(n-sima versione del ragionamento, questa volta taglio corto)
Il requisito minimo per far parte della comunità morale, e quindi per godere delle tutele che questo comporta, è poter provare piacere/dolore.
Mi sembra poco, e soprattutto è un requisito passivo; l’implicazione dell’obbligo morale a “fare del bene” non so proprio da dove tirarla fuori. In questo modo la comunità morale obbligherebbe solo a non-fare del male agli altri membri. Quindi penso a un livello superiore in cui una parte attiva implichi il fare del bene. Questo sarebbe più morale che il non-far del male.
Parte passiva e parte attiva costituiscono la comunità morale; ma nella parte passiva ci siamo tutti (tutti quelli che possono provare piacere/dolore), nella parte attiva solo alcuni (tutti coloro che “fanno del bene”). Non è nemmeno detto che gli “alcuni” della parte attiva siano tutti animali umani: molti animali di altre specie hanno dimostrato di poter fare del bene alla comunità.
Mentre il requisito minimo (provare piacere/dolore) pone sugli altri solo un obbligo a non fare del male, il requisito ulteriore pone chi è capace di fare del bene nella condizione di poter scegliere. La scelta deriva dalla libertà e dal controllo della volontà che ogni individuo possiede.
Essere solo nella parte passiva della comunità non implica ragionamenti, educazione, nemmeno libertà: basta non dover subire dolore. Essere anche nella parte attiva richiede la capacità di valutare le situazioni, saper discernere il bene dal male, essere anche capaci di sacrificio personale (per esempio, chi perde la propria vita nel tentativo di salvarne altre).
Non è una questione di calcolo egoistico, perché appunto il caso del sacrificio personale, soprattutto verso estranei, è la pietra tombale per le teorie egoistiche; è propio una questione di benevolenza, mentre il requisito passivo è solo la non-malevolenza.
Le parti sono miste: non è detto che tra i passivi ci siano solo gli animali non umani e tra gli attivi solo gli umani. Anzi: molto spesso tra i passivi ci sono animali umani (vedi bambini o chiunque sia impossibilitato a “fare del bene”), e tra gli attivi degli animali non umani (vedi cani che salvano vite).
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Aristotele:
Chiamo passioni: desiderio, ira, paura, ardimento, invidia, gioia, affetto, odio, brama, gelosia, pietà e in generale tutto ciò cui fa seguito piacere e dolore; chiamo capacità quelle cose in base alle quali siamo capaci di provare quelle passioni, per esempio ciò in base a cui siamo in grado di adirarci, addolorarci o avere pietà; chiamo stati abituali quelle cose in base alle quali ci atteggiamo bene o male riguardo alle passioni.
Bibliografia:
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Quando Alasdair MacIntyre parla di pratiche, distingue per ciascuna dei beni interni ed esterni. I beni interni di una pratica sono quelli che si possono ottenere solo con quella pratica. Nello sport, questo punto di vista può coincidere con quello di Robert Simon, che riprendendo le tesi di Jane English [link interno ->] aggiunge ai benefici fondamentali e scarsi/supplementari i benefici costitutivi. Simon ha in mente soprattutto il piacere del gioco, quello che il giocatore prova e può aumentare dedicandosi maggiormente al gioco stesso, in modo da apprendere meglio le tecniche. Diventa un piacere funzionale, saper fare sempre meglio i movimenti del proprio gioco. Un piacere che deriva da un’eccellenza, sempre in costruzione. Chi non gioca non può nemmeno conoscere questo bene interno, anche se vede che i campioni possono in aggiunta godere di beni esterni come la fama e il denaro (parallelo con Jane English: gli scarce benefits); i beni esterni non dipendono dalla pratica, ma possono essere comuni a pratiche diverse. Posso avere soldi e fama facendo lo sportivo, il politico, il boss della malavita.
Sono dunque i beni interni che perseguo a caratterizzare il mio valore morale.
Bibliografia:

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Un lettore del Corriere della Sera scrive a Severgnini [link ->]: «una pubblicità dice che lo sport non è fatto di regole, ma io credo che lo sport comprenda le regole».
Lo sport non è fatto di regole e non le comprende. Nello sport possiamo individuare un sistema che si è dato un regolamento per stabilire dimensioni del campo di gioco, durata dell’incontro, tipo di punteggio, violazioni e punizione delle violazioni - le regole costitutive, che costituiscono/costruiscono quel determinato sport; per esempio, se gioco a pallamano non posso toccare palla con i piedi, perché altrimenti non è pallamano ma qualcosa d’altro.
Ma c’è anche un regolamento non scritto, un insieme di norme accettate e condivise dai praticanti - le regole di strategia. Vado al campetto a giocare a basket, non ci sono arbitri né regolamenti particolari (ovviamente, si rispettano le regole costitutive perché altrimenti non si gioca a basket ma a qualcosa d’altro) , e quando c’è una violazione intervengono sistemi di equilibrio accettati e condivisi, per esempio “palla contesa, palla alla difesa”, o “la difesa (o l’attacco) chiama il fallo”. La base di questo secondo regolamento è l’accordo tra i partecipanti, accordo implicito, tacito. Ciò che sostiene e fa funzionare il sistema delle regole di strategia è il concetto di onore del giocatore: nessun giocatore può pensare di infrangere impunemente una regola di strategia, la pagherà sempre e possibilmente con gli interessi.
La lettera del lettore di Severgnini includeva nella critica anche le emozioni, che sarebbero preferite alle regole. Bene, il sistema di regole (quelle costitutive) funziona in base a un progetto di etica kantiana, l’universalizzabilità delle norme “giuste” e razionali. La fondazione del diritto è un successo di questo tipo di ragionamento. Ma lo sport va oltre le regole, e mantiene come etica di riferimento non il giusto (che è strumentale: lo sport ha le stesse regole in ogni parte del mondo per un requisito di uniformità), ma il buono - anzi, il migliore; e l’individuazione del migliore non avviene tramite regole razionali, ma tramite emozioni morali.
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“Buono” è un concetto chiave nella storia dell’etica. Anzi forse è il concetto più importante. Philippa Foot lo interpreta come attributivo, non predicativo. Cosa vuol dire?
A inizio Novecento G.E. Moore suggeriva che “buono” non avesse significati descrivibili. Sarebbe un predicato in sé, con il solo significato di “buono” e il solo sinonimo di “buono”. Come “giallo”. Una manna per gli emotivisti e per la bella società di inizio secolo.
La Foot invece, per recuperare un valore descrittivo al termine, quel valore che le permette di riproporre un’etica delle virtù (virtù è eccellenza, ed eccellenza è superlativo di bontà - bontà di qualcosa), potrebbe contrapporre allo svuotamento operato da Moore diverse teorie: per esempio il disegno intelligente (un argument from design fu proposto da Thomas Reid contro lo scetticismo di Hume) nelle versioni filosoficamente strutturate. Oppure la soluzione laica scelta dalla filosofa inglese, pur rifacendosi ad argomenti di filosofi cattolici come appunto Geach e sua moglie Elizabeth Anscombe: Peter Geach sostiene che “buono” non ha valore predicativo, quanto piuttosto attributivo. Serve per completare la definizione di un sostantivo: un buon amico, un buon giocatore, e così via.
Bibliografia: 
P.S. ho recensito questo libro per Recensioni Filosofiche [link ->]
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