politico ed economico di chi li chiede, e vengono usati come vetrina e propaganda. Per evitare la strumentalizzazione dei Giochi, sarebbe opportuno ritornare all’uso originario: le Olimpiadi si svolgano sempre a Olimpia.

3. Le Olimpiadi siano celebrazione degli atleti che vi partecipano, e la nazionalità degli atleti sia un semplice strumento per organizzare le squadre. Chi vince l’oro ottenga, come nell’antichità, la cittadinanza onoraria di Olimpia.

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by alex | Categories: concetti | Tagged: , , , | 5 Comments