Anno olimpico

Jan 17, 2008

2008, anno delle Olimpiadi di Pechino. Saranno in stile, con dispiego di mezzi mai visto, qualche milione di “volontari” addestrati alla bisogna, ragazze preparate a fare da hostess con sorriso stampato perennemente in faccia - qualche giorno fa c’era un servizio in coda mi pare a un TG2 - e un controllo pervasivo sull’informazione. Tutto deve andare bene, anche quello che non va bene.

Riprendo lo spunto di Lesandro [link ->], che suggerisce di mandare un messaggio agli atleti italiani tramite il form e lo spazio offerti dal CONI [link ->], e chiedere un gesto eclatante di protesta contro i soprusi del regime.

In sé la scelta della Cina come sede delle Olimpiadi non sarebbe neanche malaccio: un Paese di smisurate dimensioni, pieno di storia e culture, potrebbe offrire tutto questo al mondo. Sappiamo che praticamente ogni cosa è stata inventata dai cinesi, dagli spaghetti alla bussola alla carriola. Per non parlare delle filosofie, dal taoismo al confucianesimo al ch’an. Ma non sono questi i motivi che hanno favorito la vittoria di Pechino; si tratta invece dell’ormai onnipresente dio danaro. Le sponsorizzazioni, il mercato infinito che è il Paese del miliardo e mezzo di abitanti, la potenza politica, militare ed economica - motivi che contano per i markettari ma che con lo sport olimpico non hanno alcun principio in comune. Basta leggersi De Coubertin, che pur con qualche difetto (era un po’ comandino, e un po’ misogino) ha chiarito che l’ideale guida dell’organizzazione delle Olimpiadi è la celebrazione dell’atleta e dei suoi valori etici (il fair play).

Lo sport è sempre stato “politicizzato”, usato come strumento di propaganda (vedi le Odi di Pindaro o gli elogi di Mussolini a Carnera), ma mai come adesso è stato assoggettato a logiche di profitto che sono per loro natura perverse. Vero, lo sport crea differenze, ma non ha mai inteso creare il disprezzo dell’altro - se l’altro non ha alcun valore, che valore può avere una mia vittoria? Quindi uno dei punti fermi dello sport è il rispetto del valore dell’altro, cosa che ormai manca completamente. E manca nella politica, ragion per cui lo sport che viene strumentalizzato deve svegliarsi e reagire.

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Espansione del bene

Nov 15, 2007

Salvatore Natoli nel suo podcast [link ->] del 12 gennaio 2007 parla del bene. Dice che il bene tende a espandersi. Ed espandendosi il bene di ognuno arriva inevitabilmente a contatto con altri “beni espansi”, i beni di altri; inevitabilmente perché l’essere umano vive in un ambiente che è relazione. Ci sono degli “altri”. Nel momento in cui i “beni espansi” entrano in contatto c’è il rischio che nascano (cit.) inimicizie.

Credo che in quel momento la competizione rischi di degenerare in conflitto. Quando si pensa che il bene altrui sia più appetibile, e che sia un qualcosa di ideale e presente al di fuori del soggetto, un travisato fine che fine non è. Insomma, quando si commette un errore e si ritiene che il nucleo della competizione sia il risultato, ottenere un profitto, e quando si identificano i concetti di profitto e bene. Se un profitto è un bene da conquistare, vuol dire che lo devo trovare da qualche parte fuori di me, perché se è da conquistare vuol dire che non l’ho a disposizione; se è fuori di me, magari è in possesso di qualcun altro; e se è in possesso di qualcun altro, per ottenerlo devo strapparlo all’altro. Così nasce il conflitto. Da un errore di valutazione.

Perché il bene non è qualcosa che possa prescindere dall’individuo, non è un’idea ideale; è vero che il bene non è soggettivo ma oggettivo, ma nel senso che è una funzione delle caratteristiche naturali dell’individuo vivente (del soggetto, quindi), un perfezionamento di quelle caratteristiche. Quindi è un errore pensare che il mio bene sia nelle mani di qualcun altro (al limite, è sulle ginocchia di Zeus). E da questo primo errore nasce l’errore che assimila competizione e conflitto. La competizione non è conflitto, e chi lo crede sbaglia perché non giudica il bene nei suoi limiti.

L’espansione del bene individuale quindi non porta necessariamente al conflitto (alle inimicizie); quando stiamo giocando, pensiamo che il nostro bene sarebbe vincere, fare il meglio. Lo pensa anche il competitore. Se riteniamo che il nostro bene sia un ideale, allora potremmo cadere nell’errore di valutazione; se invece ci accorgiamo che non dipende da altri o altro, la competizione non diventa conflitto ma quella che ho già identificato [link interno ->] come mutual quest for excellence.

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