(n-sima versione del ragionamento, questa volta taglio corto)
Il requisito minimo per far parte della comunità morale, e quindi per godere delle tutele che questo comporta, è poter provare piacere/dolore.
Mi sembra poco, e soprattutto è un requisito passivo; l’implicazione dell’obbligo morale a “fare del bene” non so proprio da dove tirarla fuori. In questo modo la comunità morale obbligherebbe solo a non-fare del male agli altri membri. Quindi penso a un livello superiore in cui una parte attiva implichi il fare del bene. Questo sarebbe più morale che il non-far del male.
Parte passiva e parte attiva costituiscono la comunità morale; ma nella parte passiva ci siamo tutti (tutti quelli che possono provare piacere/dolore), nella parte attiva solo alcuni (tutti coloro che “fanno del bene”). Non è nemmeno detto che gli “alcuni” della parte attiva siano tutti animali umani: molti animali di altre specie hanno dimostrato di poter fare del bene alla comunità.
Mentre il requisito minimo (provare piacere/dolore) pone sugli altri solo un obbligo a non fare del male, il requisito ulteriore pone chi è capace di fare del bene nella condizione di poter scegliere. La scelta deriva dalla libertà e dal controllo della volontà che ogni individuo possiede.
Essere solo nella parte passiva della comunità non implica ragionamenti, educazione, nemmeno libertà: basta non dover subire dolore. Essere anche nella parte attiva richiede la capacità di valutare le situazioni, saper discernere il bene dal male, essere anche capaci di sacrificio personale (per esempio, chi perde la propria vita nel tentativo di salvarne altre).
Non è una questione di calcolo egoistico, perché appunto il caso del sacrificio personale, soprattutto verso estranei, è la pietra tombale per le teorie egoistiche; è propio una questione di benevolenza, mentre il requisito passivo è solo la non-malevolenza.
Le parti sono miste: non è detto che tra i passivi ci siano solo gli animali non umani e tra gli attivi solo gli umani. Anzi: molto spesso tra i passivi ci sono animali umani (vedi bambini o chiunque sia impossibilitato a “fare del bene”), e tra gli attivi degli animali non umani (vedi cani che salvano vite).
Argomenti comuni
Una società si compone di individui, e ogni individuo ha le sue proprie preferenze. Per vivere in società bisogna trovare punti di contatto, preferenze condivise, altrimenti ognuno per sé. Solitamente le preferenze condivise sono la vita, la salute, la difesa dai nemici. E anche, possibilmente, il miglioramento delle condizioni di benessere personale. Non ci sono solo le preferenze, c’è anche la tendenza “naturale” (e comune a molti animali) a vivere a contatto con i propri simili.

Amartya Sen
Comunque, le preferenze individuali sono la base delle teorie utilitariste, nella forma che Amartya Sen chiama welfarismo: la ricerca del benessere, valutato come soddisfazione di desideri e generalmente come ricchezza. Insomma il fondamento della società capitalista.
Il problema che Sen individua in questa impostazione è che le preferenze sono soggettive e quindi estremamente variabili: in una situazione in cui pochi detengono la maggior parte delle ricchezze (quelli che strepitano contro la redistribuzione) e moltissimi si affannano per procurarsi i pasti (per dire, gli operai soprattutto giovani, i pensionati, gli immigrati…) si viene a creare un habitus mentale secondo cui chi ha poco comincia a desiderare poco. Una specie di meccanismo di difesa, di cui già gli antichi erano coscienti - leggetevi stoici ed epicurei, che fa in modo di procurare felicità anche a chi ha poco: basta desiderare meno di quel che si ha, e il surplus procurerà una sensazione di piena soddisfazione. Queste sono le preferenze adattive.
Il dramma che queste preferenze generano è che la situazione non si riequilibra: i poveri sono “contenti” del poco che hanno, mentre gli altri continuano a “razziare” le risorse disponibili - che, come è ovvio, sono sempre meno di chi le vuole. Traspare un orientamento marxista, che Sen non nega. Non è un comunista, questo no. Ma la necessità della redistribuzione, messa in luce da Rawls nel 1971, non è mai stata affrontata dalla politica; anzi, la situazione è peggiorata. Allora Sen (e dopo di lui Nussbaum) propone soluzioni diverse, a cominciare dall’oggettivare le preferenze tramite capabilities e functionings: capacità sono in qualche modo quello che Aristotele chiamava potenza, e i funzionamenti sono l’atto. Capacità come libertà di sviluppare il proprio modo di vita, mentre funzionamento corrisponde a un gruppo di azioni di valore che il soggetto fa o di stati in cui il soggetto si trova. Capacità, per esempio, di un “nero” di diventare presidente degli Stati Uniti d’America: ogni cittadino americano è virtualmente libero di diventare presidente.
Funzionamento, invece, è l’insieme di azioni che chi ha la capacità mette in atto. Per le preferenze quello che conta di più sono le capacità: Sen le intende assieme come capacità personali di fare/essere qualcosa e opportunità esterne di fare/essere qualcosa. Nel momento in cui vengono ridotte la opportunità esterne vengono contemporaneamente ridotte le capacità individuali e le preferenze delle persone si ridimensionano. La teoria utilitarista (nella forma più secca, perlomeno) non può risolvere il problema, perché non conta gli individui ma la somma del benessere della società: se in quella società il 99% degli individui muore di fame, ma l’1% genera più benessere che il 100% di una società di paragone, allora la società con il 99% di morti di fame è meglio dell’altra. Cosa che contrasta con il senso morale delle persone comuni.
Per salvarsi da questo dramma sociale occorre, dice Sen, in primo luogo togliere le preferenze dal soggettivo. Ci sono cose che sono oggettivamente “buone” a prescindere dalle preferenze personali: la libertà è buona anche in uno Stato dittatoriale, dove le preferenze individuali adattive suggerirebbero di non rischiare la vita manifestando dissenso e chiedendo libertà.
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Aristotele:
Chiamo passioni: desiderio, ira, paura, ardimento, invidia, gioia, affetto, odio, brama, gelosia, pietà e in generale tutto ciò cui fa seguito piacere e dolore; chiamo capacità quelle cose in base alle quali siamo capaci di provare quelle passioni, per esempio ciò in base a cui siamo in grado di adirarci, addolorarci o avere pietà; chiamo stati abituali quelle cose in base alle quali ci atteggiamo bene o male riguardo alle passioni.
Bibliografia:
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