Corriere.it diffonde la notizia [link ->] che molti atleti potranno parlare sui propri blog della situazione cinese durante le Olimpiadi. Non ci sarà il temuto bavaglio sulle questioni sensibili (occupazione del Tibet, diritti umani, promesse infrante di trasparenza - anche dell’aria…).
Come nota anche la giornalista ci sono delle limitazioni: gli olimpionici non potranno farsi foto da postare sui loro blog, per non fare concorrenza ai giornalisti - paradosso: gli atleti non sono padroni della propria immagine. La “piantagrane” Yvonne Bönisch infatti ha già cominciato a postare foto sue e di tutta la sua squadra di judo [link ->], oltre a promettere che non parteciperà alla cerimonia di apertura e terrà sempre in bella vista un braccialetto associato in qualche modo alla protesta contro l’occupazione del Tibet.
Lenovo (quella dei computer) ha già raccolto un nutrito gruppo di bloggers [link ->], magari vale la pena sbirciare, ma pare che ancora nessuno abbia detto niente di compromettente. Altra limitazione sarà infatti il coraggio degli atleti (quanti vorranno rischiare la fine di Tommie Smith e John Carlos a Mexico 1968?), e la più grande sarà l’interesse degli atleti stessi per le questioni del mondo. Non scommetto sulla preparazione degli italiani.
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Pietro Mennea rifiuta l’idea del boicottaggio delle Olimpiadi di Pechino. Sostiene che gli unici a pagare sarebbero gli atleti, che si preparano per quattro anni all’evento e con questo tipo di protesta perderebbero la visibilità. Diversi atleti la pensano come l’ex-olimpionico.
Jean-François Juilliard, di Reporters sans frontières, ha manifestato con una bandiera olimpica particolare, dove al posto dei cinque cerchi ci sono delle manette, all’accensione della fiaccola a Olimpia [link ->]. Lui, come molti altri, chiede che il Comitato Olimpico revochi la decisione dell’assegnazione alla Cina dei Giochi. La Cina li userebbe come un qualsiasi mezzo di propaganda, mostrando solo quello che va bene al governo e nascondendo le violazioni ai diritti umani che avvengono quotidianamente.
C’è un precedente: le Olimpiadi che avrebbero dovuto avere luogo a Roma si svolsero a Londra nel 1908, a causa di grosse carenze organizzative italiane (in cent’anni, qui, è cambiato tutto…). Lo spostamento non avvenne a ridosso dei Giochi, come invece si richiederebbe adesso. C’è un altro elemento di diversità: i Giochi di oggi sono una colossale macchina che produce denaro, a cui nessuno vuole rinunciare. I puristi almeno in questo hanno ragione: gli originari ideali sono traditi.
Gli atleti pagano in termini di visibilità se non partecipano? E cosa dire allora dell’immagine che si fanno se invece partecipano? Lo stesso CIO all’assegnazione aveva chiesto al governo cinese di fare grossi passi avanti in tema di rispetto dei diritti umani, condizione per poter ospitare le Olimpiadi. Parole al vento.
Sarebbe ora di smettere di ritenere lo sport come un mondo separato: lo stesso Rogge, a capo del CIO, ripete che la sua organizzazione si occupa solo di sport e non di politica. Ma lo sport non è un mondo piccolo diviso dal mondo grande: i vantaggi di cui gli sportivi godono, li riscuotono nel mondo grande (ricordo un’intervista a Vucjnic, attaccante della Roma, in cui diceva che “la vera casta sono i campioni sportivi: hanno tanti vantaggi, saltano le code etc”). Fama e ricchezza non sono beni interni, esclusivi della pratica sportiva. Non sono nemmeno il fine della pratica sportiva. Quindi, per coerenza, accettando di immischiarsi con questi beni esterni, il mondo “esterno” dovrebbe interessare anche per le questioni politiche o morali.
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Lo sport e la cosiddetta società civile non sono divisi da rigide barriere. Gli sportivi sono anche cittadini. E spesso sono il simbolo della loro città o della loro nazione - pensiamo a cosa significa Larry Bird per French Lick (uno degli innumerevoli paesoni di campagna nell’Indiana), che non sarebbe nemmeno sulle mappe senza l’illustre concittadino; o quale rilievo politico abbiano avuto le vittorie italiane ai campionati del mondo di calcio (’34 e ‘38, durante il fascismo; ‘82, con Pertini in tribuna assieme a re Juan Carlos). Pensiamo a quanti ex-sportivi si siano dati alla politica: “Governator” Arnold Schwarzenegger, o gli italici Rivera e Rossi, per citarne giusto una manciata. Oppure a quanto il linguaggio della politica sia influenzato da quello dello sport, a partire dalle squadre di governo. L’abuso di questa vicinanza è rischioso, ma non significa che l’essere sportivi sia un ostacolo all’essere buoni cittadini o buoni politici. Anzi in molti hanno ritenuto che un’educazione sportiva fosse un valido apporto alla formazione del buon cittadino, dai greci fino a Thomas Arnold e all’ideale olimpico di Pierre deCoubertin.

photo credit: drhenkenstein
Ieri ho letto sulla Gazzetta dello Sport la pagina dedicata agli approfondimenti non sportivi (Gazzetta dello Sport, 17 marzo 2008, p. 43). Giorgio Dell’Arti parla della situazione del Tibet occupato dalla Cina, e dell’ipotesi di boicottare i Giochi olimpici che quest’anno si svolgeranno a Pechino. La chiusa del suo articolo è pessimista:
Aveva ragione Brenno: guai ai vinti.
Dell’Arti teme che ogni manifestazione simbolica sarebbe inutile: la Cina è una potenza a tutti i livelli, guida o guiderà l’economia mondiale, e nessun altro Stato muoverà un dito. Altri opinionisti sono dello stesso parere: un gesto simbolico alle Olimpiadi non ha mai funzionato, dicono. Né il pugno alzato e guantato di Tommy Smith e John Carlos (i due atleti furono anzi puniti ed esclusi a vita dai Giochi), oro e bronzo sui 200m a Mexico 1968 - Paese già funestato dal massacro di Tlatelolco [link ->]; né le proteste contro l’esclusione degli ebrei dalle squadre nel 1936; né le preoccupazioni (durate un solo giorno) per l’assassinio di atleti di Israele a Monaco 1972.
Accanto all’articolo di Dell’Arti si trova la risposta di Reinhold Messner, il cui curriculum sportivo parla da solo, che la pensa un po’ diversa: ritiene infatti che sarebbe utile un segno di protesta da parte di atleti o partecipanti a vario titolo, per esempio i capi di Stato invitati. Proprio il fatto che lo sport olimpico, sommerso nel denaro e nei giochi dei potenti, finora ha dato cattivi esempi è un motivo in più per provare finalmente qualcosa di importante. Inoltre il potere di un simbolo resta nel tempo: oggi ricordiamo Smith e Carlos, magari nel 2017 la Cina avrà subito la sorte che ha colpito il Terzo Reich o il blocco sovietico.
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