Da qualche anno si parla delle Miss venezuelane, che hanno un record di vittorie a Miss Universo. Se ne parla perché la bellezza che mettono in mostra ha un che di artificiale. Costruito. Siliconato.

photo credit: stevendamron
Il grande vecchio (anche se ha solo 60 anni) dietro le quinte, Osmel Sousa, non fa misteri [link ->]: una gara di bellezza non è un «nature contest» e le migliorie estetiche non sono vietate dai regolamenti, quindi ha impiantato un sistema industriale di produzione di Miss da concorso. Nel suo staff, un chirurgo plastico e un odontotecnico sono dipendenti a tempo pieno dell’organizzazione, e le ragazze che vengono esaminate per l’accesso al concorso nazionale di Miss Venezuela vengono poste di fronte alla prospettiva di rifarsi qualcosa (naso, seno, fianchi, ecc.). Secondo Arthur Caplan non c’è niente di etico nel comportamento dei chirurghi, che sottopongono a trattamenti estetici delle ragazze di 17-18 anni per ragioni che i più giudicano futili. E già questo potrebbe chiudere il discorso.
Ma da un punto di vista di “competizione” quali problemi ci sono? A tutti gli effetti un concorso di bellezza è una competizione. Stupida, non sportiva, ma pur sempre competizione in base al concetto di paragone. E si vincono bei soldi, e probabilmente un futuro lavorativo (o come compagne di calciatori o petrolieri). Ci si mette a posto: si accede alla distribuzione di alcuni beni scarsi (soldi e fama, e di conseguenza altri soldi), in una gara con alcune regole. Si potrebbe pensare che le regole debbano livellare il punto di partenza per tutti/e: questo è spirito competitivo “sano”. Le venezuelane invece approfittano di un buco nei regolamenti: il miglioramento tramite chirurgia plastica non è vietato, ma le altre partecipanti non vi fanno ricorso. In questo modo il punto di partenza non è lo stesso per tutte. Qui si perde il valore della competizione “sana” e si entra nell’area della competizione come la intendono i non-sportivi: accaparrarsi i beni, con qualsiasi mezzo.
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Da qualche giorno una nuova pubblicità mostra calciatori famosi al soldo di una nota azienda che produce abbigliamento sportivo. La particolarità di questa campagna sta nell’aver trasformato i calciatori in esseri bionici: metà umani e metà, le gambe, robotici [link ->]. Il fulcro del messaggio pubblicitario è la trasformazione dell’atleta in essere tecnologicamente modificato adattato per compiere gesti specifici. I punti discutibili sono appunto la esagerata specificità a cui verrebbe costretto l’individuo così modificato, e la sportività di tale modifica. Punto primo: se a Pinco Pallino, famoso calciatore, vengono asportate le gambe che ha dalla nascita e impiantate quelle meccaniche, avrà un vantaggio sul campo in termini di resistenza, potenza e stabilità. Ma queste gambe sono piuttosto ingombranti, difficili da gestire (sul sito indicato poco fa ci sono anche prodotti che andranno utilizzati con queste estremità, come lubrificanti e solette speciali) e meno polivalenti delle gambe normali. Non riesco a immaginare, per esempio, un androide con tali appendici che si arrampica su un albero. Può solo fare ciò per cui quegli attrezzi sono stati progettati. Una vita piuttosto grama, a ben pensarci: che noia, soprattutto una volta finita la carriera sportiva quando non ci si può “riciclare” in altri impegni.
Il secondo punto è la liceità da un punto di vista sportivo di un simile vantaggio. Diventa doping? Si tratta di un vantaggio illecito? Dipende. Nell’articolo che ho segnalato qualche giorno fa [link interno ->] appuntavo che oggi le tecnologie sportive non sono da considerare vero doping, come quello farmacologico per esempio, perché la tecnica per lo sport (scarpe, abbigliamento, attrezzi per allenarsi) non è un mezzo per superare un limite “artificialmente”, ma un mezzo per sviluppare capacità già presenti: la tecnica viene dopo il miglioramento delle potenzialità dell’atleta, e serve solo per farle venire fuori. Ma le gambe della pubblicità in questione non sono un mezzo per sviluppare capacità già presenti, bensì un cambiamento radicale che genera un rapporto nuovo tra l’atleta e lo sport: a “comandare” non è più il campione che vuole sfidarsi, ma la brama di vittoria, l’ambizione smodata, tanta da rinunciare a un pezzo considerevole di se stessi per ottenere - cosa? Una coppa? Soldi?
Questa non è sportività; è stupidità.
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Lo scandalo “Calciopoli” (in un Paese tanto burino che qualsiasi cosa salti fuori bisogna scandalizzarsi e chiamarlo qualcosopoli, come se ci fossero città unicamente abitate da chi pratica un certo vizio), emerso nel 2006, mostrò la voglia dello sport più popolare di darsi una ripulita. Almeno è quello che credono le persone che vedono i telegiornali, che non hanno modo né voglia di leggere le sentenze (che paiono fumose e incomplete), che sono state convinte che in Italia c’era una cupola che controllava il calcio e nessun altro era colpevole.
A far chiarezza prova Luther Blissett con Il processo illecito [link ->]; Luther Blissett, vero nome di un antico calciatore [link ->] del Milan, è diventato noto come nome collettivo per situazionisti di vario genere. Le neanche 60 pagine del testo sono una veloce introduzione e spiegazione di cosa -presumibilmente- accadde in quei giorni, e l’autore (gli autori?) si chiede come mai non siano state prese in considerazione per esempio:
- le dichiarazioni di Paolo Bergamo («tutti i dirigenti mi telefonavano ogni settimana, l’Inter con Facchetti più di tutti»)
- la sparizione di alcune telefonate di dirigenti che all’inizio di calciopoli appaiono, poi scompaiono o vengono dimenticate
- le citazioni sui presunti favori di Galliani in Parlamento a Paparesta (anche queste “dimenticate” dal procuratore federale Palazzi)
- le dichiarazioni di De Santis («molti mi chiamavano, mai sentito Moggi»)
- le conclusioni della Procura di Torino che sostengono che dalle intercettazioni si evince esattamente il contrario di quanto affermato dalle accuse circa l’esistenza della “cupola” (conclusioni confermate dalle sentenze “calciopoli”)
(cito da p. 6)
Insomma, per conoscenza.
Via BooksBlog [link ->]
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L’imbroglio nello sport si presenta in diversi modi: dai più gravi problemi di compravendita di partite e arbitri e del doping fino al piccolo “gioco sporco” ma non violento, la spintarella sul gomito del tiratore a basket per esempio, senza far male ma causando l’errore. Chiariamo subito che si può parlare di imbroglio solo in caso sia volontario, vale a dire che chi vi ricorre sa cosa fa e quali risultati causerà l’azione.
Perché l’imbroglio è male? Per la mancanza di rispetto delle regole? Per la mancanza di rispetto dell’altro giocatore? Per la mancanza di rispetto al gioco? O per una mancanza nel proprio carattere?
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Preambolo: esiste un campionato interaziendale di softball che coinvolge le centrali nucleari del Paese dei Simpsons. La squadra della centrale di Springfield arriva in finale, e Mr. Burns pensa che i suoi dipendenti non siano in grado di chiudere i conti. Ha anche fatto una scommessa con il proprietario avversario della centrale di Shelbyville. Allora assolda diversi campioni di baseball come dipendenti della centrale nucleare, solo per giocare la finale. Burns parla con il suo segretario, Smithers. Le risposte di Smithers sono in corsivo.

- Smithers, è sbagliato imbrogliare allo scopo di vincere un milione di dollari?
- Si, signore.
- Riformulerò la domanda: è sbagliato imbrogliare allo scopo di vincere un milione di dollari?
- No, signore.
Ep. #8F13, stagione 3 (1991/92).
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