- Il Dalai Lama sbotta: la Cina che continua a opprimere i tibetani non rispetta la tregua olimpica [link ->]. C’è prova migliore che la spedizione culturale di Alessandro Magno in India ha avuto successo?
- Gli atleti italiani sbottano: troppe tasse sui premi per le medaglie. D’Aniello carica: i cinesi prendono i loro premi per intero! I premi italiani? 140mila euro per l’oro, 75mila per l’argento e 40 mila per il bronzo. Quelli cinesi? 35mila per l’oro… Troppo lontani i cinesi? L’oro a un atleta francese regala 50mila euro. Per carità, giusto il principio: un premio è un premio. Ma che siano gli atleti a piangere miseria… [link ->]
- Kobe Bryant ha detto, dicono i giornalisti, di voler conoscere la Pellegrini [link ->]. Kobe Bryant ha detto, dicono i giornalisti, di voler conoscere Messi [link ->]. Kobe Bryant è sceso in pista a salutare Gay e a informarsi sul suo stato di salute [link ->]. Quando salterà Howe, si ricorderà che a Rieti ha frequentato la stessa scuola che frequentava temporibus illis il giovane Kobe. Kobe Bryant è dappertutto e conosce tutti: qualità peculiari…
- Phelps è lanciato nella raccolta di ori. Mi chiedo se sia “giusto” che il nuoto dia così tanti ori rispetto ad altre discipline. Un fondista ne potrebbe vincere - quante? Maratona, 10000 metri… cos’altro? Eppure i maratoneti non sono certo da meno, come atleti, di Phelps. La sproporzione diventa più chiara se si pensa che il recordman per ori in un’edizione dei Giochi è Spitz, altro nuotatore (Monaco 1972, 7 ori, 7 record mondiali).
- Samir Bastie (141 cm per 81 kg) ha vinto il primo incontro con Dauda Izobo (Nigeria) e si prepara domani a incrociare i guantoni con il brasiliano Washington Silva [link ->]. Samir Bastie è il personaggio assoluto dei Giochi. Non c’è nemmeno concorrenza. Phelps? Bah, Samir Bastie è alto 1.41 e pesa 81 kg! (e non è nemmeno una schiappa…)
Vedi anche:
- Antropologia dal punto di vista dei Giochi di Pechino 2008 [link interno ->]
- Antropologia dal punto di vista dei Giochi di Pechino 2008 - III [link interno ->]
Argomenti comuni
Sarkozy, capo di Stato della Francia in procinto (da luglio) di assumere la presidenza europea per il proprio turno semestrale, ha minacciato di non partecipare alla cerimonia d’apertura delle Olimpadi [link ->]. Il giorno dopo anche Didier Reynders, vice-premier fiammingo, parla per il Belgio e ipotizza che, se la situazione non cambia (leggi: se la Cina continua a occupare il Tibet e a cancellare ogni diversità culturale), anche il Belgio potrebbe non essere presente [link ->]. Gigi Riva, nello staff della Nazionale di calcio italiana, dice che non sa cos’è il boicottaggio [link ->] ma che piuttosto che rischiare di gareggiare con l’esercito schierato a bordocampo è meglio stare a casa. Peccato per chi fa sacrifici per quattro anni. Guido Ceronetti suggerisce di abolire le Olimpiadi, perché ormai sono una cosa sporca e servono solo a chi ci fa soldi [link ->]: dice che una volta (in Grecia, ai tempi di Platone) non era così, non c’era il professionismo e nessuno faceva affari.
La posizione di Sarkozy è importante politicamente perché appunto tra poco la Francia usufruirà per un semestre della guida dell’Europa “unita”. Probabilmente a pochi interessa del Tibet, ma la paura della potenza economica della Cina (potenza costruita appunto su sfruttamento, violazioni di diritti e di norme sanitarie, non conformità a standard di sicurezza del prodotto) fa si che qualcuno provi a fare dispetto. Giusto per rimettere a posto il colosso asiatico.
La posizione di Riva è importante eticamente perché conferma una volta di più che il calciatore professionista italiano medio ha grosse lacune nelle materie basiche (tipo, conoscere la propria lingua madre), e bisognerebbe fare qualcosa per evitare che queste mancanze si presentino. Perlomeno, sarebbe opportuno ripensare lo sport come si deve: non come via per il successo e la fama, ma come complemento per la formazione. In questo modo, ogni giovane potrebbe dedicare qualche ora anche a leggere il sussidiario invece che passare 24 ore al giorno sul campo di calcio.
La posizione di Ceronetti è importante perché illustra un modo di vedere romantico e utopico, ma per niente confermato dai fatti: in Grecia ai tempi di Platone c’erano fior di atleti professionisti, che passavano la vita partecipando fin da bambini ai Giochi, sia i quattro grandi giochi del “periodo” (a Olimpia, Delfi, Corinto e Nemea) sia ai giochi locali che praticamente ogni comunità organizzava. Per esempio, Diagora di Rodi, un famosissimo pugile periodonico (vale a dire vincitore nei quattro giochi). E padre di altri olimpionici. E nonno di un altro. Addirittura sua figlia ottenne il permesso di assistere ai Giochi. Le donne non erano ammesse perché gli atleti erano nudi, ma la figlia di Diagora era figlia, madre, sorella e zia complessivamente di sei olimpionici. Uno strappo alla regola proprio per il valore della famiglia di Diagora: tutti professionisti. E non è nemmeno vero che solo i venditori di limonate facevano affari ai Giochi: c’erano artisti di ogni genere, e retori, e filosofi, oltre a chi vendeva cibo e bevande.
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Pietro Mennea rifiuta l’idea del boicottaggio delle Olimpiadi di Pechino. Sostiene che gli unici a pagare sarebbero gli atleti, che si preparano per quattro anni all’evento e con questo tipo di protesta perderebbero la visibilità. Diversi atleti la pensano come l’ex-olimpionico.
Jean-François Juilliard, di Reporters sans frontières, ha manifestato con una bandiera olimpica particolare, dove al posto dei cinque cerchi ci sono delle manette, all’accensione della fiaccola a Olimpia [link ->]. Lui, come molti altri, chiede che il Comitato Olimpico revochi la decisione dell’assegnazione alla Cina dei Giochi. La Cina li userebbe come un qualsiasi mezzo di propaganda, mostrando solo quello che va bene al governo e nascondendo le violazioni ai diritti umani che avvengono quotidianamente.
C’è un precedente: le Olimpiadi che avrebbero dovuto avere luogo a Roma si svolsero a Londra nel 1908, a causa di grosse carenze organizzative italiane (in cent’anni, qui, è cambiato tutto…). Lo spostamento non avvenne a ridosso dei Giochi, come invece si richiederebbe adesso. C’è un altro elemento di diversità: i Giochi di oggi sono una colossale macchina che produce denaro, a cui nessuno vuole rinunciare. I puristi almeno in questo hanno ragione: gli originari ideali sono traditi.
Gli atleti pagano in termini di visibilità se non partecipano? E cosa dire allora dell’immagine che si fanno se invece partecipano? Lo stesso CIO all’assegnazione aveva chiesto al governo cinese di fare grossi passi avanti in tema di rispetto dei diritti umani, condizione per poter ospitare le Olimpiadi. Parole al vento.
Sarebbe ora di smettere di ritenere lo sport come un mondo separato: lo stesso Rogge, a capo del CIO, ripete che la sua organizzazione si occupa solo di sport e non di politica. Ma lo sport non è un mondo piccolo diviso dal mondo grande: i vantaggi di cui gli sportivi godono, li riscuotono nel mondo grande (ricordo un’intervista a Vucjnic, attaccante della Roma, in cui diceva che “la vera casta sono i campioni sportivi: hanno tanti vantaggi, saltano le code etc”). Fama e ricchezza non sono beni interni, esclusivi della pratica sportiva. Non sono nemmeno il fine della pratica sportiva. Quindi, per coerenza, accettando di immischiarsi con questi beni esterni, il mondo “esterno” dovrebbe interessare anche per le questioni politiche o morali.
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Lo sport e la cosiddetta società civile non sono divisi da rigide barriere. Gli sportivi sono anche cittadini. E spesso sono il simbolo della loro città o della loro nazione - pensiamo a cosa significa Larry Bird per French Lick (uno degli innumerevoli paesoni di campagna nell’Indiana), che non sarebbe nemmeno sulle mappe senza l’illustre concittadino; o quale rilievo politico abbiano avuto le vittorie italiane ai campionati del mondo di calcio (’34 e ‘38, durante il fascismo; ‘82, con Pertini in tribuna assieme a re Juan Carlos). Pensiamo a quanti ex-sportivi si siano dati alla politica: “Governator” Arnold Schwarzenegger, o gli italici Rivera e Rossi, per citarne giusto una manciata. Oppure a quanto il linguaggio della politica sia influenzato da quello dello sport, a partire dalle squadre di governo. L’abuso di questa vicinanza è rischioso, ma non significa che l’essere sportivi sia un ostacolo all’essere buoni cittadini o buoni politici. Anzi in molti hanno ritenuto che un’educazione sportiva fosse un valido apporto alla formazione del buon cittadino, dai greci fino a Thomas Arnold e all’ideale olimpico di Pierre deCoubertin.

photo credit: drhenkenstein
Ieri ho letto sulla Gazzetta dello Sport la pagina dedicata agli approfondimenti non sportivi (Gazzetta dello Sport, 17 marzo 2008, p. 43). Giorgio Dell’Arti parla della situazione del Tibet occupato dalla Cina, e dell’ipotesi di boicottare i Giochi olimpici che quest’anno si svolgeranno a Pechino. La chiusa del suo articolo è pessimista:
Aveva ragione Brenno: guai ai vinti.
Dell’Arti teme che ogni manifestazione simbolica sarebbe inutile: la Cina è una potenza a tutti i livelli, guida o guiderà l’economia mondiale, e nessun altro Stato muoverà un dito. Altri opinionisti sono dello stesso parere: un gesto simbolico alle Olimpiadi non ha mai funzionato, dicono. Né il pugno alzato e guantato di Tommy Smith e John Carlos (i due atleti furono anzi puniti ed esclusi a vita dai Giochi), oro e bronzo sui 200m a Mexico 1968 - Paese già funestato dal massacro di Tlatelolco [link ->]; né le proteste contro l’esclusione degli ebrei dalle squadre nel 1936; né le preoccupazioni (durate un solo giorno) per l’assassinio di atleti di Israele a Monaco 1972.
Accanto all’articolo di Dell’Arti si trova la risposta di Reinhold Messner, il cui curriculum sportivo parla da solo, che la pensa un po’ diversa: ritiene infatti che sarebbe utile un segno di protesta da parte di atleti o partecipanti a vario titolo, per esempio i capi di Stato invitati. Proprio il fatto che lo sport olimpico, sommerso nel denaro e nei giochi dei potenti, finora ha dato cattivi esempi è un motivo in più per provare finalmente qualcosa di importante. Inoltre il potere di un simbolo resta nel tempo: oggi ricordiamo Smith e Carlos, magari nel 2017 la Cina avrà subito la sorte che ha colpito il Terzo Reich o il blocco sovietico.
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