Secondo Russell Gough l’eccellenza etica e quella atletica hanno la stessa radice: le buone abitudini. Mi sembra azzeccato: una brava persona lo è costantemente, e un bravo atleta esercita su di sé un forte autocontrollo. Non è che la sera prima di una partita impostante ti dai ai bagordi fino alle 3 di notte, anche se hai 20 anni. Fare una cosa del genere è stupido. La stupidità mi sembra un bel tema di ricerca: la intendo come incapacità di giudizio. Quindi è un vizio. Di nuovo, circolarmente, vizio come pessima abitudine e astenersi dal vizio come buona abitudine, sia etica che atletica.
Bibliografia: 
Argomenti comuni
Quando Alasdair MacIntyre parla di pratiche, distingue per ciascuna dei beni interni ed esterni. I beni interni di una pratica sono quelli che si possono ottenere solo con quella pratica. Nello sport, questo punto di vista può coincidere con quello di Robert Simon, che riprendendo le tesi di Jane English [link interno ->] aggiunge ai benefici fondamentali e scarsi/supplementari i benefici costitutivi. Simon ha in mente soprattutto il piacere del gioco, quello che il giocatore prova e può aumentare dedicandosi maggiormente al gioco stesso, in modo da apprendere meglio le tecniche. Diventa un piacere funzionale, saper fare sempre meglio i movimenti del proprio gioco. Un piacere che deriva da un’eccellenza, sempre in costruzione. Chi non gioca non può nemmeno conoscere questo bene interno, anche se vede che i campioni possono in aggiunta godere di beni esterni come la fama e il denaro (parallelo con Jane English: gli scarce benefits); i beni esterni non dipendono dalla pratica, ma possono essere comuni a pratiche diverse. Posso avere soldi e fama facendo lo sportivo, il politico, il boss della malavita.
Sono dunque i beni interni che perseguo a caratterizzare il mio valore morale.
Bibliografia:

Argomenti comuni
Da che esiste il mondo, gli esseri viventi investono considerevoli energie nel gioco. Secondo Huizinga (Homo Ludens) il gioco è anteriore alla cultura: basta guardare gli animali, che certo non aspettano che gli si insegni la cultura per giocare. Allo stesso tempo, il gioco organizzato, lo sport, è stato visto come fase di transizione che prepara alla vita: nelle competizioni sportive si imparano o si raffinano qualità che reputiamo desiderabili per la vita associata che conduciamo, come l’onestà, il rispetto, la lealtà, la correttezza. Reputiamo desiderabili anche qualità che solo in senso mediato contribuiscono alla vita sociale: autostima, magnanimità [link interno ->], competitività.
In questo secondo gruppo si individuano elementi che fanno pensare alla pedagogia aristotelica, che è comunque una pedagogia già formulata da Omero (”primeggiare”): cercare di rendersi migliori. La ricaduta benefica sulla società del lavoro su se stessi è ciò che genera, in quest’ottica, una società buona. Lo sport permette anche di perfezionare se stessi, oltre che le qualità sociali.
Bibliografia:

Argomenti comuni
La virtù è, per senso comune, un’eccellenza in qualche qualità. Virtuoso è tanto l’ottimo violinista quanto l’ottimo cuoco: quale legame tra i due? Solo l’aver raggiunto i massimi livelli, ciascuno nel proprio specifico campo.
Aristotele chiarisce che virtù è proprio portare a perfezione una qualità. La virtù dell’uomo, la più generica, è la ragione; ma il discorso regge per ogni qualità. Virtù sono il coraggio, la magnanimità eccetera. Cose “buone”, che ci piacciono. Senza esagerare: virtù è giusto mezzo. Indovinare precisamente quale comportamento è più appropriato, quale misura è quella richiesta dalla situazione. Vizio, per converso, è tutto ciò che manca la misura (soprattutto se in modo esagerato).
Notiamo però che la virtù, pur essendo una misura media, è allo stesso tempo una misura massima: ci sono gradi di virtù che dipendono non solo dal posizionarsi a metà tra due vizi (paura <- coraggio -> sventatezza), ma anche proprio dal perfezionamento della virtù stessa (si può essere più o meno coraggiosi). Quindi un giusto mezzo è anche un eccesso.
Bibliografia: 
Argomenti comuni
La megalopsichìa [link interno ->] è un sentimento identificabile nel carattere dell’atleta. Il campione riconosce al suo fianco altri campioni, e la ristretta cerchia di campioni condivide il sentimento del riconoscimento di altri campioni. Si entra nel club solo raggiunto un certo livello di capacità.
Il concetto di paragone [link interno ->] torna ancora utile: il livello di “bontà” di un giocatore si stabilisce in base al confronto con gli altri.
La magnanimità dell’atleta si realizza quindi nel suo essere consapevole delle proprie capacità, e nel gradire che i “pari” le riconoscano. Il tifo di chi non è a un livello sufficiente per giudicare è cosa diversa: la megalopsichìa è un giusto mezzo, solo il vanitoso (vale a dire chi si stima più di quel che vale) si fa trascinare, mentre chi ha questa virtù apprezza la fama ma non gioca per il tifo, gioca per il piacere che prova nella sua autorealizzazione.
Argomenti comuni