Da qualche anno si parla delle Miss venezuelane, che hanno un record di vittorie a Miss Universo. Se ne parla perché la bellezza che mettono in mostra ha un che di artificiale. Costruito. Siliconato.

miss venezuela and miss columbia
Creative Commons License photo credit: stevendamron

Il grande vecchio (anche se ha solo 60 anni) dietro le quinte, Osmel Sousa, non fa misteri [link ->]: una gara di bellezza non è un «nature contest» e le migliorie estetiche non sono vietate dai regolamenti, quindi ha impiantato un sistema industriale di produzione di Miss da concorso. Nel suo staff, un chirurgo plastico e un odontotecnico sono dipendenti a tempo pieno dell’organizzazione, e le ragazze che vengono esaminate per l’accesso al concorso nazionale di Miss Venezuela vengono poste di fronte alla prospettiva di rifarsi qualcosa (naso, seno, fianchi, ecc.). Secondo Arthur Caplan non c’è niente di etico nel comportamento dei chirurghi, che sottopongono a trattamenti estetici delle ragazze di 17-18 anni per ragioni che i più giudicano futili. E già questo potrebbe chiudere il discorso.

Ma da un punto di vista di “competizione” quali problemi ci sono? A tutti gli effetti un concorso di bellezza è una competizione. Stupida, non sportiva, ma pur sempre competizione in base al concetto di paragone. E si vincono bei soldi, e probabilmente un futuro lavorativo (o come compagne di calciatori o petrolieri). Ci si mette a posto: si accede alla distribuzione di alcuni beni scarsi (soldi e fama, e di conseguenza altri soldi), in una gara con alcune regole. Si potrebbe pensare che le regole debbano livellare il punto di partenza per tutti/e: questo è spirito competitivo “sano”. Le venezuelane invece approfittano di un buco nei regolamenti: il miglioramento tramite chirurgia plastica non è vietato, ma le altre partecipanti non vi fanno ricorso. In questo modo il punto di partenza non è lo stesso per tutte. Qui si perde il valore della competizione “sana” e si entra nell’area della competizione come la intendono i non-sportivi: accaparrarsi i beni, con qualsiasi mezzo.

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Testing families

Nov 20, 2007

Scott Kretchmar cerca di spiegare le qualità dello sport, e perché non facciamo uno sport qualsiasi ma ne preferiamo uno (o pochi).

Definisce lo sport come test e lo appaia al contest. Quale differenza c’è? Se io fossi semplicemente un competitore di contest, mi andrebbe bene qualsiasi sport - e persino competizioni che non sono sport; per esempio, facciamo una gara a chi lava i piatti più in fretta, o a chi la tiene più a lungo dopo aver bevuto un quantitativo record di birra. Sono comunque contests, ma non sono sport.

Il fatto che io scelga uno sport come preferito e pratichi quello mi inserisce in una testing family, un gruppo di paragone nel quale trovo un senso per la mia vita quotidiana. Per esempio, posso dire che sono un giocatore di basket. E per esserlo, mi impegno in tests continui con il resto della testing family.

La differenza tra test e contest è che il contest non da senso alla vita, il test si. E lo sport è test perché non è un banale confronto “a chi fa qualcosa meglio”.

Bibliografia: Immagine di Ethics and Sport

(in questa antologia c’è l’articolo di Kretchmar)

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