La montagna che cammina, per i pochi (spero) che non lo sanno, era Primo Carnera.

Campione mondiale dei pesi massimi nel 1933, spodestato nel 1934 da Max Baer, riciclatosi nella lotta libera-catch e nel cinema. Primo Carnera è a tutti gli effetti un mito moderno. Martedi prossimo, 22 aprile 2008, al Madison Square Garden verrà proiettata un’anteprima del film “The Walking Mountain” [link ->] di Renzo Martinelli. Un film italiano con cast e aspirazioni internazionali, recitato in inglese proprio per la distribuzione.

Perché Carnera affascina ancora oggi?

Nel 2001 Davide Toffolo disegnò un fumetto, intitolato proprio Carnera. La montagna che cammina, in cui raccontava per immagini il percorso dal paesino alle stelle, da Sequals al titolo mondiale contro Sharkey. Vediamo Carnera passare per fame dall’Italia alla Francia, dove prima fa il falegname e poi il gigante del circo, e infine approda alla boxe. E i suoi pugni pesanti cominciano a diventare famosi. La sua stazza non fa paura, ma suscita un sentimento di simpatia tra la gente: è il gigante buono, l’eroe che aiuta tutti e vuol bene a tutti. Nella presentazione di Toffolo c’è un passaggio che contribuisce a chiarire i motivi del fascino della figura del campione:

Carnera era un moderno Golia, un maciste, amato dalla gente innamorata del suo spettacolare fisico e del sorriso generoso di eroe buono (…). Per immaginare una scrittura che sostenesse questa idea sono partito, come sempre mi succede da qualcosa a me familiare, l’amore che mio nonno Giovanni, quasi coetaneo del campione, portava per Carnera, come lui accompagnato nel suo percorso esistenziale da una moralità semplice, dove il forte coincide con il buono e il buono con il giusto. 1

Carnera è simbolo di forza, ma soprattutto di forza di volontà e pulizia. Ha tutte le qualità che si cercano in un eroe popolare. A fine 2003 si poteva trovare in allegato alla Gazzetta dello Sport un’edizione speciale intitolata Io, Primo Carnera. Il manoscritto ritrovato: si tratta di una specie di breve autobiografia, redatta da Carnera a fine anni ‘40 presumibilmente, in cui è lo stesso pugile a raccontare la sua vita. Dalle pagine emerge il carattere buono e un po’ naif del gigante friulano, che affronta il mondo e alla fine torna alla tranquillità del suo paesino. Insomma, è una bella storia.

Consigliatissimi:
- Io, Primo Carnera, supplemento alla Gazzetta dello Sport, 12 settembre 2003.
- Carnera. La montagna che cammina, Edizioni Biblioteca dell’immagine, 2001.

  1. Davide Toffolo, Carnera. La montagna che cammina, Edizioni Biblioteca dell’immagine, Pordenone. p. 8

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by alex | Categories: personaggi, storia | Tagged: | No Comments

Tibet e Cina

Mar 18, 2008

Lo sport e la cosiddetta società civile non sono divisi da rigide barriere. Gli sportivi sono anche cittadini. E spesso sono il simbolo della loro città o della loro nazione - pensiamo a cosa significa Larry Bird per French Lick (uno degli innumerevoli paesoni di campagna nell’Indiana), che non sarebbe nemmeno sulle mappe senza l’illustre concittadino; o quale rilievo politico abbiano avuto le vittorie italiane ai campionati del mondo di calcio (’34 e ‘38, durante il fascismo; ‘82, con Pertini in tribuna assieme a re Juan Carlos). Pensiamo a quanti ex-sportivi si siano dati alla politica: “Governator” Arnold Schwarzenegger, o gli italici Rivera e Rossi, per citarne giusto una manciata. Oppure a quanto il linguaggio della politica sia influenzato da quello dello sport, a partire dalle squadre di governo. L’abuso di questa vicinanza è rischioso, ma non significa che l’essere sportivi sia un ostacolo all’essere buoni cittadini o buoni politici. Anzi in molti hanno ritenuto che un’educazione sportiva fosse un valido apporto alla formazione del buon cittadino, dai greci fino a Thomas Arnold e all’ideale olimpico di Pierre deCoubertin.

(Picture from the net)
Creative Commons License photo credit: drhenkenstein

Ieri ho letto sulla Gazzetta dello Sport la pagina dedicata agli approfondimenti non sportivi (Gazzetta dello Sport, 17 marzo 2008, p. 43). Giorgio Dell’Arti parla della situazione del Tibet occupato dalla Cina, e dell’ipotesi di boicottare i Giochi olimpici che quest’anno si svolgeranno a Pechino. La chiusa del suo articolo è pessimista:

Aveva ragione Brenno: guai ai vinti.

Dell’Arti teme che ogni manifestazione simbolica sarebbe inutile: la Cina è una potenza a tutti i livelli, guida o guiderà l’economia mondiale, e nessun altro Stato muoverà un dito. Altri opinionisti sono dello stesso parere: un gesto simbolico alle Olimpiadi non ha mai funzionato, dicono. Né il pugno alzato e guantato di Tommy Smith e John Carlos (i due atleti furono anzi puniti ed esclusi a vita dai Giochi), oro e bronzo sui 200m a Mexico 1968 - Paese già funestato dal massacro di Tlatelolco [link ->]; né le proteste contro l’esclusione degli ebrei dalle squadre nel 1936; né le preoccupazioni (durate un solo giorno) per l’assassinio di atleti di Israele a Monaco 1972.

Accanto all’articolo di Dell’Arti si trova la risposta di Reinhold Messner, il cui curriculum sportivo parla da solo, che la pensa un po’ diversa: ritiene infatti che sarebbe utile un segno di protesta da parte di atleti o partecipanti a vario titolo, per esempio i capi di Stato invitati. Proprio il fatto che lo sport olimpico, sommerso nel denaro e nei giochi dei potenti, finora ha dato cattivi esempi è un motivo in più per provare finalmente qualcosa di importante. Inoltre il potere di un simbolo resta nel tempo: oggi ricordiamo Smith e Carlos, magari nel 2017 la Cina avrà subito la sorte che ha colpito il Terzo Reich o il blocco sovietico.

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by alex | Categories: casi, storia | Tagged: , , , , | No Comments

Nel gennaio 1958, cioè 50 anni fa, Philosophy - vol. XXXIII, n° 124, pp. 1-19 - pubblicava un articolo di Elizabeth Anscombe [link ->]. La pensatrice inglese era già nota per i suoi lavori che ripercorrevano i temi del suo maestro Wittgenstein, soprattutto per il testo Intention del 1957. Ma in “Modern Moral Philosophy” [link ->] troviamo un punto di svolta per la filosofia morale: l’apertura all’etica applicata dopo l’indigestione di metaetica, e soprattutto un cambio di prospettiva, l’attacco ai due filoni dominanti del kantismo e dell’utilitarismo (vuoti e insensati, dice la moglie di Peter Geach) e il ritorno all’etica delle virtù.

50 anni.

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Un processo illecito

Jan 12, 2008

Lo scandalo “Calciopoli” (in un Paese tanto burino che qualsiasi cosa salti fuori bisogna scandalizzarsi e chiamarlo qualcosopoli, come se ci fossero città unicamente abitate da chi pratica un certo vizio), emerso nel 2006, mostrò la voglia dello sport più popolare di darsi una ripulita. Almeno è quello che credono le persone che vedono i telegiornali, che non hanno modo né voglia di leggere le sentenze (che paiono fumose e incomplete), che sono state convinte che in Italia c’era una cupola che controllava il calcio e nessun altro era colpevole.

A far chiarezza prova Luther Blissett con Il processo illecito [link ->]; Luther Blissett, vero nome di un antico calciatore [link ->] del Milan, è diventato noto come nome collettivo per situazionisti di vario genere. Le neanche 60 pagine del testo sono una veloce introduzione e spiegazione di cosa -presumibilmente- accadde in quei giorni, e l’autore (gli autori?) si chiede come mai non siano state prese in considerazione per esempio:

  1. le dichiarazioni di Paolo Bergamo («tutti i dirigenti mi telefonavano ogni settimana, l’Inter con Facchetti più di tutti»)
  2. la sparizione di alcune telefonate di dirigenti che all’inizio di calciopoli appaiono, poi scompaiono o vengono dimenticate
  3. le citazioni sui presunti favori di Galliani in Parlamento a Paparesta (anche queste “dimenticate” dal procuratore federale Palazzi)
  4. le dichiarazioni di De Santis («molti mi chiamavano, mai sentito Moggi»)
  5. le conclusioni della Procura di Torino che sostengono che dalle intercettazioni si evince esattamente il contrario di quanto affermato dalle accuse circa l’esistenza della “cupola” (conclusioni confermate dalle sentenze “calciopoli”)

(cito da p. 6)

Insomma, per conoscenza.

Via BooksBlog [link ->]

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Choi Yo-Sam

Jan 8, 2008

Choi Yo-Sam è l’ultimo pugile morto dopo un incontro.

Ansa.it riporta che in circa cent’anni di storia (contemporanea) della boxe sono oltre 500 le vittime, e fornisce anche un elenco delle più recenti [link ->]. TGcom ricorda che la morte sul ring di un altro pugile coreano, Kim Deuk-Koo, sconfitto nel 1982 dall’italoamericano Ray Mancini, aveva aperto una serie di disgrazie: la madre del coreano e l’arbitro si erano suicidati (la madre per il dolore, l’arbitro perché subiva il senso di colpa per non aver sospeso l’incontro prima), e lo stesso Mancini era caduto in profonda depressione [link ->]. Persino Primo Carnera [link ->] aveva un morto sulla coscienza, Ernie Schaaf, sconfitto nel febbraio 1933 (lo stesso anno del titolo mondiale dei pesi massimi strappato a Sharkey) e deceduto dopo l’incontro (alla fine del quale non sembrava accusare questo problema) a causa di un’emorragia cerebrale. Carnera fu aiutato a uscire dalla sua depressione dalla stessa madre di Schaaf, che non gli rimproverò mai la morte del figlio.

Possiamo ricordare la storia di Carlos Monzon [link ->], argentino-indio che strappò il titolo a Nino Benvenuti nel 1970: carriera chiusa nel 1977, poi galera per aver ucciso la sua compagna, e morte nel 1995 (53enne) in un incidente stradale. O il soprannome di Paolo Vidoz [link ->]: “mascella di titanio”. E non perché sia un forte incassatore, ma perché nell’incontro con Nikolai Valuev [link ->] (che ci sarà un motivo se è soprannominato “la bestia dell’Est”) subisce una frattura tale da doverla completamente ricostruire chirurgicamente. E tutti ancora ci ricordiamo i forti tremori di Alì (Cassius Clay) quando accendeva la fiamma olimpica ad Atlanta 1996 - non proprio la forma smagliante e l’agilità di quando era re [link ->]: certo è colpa del Parkinson, ma vuoi che le (poche) botte che ha preso gli abbiano fatto bene? Persino un film, Million Dollar Baby [link ->], non ha propriamente un lieto fine. D’altra parte, i ragazzi più poveri di molti Paesi (esempi: USA, Argentina, ex-URSS, latinoamerica) trovano nel pugilato la salvezza da una vita tra gangs e droga, che si chiude con un pallottola tra le costole. La boxe, la “nobile arte”, da parecchi spunti per pensare.

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