Un po’ mi sono stupito ieri, vedendo prima le prove di ginnastica penso ritmica e poi guardando intenzionalmente la boxe (soprattutto Cammarelle vs. Price). Ho pensato che la ginnastica artistica/ritmica non è sport, e che le ragazze che lo praticano sono schiave di un ideale di femminilità sbagliato e dannoso. La ginnastica artistica/ritmica non è sport perché non basta il coinvolgimento del corpo per definire uno sport: ci va il confronto diretto con un competitore, in un ambito di regole, dove il risultato “parli da solo”, non venga definito da un voto all’estetica: la ginnastica artistica/ritmica semmai è espressione artistica. E allora piuttosto che nei Giochi olimpici il suo posto sarebbe in una manifestazione parallela di Giochi “musicali”, dedicati alle Muse. Come facevano i greci: i Giochi olimpici consacrati a Eracle, quindi sotto il segno della forza e del confronto, i Giochi musicali consacrati alle Muse e quindi sotto il segno dell’arte.
Mi intristisce l’idea di femminilità che sorregge queste discipline artistiche: ragazze che non si sviluppano, costrette a sorridere sempre, che fanno giochini con cerchi e nastri… a 20 anni suonati. Spero vivamente che le donne si accorgano di quanto mortificante sia questa schiavitù di un’immagine di donna-bambina, fragile e sostanzialmente inutile.
Poi guardando l’incontro di Cammarelle ho pensato che la boxe ai Giochi ha regole ben strane. Bisogna vincere ai punti, non c’è k.o. perché si combatte in giorni ravvicinati,1 e quindi l’importante diventa colpire l’avversario in modo molto evidente per guadagnare punti. Non è necessario che il colpo sia forte, e anzi sembra che il metodo di conteggio dei punti2 porti a un tipo di boxe “toccata e fuga”: metti il guantone sulla faccia dell’altro e poi ritirati in difesa, in fretta quindi senza la potenza di un colpo “vero”. Però Cammarelle ha messo k.o. il pugile inglese Price.
Alla sera sono andato al lavoro e ho aperto la Gazzetta dello Sport.3 E qui mi sono stupito: ho trovato un articolo di Mabel Bocchi4 intitolato “Piccole eroine da esaltare o da curare?”. La Bocchi segnala che le partecipanti ai Giochi nella ginnastica artistica «sfiorano il nanismo» e che si parla ormai di una «sindrome triade»:
Uno studio condotto dall’Università del Minnesota su oltre 5000 adolescenti ha dimostrato che le ragazze che praticano sport legati al peso corporeo hanno la propensione a sviluppare comportamenti alimentari sbagliati. Gli sport più pericolosi? La ginnastica artistica e la danza. Uno studio precedente, eseguito dall’ American College of Sport Medicine, evidenziava che il 62% delle atlete di alto livello di ginnastica, pattinaggio artistico, danza, nuoto sincronizzato e maratona, soffriva di anoressia. Le conseguenze? L’insorgere di una particolare sindrome: la “Triade delle atlete”. Triade in quanto presenta tre differenti disturbi: alimentari con anoressia e bulimia, amenorrea (cioè assenza di mestruazioni), osteoporosi.5
He e Jang, vincitrici dell’oro in questi Giochi, sono alte 1.42 e 1.40. Il peso medio delle ginnaste nel 1972 era di 42 kg, nel 1992 di 39, nel 2008 di 36. Tutta colpa delle “diete” cui si sottopongono le ginnaste. E dietro c’è anche, per come al vedo io, un’ideale di femminilità definito: donnina piccola e fragile, capace di gesti eleganti e graziosi - ma mai niente di troppo mascolino come lo sport. Le donne che fanno sport sono viste piuttosto male: con quei muscoli così antiestetici! E quel comportamento da maschiacci. La donna vera, quella fine, non fa certe cose. Invece, rischia la vita per un ideale estetico idiota.
Come dimostrano Dworkin e Heywood [link interno ->] le cose stanno cambiando. Forse sono addirittura sbilanciate, se è vero che a questi Giochi si è parlato molto più dell’avvenenza di certe atlete che dei loro risultati (per i quali hanno lavorato da quando hanno coscienza di essere atlete). Come ideale di femminilità, comunque, è auspicabile che il “modello atleta” sostituisca il “modello ginnasta”.
Riguardo alla boxe, un articolo di Fausto Narducci ripercorre le mie impressioni, arrivando alla conclusione che siamo di fronte all’ «annullamento dell’essenza del pugilato: demolire o mandare al tappeto il rivale.»6
Insomma, per un giorno ho pensato come la Gazzetta. Non so se spaventarmi.
Dopo un k.o. vero ci va qualche tempo per recuperare ↩
3 giudici su 5 devono vedere e segnalare il colpo ↩
Lavoro in un’agenzia di scommesse, è aggiornamento professionale ↩
Mabel Bocchi è probabilmente la miglior giocatrice di basket italiana di sempre. *link ->* ↩
Mabel Bocchi, “Piccole eroine da esaltare o da curare?”, Gazzetta dello Sport, 22/08/2008, p. 39 ↩
Fausto Narducci, “Boxe? No, scherma con guantoni”, Gazzetta dello sport, 22/08/2008, p. 28 ↩
Oscar Nielson (…). Il suo è un caso di sfida al buon senso: il suo modo di boxare, di rara semplicità, consisteva nell’incassare tutti i colpi senza batter ciglio, per poi, quando l’avversario aveva scaricato tutte le energie, colpirlo a sua volta. Più che un pugile era un’incudine inalterabile, se si eccettua il fatto che era diventato completamente sordo e aveva le orecchie tutte lacere per i colpi subiti. A parte questo, godeva di buona salute, e quando capiva ciò che gli veniva detto rispondeva in modo intelligente. Naturalmente occorreva dargli una pacca sulla spalla per fargli intendere che il round era finito o iniziava. 1
Un tipo così, che si fa pestare come un tamburo e non si capisce come riesce a stare in piedi, figurarsi poi vincere:
“The Homer they fall”, The Simpsons, ep. #4F03 (stagione 8, 1996-97)
Alexis Philonenko, Storia della boxe, il nuovo melangolo, Genova, 1997. p. 155. ↩
Un incontro di pugliato è come un film western. Ci devono essere i buoni e ci devono essere i cattivi. (…) Io sono il cattivo - OK, la gente la vuole pensare così, lasciamoglielo fare. Come nei film western, i cattivi dovrebbero perdere. Io cambio la regola. Io vinco.
Charles “Sonny” Liston, prima dell’incontro per il titolo contro Floyd Patterson, 1962.
Sonny Liston nasce non sa nemmeno lui dove né quando. Non lo sa nemmeno sua madre. A carriera già iniziata decide di essere nato l’ 8 maggio 1932, ma chi lo conobbe bambino ha dubbi, pensa fosse nato prima (almeno nel ‘29). Lavora con la famiglia in una piantagione di cotone. La sua famiglia affitta il terreno. La madre poi va a cercare lavoro in città, a Saint Louis, e lui la raggiunge. In città comincia a cacciarsi nei guai, con rapine prima picchiando i malcapitati e poi ricorrendo anche alle armi. Lo arrestano.
In galera impara a boxare. Dà una regola al moto dei suoi pugni, enormi (38 cm di circonferenza, contro i 30 medi). Uscito di galera è nel mirino di Frank “Mr. Grey” Carbo, il deus ex machina della boxe professionistica. Un mafioso. Carbo gli mette a fianco Frank “Blinky” Palermo, che apertamente od occultamente resterà il suo manager, da solo o nascondendosi dietro dei prestanome. Da dilettante incontra anche la sconfitta, poi quando diventa professionista si lancia alla caccia del titolo, che è nelle mani di Floyd Patterson. Liston non si limita a boxare, lui è un picchiatore. Davvero: negli anni da dilettante per mantenersi e per avere una copertura lavorava come edile, ma pare che fosse invece assoldato come picchiatore proprio da Carbo. Uno di quelli che vanno in giro a spaccare gambe se non paghi i debiti.
La scia di sconfitti che si lascia dietro è il suo biglietto da visita, assieme agli arresti. Patterson prima rifiuta la sfida: Sonny non è un pugile, non sarebbe un bello spot per il pugilato boxare contro di lui. Sonny è un criminale, un alcolizzato, che passa le notti con le prostitute. Una specie di Tyson 30 anni prima. Il suo modello è Joe Louis, uno dei più grandi pesi massimi della storia della boxe. Che a carriera conclusa è diventato un pupazzo che dà spettacolo di sé a Las Vegas, e tira cocaina. Ma alla fine Patterson accetta.
Sono anni in cui i primi movimenti antirazzisti cominciano a prendere forza. Liston è avvicinato dai Black Muslims, ma rifiuta di farsi loro portavoce, li ritiene dei pazzi pericolosi. Dopo che Liston sconfigge Patterson (in circa due minuti), la sua vita cambia. Molti soldi, anche se la maggior parte finisce nelle mani dei mafiosi che lo controllano. E con i soldi altri guai. Più alcol, ma sembra riuscire a tenersi lontano dalla droga. Per paura degli aghi.
Il prossimo avversario che si mette sulla sua strada è Cassius Clay. Un pagliaccio, uno con la bocca troppo larga, uno sbruffone. Lo sanno tutti che sotto i pugni di Liston finirà macellato. Invece il 25 febbraio 1964 Clay abbatte l’invincibile. Clay, che il giorno seguente annuncerà la conversione all’Islam e l’adesione ai Black Muslims, con il nome di Mohammed Alì.
Chi ne sapeva di boxe aveva subito fiutato l’odore del marcio. Alì vince per ko tecnico, perché all’inizio del 7° round Liston si rifiuta di continuare lamentando dolori a braccio e spalla sinistri. Si dirà: una borsite curata male, che ha causato stiramenti dei muscoli. Le iniezioni di cortisone non hanno funzionato. Iniezioni? Sonny aveva il terrore degli aghi! I pagamenti delle scommesse vengono bloccati. La mafia aveva creato un giro pazzesco per arrivare a scommettere contro il proprio uomo, nascondendo e smistando il denaro per non far crollare la sua quotazione. Ma non si riesce a provare niente. Alì è il nuovo campione dei massimi.
Un secondo incontro finisce addirittura peggio: Alì allunga un pugnetto e Liston crolla, recitando, dicono, la parte peggiore di tutta la sua carriera (è comparso anche in un paio di film e di spot pubblicitari, uno con Andy Warhol per una compagnia aerea). La notte del pugno fantasma, che nessuno vede. Liston ormai vive in pianta stabile a Las Vegas, e nonostante le ripetute indagini federali che cercano di far pulizia nello sport, i mafiosi che lo controllano sono ancora potenti. Persino dalla galera, dove si trova Carbo.
Liston peggiora. In pratica abbandona la famiglia (una moglie, una figlia che la moglie ha avuto da un precedente matrimonio, una figlia che lui ha avuto prima di sposarsi, e chissà chi altro) e sta o ai casinò o da Joe Louis. Tenta di violentare la moglie dell’ex poliziotto che ora gli fa da guardia del corpo. Ormai è allo sbando. Vince ancora degli incontri in un tour dimostrativo in Europa, i suoi pugni fanno ancora paura.
Il 5 gennaio 1971 sua moglie, tornando dalle visite ai parenti, lo trova morto. L’autopsia fa risalire la morte attorno al 28 o 29 dicembre 1970. Certo, aiutano la datazione anche i giornali trovati sull’uscio di casa (non ha raccolto quelli dal 29 dicembre in poi) e quello trovato in casa, vicino al cappello di Sonny, datato 28 dicembre. Quindi il 28 era vivo, e il 29 era già morto.
Sonny Liston, però, non aveva mai imparato a leggere.
Choi Yo-Sam è l’ultimo pugile morto dopo un incontro.
Ansa.it riporta che in circa cent’anni di storia (contemporanea) della boxe sono oltre 500 le vittime, e fornisce anche un elenco delle più recenti [link ->]. TGcom ricorda che la morte sul ring di un altro pugile coreano, Kim Deuk-Koo, sconfitto nel 1982 dall’italoamericano Ray Mancini, aveva aperto una serie di disgrazie: la madre del coreano e l’arbitro si erano suicidati (la madre per il dolore, l’arbitro perché subiva il senso di colpa per non aver sospeso l’incontro prima), e lo stesso Mancini era caduto in profonda depressione [link ->]. Persino Primo Carnera [link ->] aveva un morto sulla coscienza, Ernie Schaaf, sconfitto nel febbraio 1933 (lo stesso anno del titolo mondiale dei pesi massimi strappato a Sharkey) e deceduto dopo l’incontro (alla fine del quale non sembrava accusare questo problema) a causa di un’emorragia cerebrale. Carnera fu aiutato a uscire dalla sua depressione dalla stessa madre di Schaaf, che non gli rimproverò mai la morte del figlio.
Possiamo ricordare la storia di Carlos Monzon [link ->], argentino-indio che strappò il titolo a Nino Benvenuti nel 1970: carriera chiusa nel 1977, poi galera per aver ucciso la sua compagna, e morte nel 1995 (53enne) in un incidente stradale. O il soprannome di Paolo Vidoz [link ->]: “mascella di titanio”. E non perché sia un forte incassatore, ma perché nell’incontro con Nikolai Valuev [link ->] (che ci sarà un motivo se è soprannominato “la bestia dell’Est”) subisce una frattura tale da doverla completamente ricostruire chirurgicamente. E tutti ancora ci ricordiamo i forti tremori di Alì (Cassius Clay) quando accendeva la fiamma olimpica ad Atlanta 1996 - non proprio la forma smagliante e l’agilità di quando era re [link ->]: certo è colpa del Parkinson, ma vuoi che le (poche) botte che ha preso gli abbiano fatto bene? Persino un film, Million Dollar Baby [link ->], non ha propriamente un lieto fine. D’altra parte, i ragazzi più poveri di molti Paesi (esempi: USA, Argentina, ex-URSS, latinoamerica) trovano nel pugilato la salvezza da una vita tra gangs e droga, che si chiude con un pallottola tra le costole. La boxe, la “nobile arte”, da parecchi spunti per pensare.