Naturale equivale a buono?
La domanda ha un’importanza assoluta in etica a partire dagli inizi del Novecento, quando gli emotivisti [link ->] si basarono sui lavori di G. E. Moore [link ->] per poter impostare il concetto di fallacia naturalistica [link ->]: detto in breve e con l’esempio di Moore stesso, «buono» è un termine talmente semplice e completo in sé da essere indescrivibile, come se si dicesse «giallo». Non ci sono altri modi di spiegare il giallo. Inoltre, dal momento che è indescrivibile, è virtualmente inconoscibile: i sostenitori di questa idea sono anche catalogati come non-cognitivisti. Se non ci può essere “scienza” di «buono» è necessario che il suo significato sia in qualche modo determinato dal contesto, da chi usa il termine, dai sentimenti e dalle emozioni che suscitano l’uso del termine e dai sentimenti e dalle emozioni che vengono suscitate in conseguenza dell’uso del termine. Si arriva a dire che una classe di termini ha funzione non descrittiva ma performativa o prescrittiva o esortativa: «buono» esprime approvazione e quindi un invito a fare qualcosa di buono - anche se non potendo descrivere cosa è buono ci si deve limitare a suggerire di fare qualcosa che possa essere approvato.
Non esiste quindi un significato univoco. Non è possibile identificare qualcosa che è «per natura» buono. La filosofia, soprattutto quella anglosassone, della prima metà del Novecento sostiene con forza questa tesi. Non cognitivismo, non naturalismo, emotivismo - e si cerca il padre fondatore nella figura di Hume [link ->], costruendo quella che viene chiamata “legge di Hume”: non è possibile passare da is a ought. Si tratta di una “legge” meta-etica, vale a dire che riguarda il discorso morale: non si può, in sostanza, trasformare il percorso della propria argomentazione da una serie di frasi in cui il verbo è “è” a una in cui il verbo è “dovrebbe” - non si può passare dal descrittivo al prescrittivo, non si può passare dalla descrizione di fatti (natura) alla prescrizione di valori (”buono”). L’esito ultimo è che «buono» e «naturale» sono ontologicamente, essenzialmente separati. Il naturale non è (necessariamente) buono.
Dagli anni ‘60 dello stesso Novecento c’è un tentativo di recuperare il naturalismo, che parte dall’articolo di Elizabeth Anscombe [link ->] “Modern Moral Philosophy” [link ->], nel quale l’autrice spiega come la filosofia morale moderna usi concetti “vuoti” - come quello di “legge”, che ormai è inutile in quanto formalizzato quando ancora la religione guidava le vite delle persone e quindi c’era un Legislatore (il Dio cristiano). Da notare che la Anscombe è cattolica. Al posto di questi concetti vuoti propone il recupero di concetti pieni come erano quelli usati, per esempio, da Aristotele. La difficoltà principale è proprio il riutilizzo di «buono» in un senso naturalistico. Addirittura, direi che Aristotele lo usava in senso biologico. Ma la filosofia aristotelica era sostenuta dal teleologismo che il filosofo intravedeva nella natura: la natura, secondo lui, ha un fine. Le scienze moderne lo escludono: è il caso che “guida” l’evoluzione.
Come si recupera allora il naturalismo aristotelico, necessario per recuperare un concetto pieno di «buono»?
Il primo passo è una critica linguistica contro Moore. Si incarica del compito il marito di Elizabeth Anscombe, Peter Geach [link ->], che sottolinea come Moore abbia sbagliato completamente bersaglio: il termine «buono» usato in un’argomentazione morale non viene inteso come predicato (nel caso, avrebbe ragione Moore: sarebbe semplice, elementare, indescrivibile), ma come attributo. Ogni valutazione implica un uso attributivo di «buono», sia che si parli di un pranzo o di un amico: indica perciò un insieme di qualità che riteniamo debbano avere pranzi e amici per poter essere considerati buoni - ovviamente il set cambia, se parliamo di un amico piuttosto che di un pranzo. Nessuno mangia gli amici. Comunque, detto in parole (molto) povere, noi facciamo tranquillamente il salto da una descrizione a una valutazione, passiamo da un linguaggio descrittivo a uno morale. I confini non sono così netti, ma non abbiamo problemi a percepire quando «buono» è usato come giudizio morale.
Dico di più: immaginiamo di definire buono un pranzo. In primo luogo, viene in mente che il giudizio non è di tipo morale, ma estetico. Buon gusto, per esempio. Però possiamo immaginare anche un uso morale di buono per un pranzo: per esempio, se per prepararlo non si causano danni all’ambiente (mangiare frutta fuori stagione non è un buon pranzo, perchè aumenta l’inquinamento per i trasporti, lo sfruttamento delle terre, la schiavitù delle popolazioni dove si coltiva quella frutta cioè solitamente paesi poveri, eccetera). Basta cambiare il set di fatti per cambiare significato al valore di «buono». Philippa Foot ne La natura del bene [link interno ->] presenta in modo completo la sua ripresa del naturalismo e i passi necessari (che io ho molto sintetizzato) per arrivarci.
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Un lettore del Corriere della Sera scrive a Severgnini [link ->]: «una pubblicità dice che lo sport non è fatto di regole, ma io credo che lo sport comprenda le regole».
Lo sport non è fatto di regole e non le comprende. Nello sport possiamo individuare un sistema che si è dato un regolamento per stabilire dimensioni del campo di gioco, durata dell’incontro, tipo di punteggio, violazioni e punizione delle violazioni - le regole costitutive, che costituiscono/costruiscono quel determinato sport; per esempio, se gioco a pallamano non posso toccare palla con i piedi, perché altrimenti non è pallamano ma qualcosa d’altro.
Ma c’è anche un regolamento non scritto, un insieme di norme accettate e condivise dai praticanti - le regole di strategia. Vado al campetto a giocare a basket, non ci sono arbitri né regolamenti particolari (ovviamente, si rispettano le regole costitutive perché altrimenti non si gioca a basket ma a qualcosa d’altro) , e quando c’è una violazione intervengono sistemi di equilibrio accettati e condivisi, per esempio “palla contesa, palla alla difesa”, o “la difesa (o l’attacco) chiama il fallo”. La base di questo secondo regolamento è l’accordo tra i partecipanti, accordo implicito, tacito. Ciò che sostiene e fa funzionare il sistema delle regole di strategia è il concetto di onore del giocatore: nessun giocatore può pensare di infrangere impunemente una regola di strategia, la pagherà sempre e possibilmente con gli interessi.
La lettera del lettore di Severgnini includeva nella critica anche le emozioni, che sarebbero preferite alle regole. Bene, il sistema di regole (quelle costitutive) funziona in base a un progetto di etica kantiana, l’universalizzabilità delle norme “giuste” e razionali. La fondazione del diritto è un successo di questo tipo di ragionamento. Ma lo sport va oltre le regole, e mantiene come etica di riferimento non il giusto (che è strumentale: lo sport ha le stesse regole in ogni parte del mondo per un requisito di uniformità), ma il buono - anzi, il migliore; e l’individuazione del migliore non avviene tramite regole razionali, ma tramite emozioni morali.
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Da che esiste il mondo, gli esseri viventi investono considerevoli energie nel gioco. Secondo Huizinga (Homo Ludens) il gioco è anteriore alla cultura: basta guardare gli animali, che certo non aspettano che gli si insegni la cultura per giocare. Allo stesso tempo, il gioco organizzato, lo sport, è stato visto come fase di transizione che prepara alla vita: nelle competizioni sportive si imparano o si raffinano qualità che reputiamo desiderabili per la vita associata che conduciamo, come l’onestà, il rispetto, la lealtà, la correttezza. Reputiamo desiderabili anche qualità che solo in senso mediato contribuiscono alla vita sociale: autostima, magnanimità [link interno ->], competitività.
In questo secondo gruppo si individuano elementi che fanno pensare alla pedagogia aristotelica, che è comunque una pedagogia già formulata da Omero (”primeggiare”): cercare di rendersi migliori. La ricaduta benefica sulla società del lavoro su se stessi è ciò che genera, in quest’ottica, una società buona. Lo sport permette anche di perfezionare se stessi, oltre che le qualità sociali.
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Buono è sempre “buono di qualcosa”. Da solo non significa praticamente niente: “Buono!”. Si, ma buono cosa? Buono il panino che stai addentando? O il tempo sul giro del cavallo sul quale hai puntato gli ultimi risparmi? O la persona che aiuta in caso di bisogno? Buono cosa, insomma?
Chiarito il valore attributivo di “buono”, possiamo renderci conto che allora specifica un valore di paragone. Se definisco buono il panino che addento, è perché so, più o meno, come deve essere un panino buono. So com’è un panino, in genere, e posso quindi classificare un particolare panino come buono o cattivo paragonandolo alla mia conoscenza dei panini o dei cibi. Non si tratta di paragonarlo a un’idea assoluta come riteneva Platone, quanto piuttosto di paragonarlo a tutta la casistica di panini che ho assaggiato per poi decidere se sia buono o cattivo, se dal confronto esca bene o male. Ha ragione Aristotele, insomma.
Lo stesso per i valori morali: definire “buona” una persona si può fare perché conosciamo persone, abbiamo esperienza, possiamo fare un paragone. Di conseguenza possiamo pensare che non ci sia un valore assoluto (Aristotele alla fine ritiene che ci sia, ma noi ci possiamo fermare prima) di “buono”, ma che sia qualcosa da percepire per gradi e sempre migliorabile.
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“Buono” è un concetto chiave nella storia dell’etica. Anzi forse è il concetto più importante. Philippa Foot lo interpreta come attributivo, non predicativo. Cosa vuol dire?
A inizio Novecento G.E. Moore suggeriva che “buono” non avesse significati descrivibili. Sarebbe un predicato in sé, con il solo significato di “buono” e il solo sinonimo di “buono”. Come “giallo”. Una manna per gli emotivisti e per la bella società di inizio secolo.
La Foot invece, per recuperare un valore descrittivo al termine, quel valore che le permette di riproporre un’etica delle virtù (virtù è eccellenza, ed eccellenza è superlativo di bontà - bontà di qualcosa), potrebbe contrapporre allo svuotamento operato da Moore diverse teorie: per esempio il disegno intelligente (un argument from design fu proposto da Thomas Reid contro lo scetticismo di Hume) nelle versioni filosoficamente strutturate. Oppure la soluzione laica scelta dalla filosofa inglese, pur rifacendosi ad argomenti di filosofi cattolici come appunto Geach e sua moglie Elizabeth Anscombe: Peter Geach sostiene che “buono” non ha valore predicativo, quanto piuttosto attributivo. Serve per completare la definizione di un sostantivo: un buon amico, un buon giocatore, e così via.
Bibliografia: 
P.S. ho recensito questo libro per Recensioni Filosofiche [link ->]
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