Da qualche anno si parla delle Miss venezuelane, che hanno un record di vittorie a Miss Universo. Se ne parla perché la bellezza che mettono in mostra ha un che di artificiale. Costruito. Siliconato.

miss venezuela and miss columbia
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Il grande vecchio (anche se ha solo 60 anni) dietro le quinte, Osmel Sousa, non fa misteri [link ->]: una gara di bellezza non è un «nature contest» e le migliorie estetiche non sono vietate dai regolamenti, quindi ha impiantato un sistema industriale di produzione di Miss da concorso. Nel suo staff, un chirurgo plastico e un odontotecnico sono dipendenti a tempo pieno dell’organizzazione, e le ragazze che vengono esaminate per l’accesso al concorso nazionale di Miss Venezuela vengono poste di fronte alla prospettiva di rifarsi qualcosa (naso, seno, fianchi, ecc.). Secondo Arthur Caplan non c’è niente di etico nel comportamento dei chirurghi, che sottopongono a trattamenti estetici delle ragazze di 17-18 anni per ragioni che i più giudicano futili. E già questo potrebbe chiudere il discorso.

Ma da un punto di vista di “competizione” quali problemi ci sono? A tutti gli effetti un concorso di bellezza è una competizione. Stupida, non sportiva, ma pur sempre competizione in base al concetto di paragone. E si vincono bei soldi, e probabilmente un futuro lavorativo (o come compagne di calciatori o petrolieri). Ci si mette a posto: si accede alla distribuzione di alcuni beni scarsi (soldi e fama, e di conseguenza altri soldi), in una gara con alcune regole. Si potrebbe pensare che le regole debbano livellare il punto di partenza per tutti/e: questo è spirito competitivo “sano”. Le venezuelane invece approfittano di un buco nei regolamenti: il miglioramento tramite chirurgia plastica non è vietato, ma le altre partecipanti non vi fanno ricorso. In questo modo il punto di partenza non è lo stesso per tutte. Qui si perde il valore della competizione “sana” e si entra nell’area della competizione come la intendono i non-sportivi: accaparrarsi i beni, con qualsiasi mezzo.

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Kongzi

Aug 21, 2008

Molti si sono accorti di un particolare, nella cerimonia d’apertura dei Giochi di Pechino 2008: mancavano riferimenti a Mao. Che come particolare è bello grosso, non è che ti sfugge facilmente. Hanno preferito presentare all’Occidente una faccia più rassicurante, quella del Maestro Confucio (Kong Qiu, Kong Zhongni, Kongzi, 551-479 a.C.): gli «amici venuti da lontano», le immagini quando si presentava la scrittura, eccetera.

Confucius (Kong Zi, K'ung-fu-tzu or Kongfuzi) Statue - Front View.
Creative Commons License photo credit: drs2biz

Però, sarebbe il caso di dare particolare risalto a una differenza fondamentale tra Confucio e Mao, tra il Maestro e il Grande Timoniere. Mentre Mao era un fervente praticante e “apostolo” dell’attività sportiva nel suo Paese, Confucio era un letterato, vale a dire un funzionario di corte, un burocrate. E sulla competizione aveva pensieri precisi. Dai Dialoghi:

Il Maestro disse: «nel tiro con l’arco, l’importante non è trapassare il cuoio, giacchè la forza delle persone non è uguale. Questo è il criterio degli antichi» 1

e

Il Maestro disse: «il signore non entra in competizione. Deve pur competere nel tiro con l’arco: ma giunge le mani nell’inchino e lascia il posto agli altri quando sale sul podio, e quando ne discende e beve. Anche nella competizione resta un signore» 2

Competere è roba da buzzurri; se trapassi il cuoio (ovvero il bersaglio) perché sei forte, in realtà assumi una prerogativa che non è tua: primeggi. E solo il signore può primeggiare. Ma il signore primeggia e poi fa il modesto, quindi se primeggi e non sei un signore sei un buzzurro. A Confucio la competizione sembrava una forza sovversiva, e la sovversione è male.

Con questi presupposti, la cerimonia d’apertura può essere vista in modo leggermente differente.

Bibliografia: Immagine di I dialoghi

  1. Dialoghi, Libro III - Ba Yi, 16
  2. Dialoghi, Libro III - Ba Yi, 7

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Il cercatore di forza

May 4, 2008

Soslan, eroe narte [link ->], era il più forte della sua gente. Quando i giovani narti si riunivano nella Piazza dei Giochi del villaggio dimostrava la sua superiorità nella danza. Quando si radunavano per «provare le loro frecce», non sbagliava un colpo. Quando, al fiume, si cimentavano nello scagliare un torello preso per le corna sull’altra riva (si, facevano questo gioco. Giovani un po’ rozzi), solo lui la raggiungeva.

scythes

[Fonte immagine: atmo.info]

Stufo di non avere rivali, assetato di competizione di buon livello, Soslan si mise in cammino. Discendendo lungo il fiume incontrò un pescatore. La canna del pescatore era un albero, e all’amo aveva attaccato la carcassa di un montone. Soslan pensò finalmente di aver trovato qualcuno di davvero forte, e si preparava a misurarsi, ma il pescatore gli disse di continuare a scendere lungo il fiume; più giù pescava suo fratello, molto più forte. E Soslan riprese il cammino. Incontrò un altro pescatore, che usava come canna un albero ancora più grande e come esca una mucca; il giovane narte ripetè la tiritera dei saluti, sperando di aver trovato il più forte degli uomini. Ma fu nuovamente respinto: scendi più giù, disse il pescatore, e troverai mio fratello che è più forte di me.

E Soslan continuò a camminare, fino a imbattersi in un terzo pescatore che usava come canna un albero smisurato e come esca un bue intero. E questo, pensò Soslan, è forte come non ce ne sono altri! Ma il pescatore, modesto, gli disse di continuare fino a trovare la loro (dei tre fratelli) casa, e lì la sera avrebbe visto chi era davvero forte. Soslan continuò, raggiunse la casa, si mise sotto la protezione della padrona di casa, la madre dei fratelli. La donna prima lo confortò (”se non ti fossi messo sotto la mia protezione, ti avrei usato per pulirmi i denti”), poi lo aiutò: lo nascose sotto un setaccio, che Soslan non riusciva nemmeno a smuovere, perché c’era il rischio di finire nello stomaco dei tre fratelli rientranti alla sera. Il giorno dopo la donna lo fece fuggire. I tre fratelli lo inseguirono a lungo, poi si imbatterono in un gigante monco e orbo. Soslan chiese il suo aiuto contro i tre cannibali (ucci ucci…), e il gigante lo aiutò: lo nascose sotto la lingua, e lottò con i tre fratelli. In poco tempo li sottomise, li legò con un pelo della sua gamba e poi li cacciò.

Soslan e il gigante fecero amicizia, e il narte spiegò il suo peregrinare: disse di essere capace di lanciare i tori da una riva all’altra, di essere il più forte del suo popolo, e di cercare qualcuno forte almeno come lui. Il gigante rispose che al suo paese i bambini di un mese lanciano tori da una riva all’altra. Lui, il più giovane di sette fratelli, una volta uscì a caccia con il padre e tutti i fratelli, tutti più grandi e forti di lui. Quando il tempo volse al brutto cercarono rifugio in una grotta. Poi arrivò un pastore con il suo gregge, e un caprone mosse verso la grotta e la usò per grattarsi. La grotta tremava e sobbalzava, poi fu lanciata in altro da un colpo di bastone del pastore che voleva riportare all’ordine il caprone. Tutti gli occupanti caddero fuori, il pastore li vide e li uccise tutti, tranne lui. Si accontentò di strappargli un braccio. L’occhio lo perse per il colpo alla grotta. Ah, non era una grotta, ma il teschio di un cavallo.

Il saggio gigante chiosò:

Da allora non sono mai più partito alla ricerca di uno più forte e a tutti quelli che mi amano e che amo ho dato e do ancora il medesimo consiglio: di non partire anche loro alla ricerca di uno più forte. Va’, mio sole, e non dire più che non c’è al mondo uomo più forte di te. 1

C’è sempre qualcuno più forte. È una questione di gradi, di paragone.

Bibliografia: G. Dumézil, Il libro degli Eroi, Adelphi, Milano, 1996.

  1. G. Dumezil, Il libro degli eroi, pp. 61-66, “Soslan alla ricerca di uno più forte di lui”

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Aldo Aledda cita gli studi di Kendall Blanchard (The Antropology of Sport, Bergin&Garvey, Wesport-London, 1995) sulla discussione riguardante la competizione, se sia un tratto naturale o culturale.

Molti specialisti ritengono che la competizione sia un “difetto” solamente culturale, che rovina la natura essenzialmente collaborativa degli esseri umani. L’esempio antropologico sarebbero gli indigeni Semai della Malesia [link ->], che sono ipercooperativi. Uno dei problemi di questo punto di vista è l’assunzione principale, cioè che la competizione sia antitetica alla cooperazione: io credo che non siano esclusive ma complementari [link interno ->]. Tolto questo, bisognerebbe sempre dimostrare che l’essere umano non è naturalmente competitivo, ma è un’altra prova molto ardua - proprio la strada sbagliata. Di fatto anche tra le popolazioni più cooperative ci sono tratti competitivi: non è che tra i Semai non nascono conflitti. Accanto a questi tratti competitivi (uso qui il termine “competizione” con l’accezione che ha nelle idee dei critici), troviamo sempre un apparato culturale per gestire la competizione/competitività. I Semai, appunto, discutono invece di fare a pugni, e alla fine arrivano a una decisione che risolve il conflitto pur senza voler attribuire colpe o meriti. Questo apparato culturale può senza grosse difficoltà essere identificato con l’etica.

Non è pienamente naturale, ma nemmeno non-naturale: dipende infatti da “come siamo fatti”, dalle nostre relazioni reciproche, dall’ambiente in cui vivamo e così via. Comunque, per la sua struttura culturale, la sua trasmissione non è per generazione ma per educazione. Lo sport, e prima ancora il gioco, ha significati pedagogici che cominciano dall’autocontrollo, dal possesso di sé. Con l’evoluzione culturale, il gioco arriva allo sport, che è più complesso perché ha un sistema di regole, scritte e non scritte, che il gioco non ha (è libero per definizione). Le regole dello sport servono per dare uniformità alla competizione, e in fondo anche senso (regole costitutive [link interno ->]).

Quindi lo sport si dota di sistemi di cooperazione per gestire la competitività, e poi questi sistemi tornano utili anche nella società più ampia. Per questo si ritiene che lo sport sia educativo e trasmetta valori desiderabili.

Bibliografia: Immagine di Sport p. 29

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Anno olimpico

Jan 17, 2008

2008, anno delle Olimpiadi di Pechino. Saranno in stile, con dispiego di mezzi mai visto, qualche milione di “volontari” addestrati alla bisogna, ragazze preparate a fare da hostess con sorriso stampato perennemente in faccia - qualche giorno fa c’era un servizio in coda mi pare a un TG2 - e un controllo pervasivo sull’informazione. Tutto deve andare bene, anche quello che non va bene.

Riprendo lo spunto di Lesandro [link ->], che suggerisce di mandare un messaggio agli atleti italiani tramite il form e lo spazio offerti dal CONI [link ->], e chiedere un gesto eclatante di protesta contro i soprusi del regime.

In sé la scelta della Cina come sede delle Olimpiadi non sarebbe neanche malaccio: un Paese di smisurate dimensioni, pieno di storia e culture, potrebbe offrire tutto questo al mondo. Sappiamo che praticamente ogni cosa è stata inventata dai cinesi, dagli spaghetti alla bussola alla carriola. Per non parlare delle filosofie, dal taoismo al confucianesimo al ch’an. Ma non sono questi i motivi che hanno favorito la vittoria di Pechino; si tratta invece dell’ormai onnipresente dio danaro. Le sponsorizzazioni, il mercato infinito che è il Paese del miliardo e mezzo di abitanti, la potenza politica, militare ed economica - motivi che contano per i markettari ma che con lo sport olimpico non hanno alcun principio in comune. Basta leggersi De Coubertin, che pur con qualche difetto (era un po’ comandino, e un po’ misogino) ha chiarito che l’ideale guida dell’organizzazione delle Olimpiadi è la celebrazione dell’atleta e dei suoi valori etici (il fair play).

Lo sport è sempre stato “politicizzato”, usato come strumento di propaganda (vedi le Odi di Pindaro o gli elogi di Mussolini a Carnera), ma mai come adesso è stato assoggettato a logiche di profitto che sono per loro natura perverse. Vero, lo sport crea differenze, ma non ha mai inteso creare il disprezzo dell’altro - se l’altro non ha alcun valore, che valore può avere una mia vittoria? Quindi uno dei punti fermi dello sport è il rispetto del valore dell’altro, cosa che ormai manca completamente. E manca nella politica, ragion per cui lo sport che viene strumentalizzato deve svegliarsi e reagire.

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