Discorsi vuoti

Sep 29, 2008

Ci sono alcuni che, ritenendo che il compito del filosofo sia quello di non dire mai nulla a caso, ma sempre argomentando, spesso non si rendono conto di fare discorsi estranei all’oggetto e vuoti, e si comportano così talvolta per ignoranza e talvolta per esibizionismo, e accade che anche persone esperte e capaci di agire siano vittime di individui che non posseggono né hanno la capacità di acquisire un pensiero ordinatore e in grado di orientare l’azione.1

Bibliografia: Immagine di Le tre etiche. Testo greco a fronte

  1. Aristotele, Etica Eudemia, 1216 b 40 - 1217 a 7. Trad. di A. Fermani

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by alex | Categories: citazioni | Tagged: , , | 3 Comments

Naturale e buono

Sep 4, 2008

Naturale equivale a buono?

La domanda ha un’importanza assoluta in etica a partire dagli inizi del Novecento, quando gli emotivisti [link ->] si basarono sui lavori di G. E. Moore [link ->] per poter impostare il concetto di fallacia naturalistica [link ->]: detto in breve e con l’esempio di Moore stesso, «buono» è un termine talmente semplice e completo in sé da essere indescrivibile, come se si dicesse «giallo». Non ci sono altri modi di spiegare il giallo. Inoltre, dal momento che è indescrivibile, è virtualmente inconoscibile: i sostenitori di questa idea sono anche catalogati come non-cognitivisti. Se non ci può essere “scienza” di «buono» è necessario che il suo significato sia in qualche modo determinato dal contesto, da chi usa il termine, dai sentimenti e dalle emozioni che suscitano l’uso del termine e dai sentimenti e dalle emozioni che vengono suscitate in conseguenza dell’uso del termine. Si arriva a dire che una classe di termini ha funzione non descrittiva ma performativa o prescrittiva o esortativa: «buono» esprime approvazione e quindi un invito a fare qualcosa di buono - anche se non potendo descrivere cosa è buono ci si deve limitare a suggerire di fare qualcosa che possa essere approvato.

Non esiste quindi un significato univoco. Non è possibile identificare qualcosa che è «per natura» buono. La filosofia, soprattutto quella anglosassone, della prima metà del Novecento sostiene con forza questa tesi. Non cognitivismo, non naturalismo, emotivismo - e si cerca il padre fondatore nella figura di Hume [link ->], costruendo quella che viene chiamata “legge di Hume”: non è possibile passare da is a ought. Si tratta di una “legge” meta-etica, vale a dire che riguarda il discorso morale: non si può, in sostanza, trasformare il percorso della propria argomentazione da una serie di frasi in cui il verbo è “è” a una in cui il verbo è “dovrebbe” - non si può passare dal descrittivo al prescrittivo, non si può passare dalla descrizione di fatti (natura) alla prescrizione di valori (”buono”). L’esito ultimo è che «buono» e «naturale» sono ontologicamente, essenzialmente separati. Il naturale non è (necessariamente) buono.

Dagli anni ‘60 dello stesso Novecento c’è un tentativo di recuperare il naturalismo, che parte dall’articolo di Elizabeth Anscombe [link ->] “Modern Moral Philosophy” [link ->], nel quale l’autrice spiega come la filosofia morale moderna usi concetti “vuoti” - come quello di “legge”, che ormai è inutile in quanto formalizzato quando ancora la religione guidava le vite delle persone e quindi c’era un Legislatore (il Dio cristiano). Da notare che la Anscombe è cattolica. Al posto di questi concetti vuoti propone il recupero di concetti pieni come erano quelli usati, per esempio, da Aristotele. La difficoltà principale è proprio il riutilizzo di «buono» in un senso naturalistico. Addirittura, direi che Aristotele lo usava in senso biologico. Ma la filosofia aristotelica era sostenuta dal teleologismo che il filosofo intravedeva nella natura: la natura, secondo lui, ha un fine. Le scienze moderne lo escludono: è il caso che “guida” l’evoluzione.

Come si recupera allora il naturalismo aristotelico, necessario per recuperare un concetto pieno di «buono»?

Il primo passo è una critica linguistica contro Moore. Si incarica del compito il marito di Elizabeth Anscombe, Peter Geach [link ->], che sottolinea come Moore abbia sbagliato completamente bersaglio: il termine «buono» usato in un’argomentazione morale non viene inteso come predicato (nel caso, avrebbe ragione Moore: sarebbe semplice, elementare, indescrivibile), ma come attributo. Ogni valutazione implica un uso attributivo di «buono», sia che si parli di un pranzo o di un amico: indica perciò un insieme di qualità che riteniamo debbano avere pranzi e amici per poter essere considerati buoni - ovviamente il set cambia, se parliamo di un amico piuttosto che di un pranzo. Nessuno mangia gli amici. Comunque, detto in parole (molto) povere, noi facciamo tranquillamente il salto da una descrizione a una valutazione, passiamo da un linguaggio descrittivo a uno morale. I confini non sono così netti, ma non abbiamo problemi a percepire quando «buono» è usato come giudizio morale.

Dico di più: immaginiamo di definire buono un pranzo. In primo luogo, viene in mente che il giudizio non è di tipo morale, ma estetico. Buon gusto, per esempio. Però possiamo immaginare anche un uso morale di buono per un pranzo: per esempio, se per prepararlo non si causano danni all’ambiente (mangiare frutta fuori stagione non è un buon pranzo, perchè aumenta l’inquinamento per i trasporti, lo sfruttamento delle terre, la schiavitù delle popolazioni dove si coltiva quella frutta cioè solitamente paesi poveri, eccetera). Basta cambiare il set di fatti per cambiare significato al valore di «buono». Philippa Foot ne La natura del bene [link interno ->] presenta in modo completo la sua ripresa del naturalismo e i passi necessari (che io ho molto sintetizzato) per arrivarci.

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Perbacco!

Jul 26, 2008

Dal sito ibs.it [link ->]

Lo devo comperare.

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Ci sono un prete cattolico, un pastore valdese, un rabbino ebreo, un imam musulmano, un monaco zen e un filosofo.

Purtroppo non è una barzelletta, e non fa ridere: è il riassunto di un programma RAI in onda nel cuore della notte, “Tra cielo e terra”, dopo le 23:30 del venerdì. Ieri per caso ero sveglio e ho visto questi personaggi discutere di felicità, cos’è e come si può ottenere, se si può. A parte l’evidente legnosità del conduttore - comunque è una prima, quindi è normale, deve prendere il ritmo, mi sono stupito di due cose: l’incapacità di arrivare al punto e lo squilibrio delle possibilità di dare opinioni.

Sul primo punto: certo, è difficile come tema. Alzi la mano chi sa cos’è la felicità e come raggiungerla, chi ha la ricetta infallibile. Sono venute fuori distinzioni interessanti, anche se dovrebbero essere normali, tra felicità come stato d’animo e felicità come progetto. Il musulmano e l’ebreo sostenevano l’idea di progetto. La domanda sulla teodicea ha messo in crisi il cattolico, che non ha risposto ma ha girato la frittata (anni di studi servono a qualcosa), ma non l’ebreo, che ha risposto che si deve lodare dio anche per il male, questa è la dottrina.

Il filosofo (M. Ferraris) era l’unico “ateo” o l’unico “laico”, o l’unico senza risposte se vogliamo. C’erano quattro rappresentanti dello stesso dio (ebreo, cattolico, musulmano e protestante), un senza dio (il filosofo) e uno che per tradizione non si sa dove si ponga ma prendendoti in giro cerca di svegliarti (il monaco zen).

Non è venuto fuori che la felicità è sia stato d’animo, emozione, sentimento, che progetto di vita. Il filosofo non ha citato Aristotele, che pure ha dedicato la vita a questo tema, né le scuole ellenistiche, né niente. Pienezza, sorpresa, gratuità. Suggerisco Natoli, La felicità, e Haidt, Felicità. Un’ipotesi.

Immagine di La felicità Immagine di Felicità: un'ipotesi

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Aristotele:

Chiamo passioni: desiderio, ira, paura, ardimento, invidia, gioia, affetto, odio, brama, gelosia, pietà e in generale tutto ciò cui fa seguito piacere e dolore; chiamo capacità quelle cose in base alle quali siamo capaci di provare quelle passioni, per esempio ciò in base a cui siamo in grado di adirarci, addolorarci o avere pietà; chiamo stati abituali quelle cose in base alle quali ci atteggiamo bene o male riguardo alle passioni. 1


Bibliografia: Immagine di Etica Nicomachea

  1. Etica Nicomachea, 1105b

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