Aldo Aledda cita gli studi di Kendall Blanchard (The Antropology of Sport, Bergin&Garvey, Wesport-London, 1995) sulla discussione riguardante la competizione, se sia un tratto naturale o culturale.
Molti specialisti ritengono che la competizione sia un “difetto” solamente culturale, che rovina la natura essenzialmente collaborativa degli esseri umani. L’esempio antropologico sarebbero gli indigeni Semai della Malesia [link ->], che sono ipercooperativi. Uno dei problemi di questo punto di vista è l’assunzione principale, cioè che la competizione sia antitetica alla cooperazione: io credo che non siano esclusive ma complementari [link interno ->]. Tolto questo, bisognerebbe sempre dimostrare che l’essere umano non è naturalmente competitivo, ma è un’altra prova molto ardua - proprio la strada sbagliata. Di fatto anche tra le popolazioni più cooperative ci sono tratti competitivi: non è che tra i Semai non nascono conflitti. Accanto a questi tratti competitivi (uso qui il termine “competizione” con l’accezione che ha nelle idee dei critici), troviamo sempre un apparato culturale per gestire la competizione/competitività. I Semai, appunto, discutono invece di fare a pugni, e alla fine arrivano a una decisione che risolve il conflitto pur senza voler attribuire colpe o meriti. Questo apparato culturale può senza grosse difficoltà essere identificato con l’etica.
Non è pienamente naturale, ma nemmeno non-naturale: dipende infatti da “come siamo fatti”, dalle nostre relazioni reciproche, dall’ambiente in cui vivamo e così via. Comunque, per la sua struttura culturale, la sua trasmissione non è per generazione ma per educazione. Lo sport, e prima ancora il gioco, ha significati pedagogici che cominciano dall’autocontrollo, dal possesso di sé. Con l’evoluzione culturale, il gioco arriva allo sport, che è più complesso perché ha un sistema di regole, scritte e non scritte, che il gioco non ha (è libero per definizione). Le regole dello sport servono per dare uniformità alla competizione, e in fondo anche senso (regole costitutive [link interno ->]).
Quindi lo sport si dota di sistemi di cooperazione per gestire la competitività, e poi questi sistemi tornano utili anche nella società più ampia. Per questo si ritiene che lo sport sia educativo e trasmetta valori desiderabili.
Bibliografia:
p. 29
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alex |
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Le tappe dello sport femminile si possono riassumere in grandi periodi (consiglio anche Aledda 2002 [link ->]):
1. Grecia arcaica e classica: atteggiamento ambivalente. Platone (Repubblica, 451d-457b [link ->] [link ->]) fa dire a Socrate che le donne guerriere devono praticare la ginnastica (letteralmente: “cosa che si fa da nudi” o da “poco vestiti”) tanto quanto gli uomini guerrieri, perché ci si deve basare sulla natura come attitudini e non sulla natura come sesso biologico. Sappiamo che a Sparta le donne si allenavano con gli uomini (e Sparta è un modello politico per diversi filosofi ateniesi, paradossalmente) almeno fino al matrimonio; evidentemente la ginnastica per le donne era un metodo per essere madri forti di figli forti. Ma ad Atene e in gran parte della Grecia erano escluse.
2. periodo cristiano: il cristianesimo è decisamente ostile alla ginnastica (lancia accuse - anche fondate - di volgarità, viziosità, omosessualità e persino pedofilia) perché la ginnastica è culto del corpo. Invece il cristianesimo usa la distinzione platonica tra reale e ideale per dare priorità allo spirito, l’unico regno non controllabile dalle legioni romane. Le donne vengono rigettate in posizione subordinata: sono veicolo del peccato, e in fondo è colpa di Eva se siamo finiti tutti in questa valle di lacrime; loro sono più corpo che spirito e quindi si possono decisamente scordare lo sport. Questo ammonimento varrebbe anche per gli uomini, ma fortunatamente questi sono attratti dal richiamo della palla (chi non lo subisce? Basta vedere un pallone e vien voglia di giocare), non ascoltano il parroco e così alcuni giochi sopravvivono durante tutto il Medioevo, e altri ne nascono che saranno poi aperti alle donne.
3. XVIII sec.: la rivoluzione industriale cambia il mondo. La vita si svolge in città e le condizioni igieniche scarse consigliano una pratica ginnica per ragioni di salute. Il passo verso lo sport è breve.
4. XIX sec.: anche le donne cominciano ad avere accesso allo sport. Sono inizialmente le appartenenti ai ceti elevati. Golf e tennis, assieme all’equitazione, sono gli sport d’elezione. Golf e tennis sono tra i primi sport olimpici femminili. Curioso il fatto che De Coubertin fosse contrario alla partecipazione femminile alle Olimpiadi. Peraltro stiamo arrivando anche agli anni delle suffragette, delle lotte per i diritti civili, alla prima affermazione del femminismo.
5. Il Novecento: Shari Dworkin e Leslie Heywood studiano la figura della donna atleta come modello per le giovani. La seconda ondata del femminismo (quella degli anni ‘60/’70) ha portato a diverse conquiste, per esempio all’approvazione (1972) del Title IX [link ->] dell’Education Amendment, negli USA; in base a questo emendamento della Costituzione, tutte le istituzioni finanziate anche o solo con fondi federali/statali devono garantire pari opportunità di accesso allo studio e allo sport per tutte le classi fino ad allora discriminate. La terza ondata è la presente: le giovani cominciano a vedere le atlete non più come “uomini mancati” ma come modelli anche di femminilità. Atlete come la Kournikova [link ->] o Marion Jones [link ->] che appaiono tanto sulle copertine di riviste di sport quanto su quelle di moda sono un portato della nuova cultura. Virtù e vizi del nuovo modello non mancano (per esempio, la Jones ha confessato [link ->] di essere stata una dopata). Secondo Dworkin e Heywood sono più le virtù.
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Molta letteratura specialistica fa iniziare lo sport come costola della religione; sarebbe un particolare metodo per la celebrazione del rito.
Aldo Aledda ha invece un’idea diversa: il fatto che le prime espressioni dello sport siano concomitanti a rappresentazioni religiose non significa che sia la religione ad avere la precedenza e a creare lo sport. Semplicemente, lo spirito sportivo ha trovato spazio per esprimersi come dono agli dei, ma esisteva già. Nella cultura occidentale, lo sport nasce in Grecia e trova l’apice nei giochi di Olimpia. I greci che studiamo sui libri sono fortemente competitivi, dall’età degli eroi fino alla decadenza politica e sociale del sistema delle poleis. In vita si cerca l’onore, si deve fare qualcosa meglio degli altri.
A Olimpia c’era un santuario di Zeus. E nient’altro, nessun paese o città, niente locali. In fondo ci si arrivava solo ogni quattro anni. A guidare i giochi c’erano degli speciali “sacerdoti del gioco”, gli ellanodici, giudici o arbitri. La concomitanza di religione e sport non dice niente più del fatto che fossero celebrati contemporaneamente. Lo sport è celebrazione degli individui che lo praticano.
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