Lo scorso 2 febbraio 2008 la Saint Mary Academy, situata a circa 40 km a nord di Topeka, Kansas, ha dato una dimostrazione pratica delle dottrine discriminatorie che propugna: era in programma una partita di basket tra ragazzi di high school, ma poco prima del salto a due iniziale il direttore atletico del college conferisce con l’arbitro Darin Putthoff e gli comunica che il college non accetta la direzione dell’altro arbitro, Michelle Campbell. Motivo: una donna non può arbitrare i maschi, perché la dottrina integralista del college sostiene che le donne non possono avere autorità sugli uomini. Il college appartiene all’associazione San Pio X e promuove pratiche antecedenti al Vaticano II.
Putthoff, comunicata la notizia a Campbell, decide di non arbitrare neanche lui, e la partita resta senza arbitri. Il direttore atletico cerca di convincere Fred Shockey, che aveva arbitrato due partite junior precedentemente, a fare gli straordinari, motivando la richiesta con una generica “situazione d’emergenza”. Appena Shockey riempie di contenuto la formula liturgica, e sa che la sua collega è stata discriminata, rifiuta di arbitrare.
Il caso è sotto analisi alla Kansas State High School Activities Association e si attendono punizioni serie. Il punto è difficile da chiarire anche perché la Saint Mary Academy non fa parte pienamente dell’associazione, ma è su una speciale lista di “scuole con cui si può giocare una partita”, dal momento che per i campionati intramural spesso ci sono poche squadre, e si cerca di allungare il calendario. D’altra parte, mentre la Saint Mary Academy è privata, ha anche una scuola pubblica, la Saint Mary High School. La posizione sembra ancora più grave perché i dirigenti del Saint Mary non rispondono nemmeno alle richieste ufficiali della KSHSAA.
Da un punto di vista puramente legale, il college merita la punizione più severa non solo dall’Associazione di cui fa (immeritatamente) parte, ma anche dai tribunali: una discriminazione sessuale è punita dalle leggi di ogni paese civile. Immagino sia possibile prendere in considerazione anche una eventuale violazione del Title IX [link ->], visto appunto la presenza di una scuola pubblica. In quel college lo sport è diviso per sessi, così come le lezioni normali. La dottrina dei santi padri mira a creare “buoni cittadini, sottomessi alle leggi di Gesù Cristo” e a stabilire che in casa e fuori comanda l’uomo sulla donna. Da un punto di vista morale, la posizione talebana del college è quanto di più alieno ci possa essere rispetto ai canoni etici dello sport, che si basano sulla libertà per ognuno di provare, di dimostrare le proprie capacità - indipendentemente da sesso, razza o credo. Solo dopo la prova pratica si possono stabilire gerarchie, che comunque non sono immutabili ma sempre aggiornate in base ai nuovi tentativi, alle nuove prove. L’idea che una donna non possa avere autorità sugli uomini è poi particolarmente ridicola se propugnata da un college che prende il nome dalla madre per eccellenza…
Fonte: KansasCity.com [link ->] e Topeka Capital-Journal [link ->]
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Da qualche giorno una nuova pubblicità mostra calciatori famosi al soldo di una nota azienda che produce abbigliamento sportivo. La particolarità di questa campagna sta nell’aver trasformato i calciatori in esseri bionici: metà umani e metà, le gambe, robotici [link ->]. Il fulcro del messaggio pubblicitario è la trasformazione dell’atleta in essere tecnologicamente modificato adattato per compiere gesti specifici. I punti discutibili sono appunto la esagerata specificità a cui verrebbe costretto l’individuo così modificato, e la sportività di tale modifica. Punto primo: se a Pinco Pallino, famoso calciatore, vengono asportate le gambe che ha dalla nascita e impiantate quelle meccaniche, avrà un vantaggio sul campo in termini di resistenza, potenza e stabilità. Ma queste gambe sono piuttosto ingombranti, difficili da gestire (sul sito indicato poco fa ci sono anche prodotti che andranno utilizzati con queste estremità, come lubrificanti e solette speciali) e meno polivalenti delle gambe normali. Non riesco a immaginare, per esempio, un androide con tali appendici che si arrampica su un albero. Può solo fare ciò per cui quegli attrezzi sono stati progettati. Una vita piuttosto grama, a ben pensarci: che noia, soprattutto una volta finita la carriera sportiva quando non ci si può “riciclare” in altri impegni.
Il secondo punto è la liceità da un punto di vista sportivo di un simile vantaggio. Diventa doping? Si tratta di un vantaggio illecito? Dipende. Nell’articolo che ho segnalato qualche giorno fa [link interno ->] appuntavo che oggi le tecnologie sportive non sono da considerare vero doping, come quello farmacologico per esempio, perché la tecnica per lo sport (scarpe, abbigliamento, attrezzi per allenarsi) non è un mezzo per superare un limite “artificialmente”, ma un mezzo per sviluppare capacità già presenti: la tecnica viene dopo il miglioramento delle potenzialità dell’atleta, e serve solo per farle venire fuori. Ma le gambe della pubblicità in questione non sono un mezzo per sviluppare capacità già presenti, bensì un cambiamento radicale che genera un rapporto nuovo tra l’atleta e lo sport: a “comandare” non è più il campione che vuole sfidarsi, ma la brama di vittoria, l’ambizione smodata, tanta da rinunciare a un pezzo considerevole di se stessi per ottenere - cosa? Una coppa? Soldi?
Questa non è sportività; è stupidità.
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Lo scandalo “Calciopoli” (in un Paese tanto burino che qualsiasi cosa salti fuori bisogna scandalizzarsi e chiamarlo qualcosopoli, come se ci fossero città unicamente abitate da chi pratica un certo vizio), emerso nel 2006, mostrò la voglia dello sport più popolare di darsi una ripulita. Almeno è quello che credono le persone che vedono i telegiornali, che non hanno modo né voglia di leggere le sentenze (che paiono fumose e incomplete), che sono state convinte che in Italia c’era una cupola che controllava il calcio e nessun altro era colpevole.
A far chiarezza prova Luther Blissett con Il processo illecito [link ->]; Luther Blissett, vero nome di un antico calciatore [link ->] del Milan, è diventato noto come nome collettivo per situazionisti di vario genere. Le neanche 60 pagine del testo sono una veloce introduzione e spiegazione di cosa -presumibilmente- accadde in quei giorni, e l’autore (gli autori?) si chiede come mai non siano state prese in considerazione per esempio:
- le dichiarazioni di Paolo Bergamo («tutti i dirigenti mi telefonavano ogni settimana, l’Inter con Facchetti più di tutti»)
- la sparizione di alcune telefonate di dirigenti che all’inizio di calciopoli appaiono, poi scompaiono o vengono dimenticate
- le citazioni sui presunti favori di Galliani in Parlamento a Paparesta (anche queste “dimenticate” dal procuratore federale Palazzi)
- le dichiarazioni di De Santis («molti mi chiamavano, mai sentito Moggi»)
- le conclusioni della Procura di Torino che sostengono che dalle intercettazioni si evince esattamente il contrario di quanto affermato dalle accuse circa l’esistenza della “cupola” (conclusioni confermate dalle sentenze “calciopoli”)
(cito da p. 6)
Insomma, per conoscenza.
Via BooksBlog [link ->]
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Lawrence Hinman, dell’Università di San Diego, indaga su alcune dichiarazioni di Tiger Woods [link ->], il campione di golf.
Il punto in questione è l’accesso allo sport delle classi sociali meno avvantaggiate (come direbbe Rawls). Nel 2002 a Woods venne chiesto cosa pensava della politica del club privato Augusta National Golf Club, che non accettava iscrizioni di donne. In due diverse interviste rispose:
Sarebbe bello che tutti avessero le stesse possibilità di partecipare, ma non ci si può fare niente
e
Mi piacerebbe vedere una socia donna? Si. Ma c’è il diritto dei club privati di mettere le regole che vogliono.
La questione, ci fa notare Hinman, è piuttosto complicata per il fatto che Wood stesso è membro di una minoranza discriminata: non solo è nero, è figlio di una coppia mista afro-americana e thai. Come mai allora non si schiera apertamente contro una discriminazione? I soldi gli hanno dato alla testa? I ricchi sono tutti dello stesso colore (verde) e sono tutti maschi?
In seguito Woods ha cercato di correggere il tiro: la sua Fondazione Woods aiuta i giovani delle classi sociali discriminate attraverso lo sport, il golf in questo caso. E, come ha tenuto a dire, non è che solo perché uno è famoso deve per forza ergersi a campione di tutte le cause. Lui ha scelto le sue, non ha tempo per tutti.
Il problema è duplice: Woods, come parecchi sportivi, ritiene che lo sport sia “roba da maschi”? E: un campione sportivo ha un obbligo morale di diventare anche un campione delle cause giuste?
La prima domanda ha una sfumatura curiosa: il golf è uno dei primi sport olimpici femminili (l’altro è il tennis). Il golf e il tennis sono “sport da femmine” tra fine ‘800 e primi del ‘900. Si sviluppano come sport femminili. Woods, campione di golf, e l’Augusta National Golf Club adesso vogliono escludere le donne. L’Augusta Club è privato: può permettersi di selezionare le iscrizioni? La risposta è ardua: l’Augusta eccetera non è solo privato, ma ospita le Master Series che hanno una enorme ricaduta mediatica e non solo, a livello internazionale. Ha una faccia pubblica da mostrare.
La seconda domanda è ancora peggio: un campione è tale non solo se vince tutto, ma se è riconosciuto come campione dal suo pubblico. I tifosi scelgono un campione che serve un po’ da idolo, modello, e che aiuti a sentirsi felici. Per questo, un campione riceve uno status e tutti gli annessi e connessi (fama e ricchezza). Non dovrebbe offrire qualcosa di più in cambio? Se diventa un eroe, non dovrebbe difendere le cause meritevoli? Gli eroi difendono tutte le cause meritevoli. O no?
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