1. I Giochi non dovrebbero essere chiamati Olimpiadi se non sono svolti a Olimpia.
2. La variazione di sede, che nelle intenzioni di de Coubertin serviva a diffondere i valori di fratellanza e rispetto in tutto il mondo, ormai è solo un buco nel sistema: i Giochi vengono assegnati in base al peso politico ed economico di chi li chiede, e vengono usati come vetrina e propaganda. Per evitare la strumentalizzazione dei Giochi, sarebbe opportuno ritornare all’uso originario: le Olimpiadi si svolgano sempre a Olimpia.
3. Le Olimpiadi siano celebrazione degli atleti che vi partecipano, e la nazionalità degli atleti sia un semplice strumento per organizzare le squadre. Chi vince l’oro ottenga, come nell’antichità, la cittadinanza onoraria di Olimpia.
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2008, anno delle Olimpiadi di Pechino. Saranno in stile, con dispiego di mezzi mai visto, qualche milione di “volontari” addestrati alla bisogna, ragazze preparate a fare da hostess con sorriso stampato perennemente in faccia - qualche giorno fa c’era un servizio in coda mi pare a un TG2 - e un controllo pervasivo sull’informazione. Tutto deve andare bene, anche quello che non va bene.
Riprendo lo spunto di Lesandro [link ->], che suggerisce di mandare un messaggio agli atleti italiani tramite il form e lo spazio offerti dal CONI [link ->], e chiedere un gesto eclatante di protesta contro i soprusi del regime.
In sé la scelta della Cina come sede delle Olimpiadi non sarebbe neanche malaccio: un Paese di smisurate dimensioni, pieno di storia e culture, potrebbe offrire tutto questo al mondo. Sappiamo che praticamente ogni cosa è stata inventata dai cinesi, dagli spaghetti alla bussola alla carriola. Per non parlare delle filosofie, dal taoismo al confucianesimo al ch’an. Ma non sono questi i motivi che hanno favorito la vittoria di Pechino; si tratta invece dell’ormai onnipresente dio danaro. Le sponsorizzazioni, il mercato infinito che è il Paese del miliardo e mezzo di abitanti, la potenza politica, militare ed economica - motivi che contano per i markettari ma che con lo sport olimpico non hanno alcun principio in comune. Basta leggersi De Coubertin, che pur con qualche difetto (era un po’ comandino, e un po’ misogino) ha chiarito che l’ideale guida dell’organizzazione delle Olimpiadi è la celebrazione dell’atleta e dei suoi valori etici (il fair play).
Lo sport è sempre stato “politicizzato”, usato come strumento di propaganda (vedi le Odi di Pindaro o gli elogi di Mussolini a Carnera), ma mai come adesso è stato assoggettato a logiche di profitto che sono per loro natura perverse. Vero, lo sport crea differenze, ma non ha mai inteso creare il disprezzo dell’altro - se l’altro non ha alcun valore, che valore può avere una mia vittoria? Quindi uno dei punti fermi dello sport è il rispetto del valore dell’altro, cosa che ormai manca completamente. E manca nella politica, ragion per cui lo sport che viene strumentalizzato deve svegliarsi e reagire.
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La prima Olimpiade moderna data 1896. È il successo di una vita, quella di Pierre de Coubertin.
In realtà, le radici dell’evento risalgono un po’ più indietro (almeno, fin dove ci si vuole fermare). Nel 1894 era stato fondato il CIO (Comitato Internazionale Olimpico) proprio per preparare la riedizione dei giochi più famosi dell’antichità. De Coubertin ha intenzione di proporre una nuova pedagogia che recuperi il corpo delle persone e che sia al contempo una scuola di autodisciplina e di lealtà, una palestra di socialità; l’esempio che ha in mente è il progetto di Thomas Arnold, rettore del college di Rugby dal 1828 al 1841 (muore nel 1842). Lo sport autogestito dei giocatori di Rugby è un esempio di forza, rispetto e amicizia. In scuole come Rugby (le famose public schools, che a dispetto del nome sono private) si formava la classe dirigente dell’impero britannico, che aveva bisogno di qualità come intraprendenza, forza, preparazione fisica e mentale.
Il piano di de Coubertin è lo stesso: lo sport per gentlemen, dove i professionisti non sono ammessi - i professionisti sono gli appartenenti alle classi inferiori, che cercano di guadagnarsi da vivere; i gentlemen sono invece i ricchi nobili o borghesi, che non hanno bisogno di prendere soldi dalla pratica sportiva (visto così, è molto meno affascinante di quanto normalmente si ritenga).
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La violenza attorno allo sport è un problema eterno.
Rossella Frasca spiega, nella sua introduzione al volume Memorie Olimpiche di De Coubertin, cosa intendessero i greci quando parlavano della tregua olimpica, ovvero del periodo in cui, come si diceva fino a qualche anno fa, le guerre venivano sospese durante le Olimpiadi - o come si pensa oggi, veniva concesso un diritto di passaggio a chi si recava alle Olimpiadi, in modo che si potessero attraversare le zone in guerra protetti da un’immunità sacra. Le Olimpiadi infatti erano celebrate in onore di Zeus e chiunque partecipasse in qualunque modo (atleta, spettatore, giudice, fornitore di servizi, filosofo, oratore, artista ecc.) godeva quindi della protezione del padre degli dei.
Questo privilegio veniva chiamato ekekeiria, tradotto in linguaggio poco ortodosso ma corrente: «Giù le mani!». Giù le mani, non toccate chi ha lo spirito sportivo, chi celebra i valori dello sport. Frasca suggerisce di recuperare questa santa usanza e soprattutto le sanzioni per chi la infrange: chi rovina lo spirito di fratellanza che si celebra tramite lo sport venga escluso da tutto il civile consorzio, non solo dai successivi avvenimenti sportivi. Chi non rispetta l’ekekeiria venga fermato al cancello, non entri, non partecipi, venga escluso.
Bibliografia: 
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