Un paradiso abitato da diavoli era la descrizione che si dava del Mezzogiorno italiano in età moderna. Brigantaggio e sciatteria erano i motivi dell’accusa. Ne parlò anche Benedetto Croce - per provare a confutare la posizione e a spronare i suoi concittadini. Il detto si può estendere all’Italia intera, paradiso dei free riders. La cifra dell’italiano medio è fregare il prossimo, trovare la scappatoia, ingegnarsi per non sostenere i costi della comunità. Per alcuni questi sono i pregi del carattere italiano, il sapersela cavare, la furbizia. Per me non lo sono, si tratta di odiose e vergognose inclinazioni da parassiti che tutti gli stati civili hanno fatto in modo di estirpare, con l’educazione.
Pistolotto retorico esterofilo a parte, la definizione potrebbe ben applicarsi anche allo sport. Lo sport è un luogo di piacere, ma gli atteggiamenti da free rider rovinano tutto. Secondo l’etica propria dello sport, il rispetto degli avversari è imprescindibile: nel momento in cui prendo in giro chi compete con me, mi metto fuori dall’etica sportiva. Ho in mente i tuffi dei calciatori, guarda caso un vizio che si impara in Italia. Buttarsi a terra in area per ottenere un rigore è una furbata, ma non è competizione. Per il semplice motivo che è sleale, non trasparente, e causa direttamente un danno. Di nuovo, un’odiosa e vergognosa inclinazione che le comunità civili hanno fatto in modo di estirpare con l’educazione.
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Aldo Aledda cita gli studi di Kendall Blanchard (The Antropology of Sport, Bergin&Garvey, Wesport-London, 1995) sulla discussione riguardante la competizione, se sia un tratto naturale o culturale.
Molti specialisti ritengono che la competizione sia un “difetto” solamente culturale, che rovina la natura essenzialmente collaborativa degli esseri umani. L’esempio antropologico sarebbero gli indigeni Semai della Malesia [link ->], che sono ipercooperativi. Uno dei problemi di questo punto di vista è l’assunzione principale, cioè che la competizione sia antitetica alla cooperazione: io credo che non siano esclusive ma complementari [link interno ->]. Tolto questo, bisognerebbe sempre dimostrare che l’essere umano non è naturalmente competitivo, ma è un’altra prova molto ardua - proprio la strada sbagliata. Di fatto anche tra le popolazioni più cooperative ci sono tratti competitivi: non è che tra i Semai non nascono conflitti. Accanto a questi tratti competitivi (uso qui il termine “competizione” con l’accezione che ha nelle idee dei critici), troviamo sempre un apparato culturale per gestire la competizione/competitività. I Semai, appunto, discutono invece di fare a pugni, e alla fine arrivano a una decisione che risolve il conflitto pur senza voler attribuire colpe o meriti. Questo apparato culturale può senza grosse difficoltà essere identificato con l’etica.
Non è pienamente naturale, ma nemmeno non-naturale: dipende infatti da “come siamo fatti”, dalle nostre relazioni reciproche, dall’ambiente in cui vivamo e così via. Comunque, per la sua struttura culturale, la sua trasmissione non è per generazione ma per educazione. Lo sport, e prima ancora il gioco, ha significati pedagogici che cominciano dall’autocontrollo, dal possesso di sé. Con l’evoluzione culturale, il gioco arriva allo sport, che è più complesso perché ha un sistema di regole, scritte e non scritte, che il gioco non ha (è libero per definizione). Le regole dello sport servono per dare uniformità alla competizione, e in fondo anche senso (regole costitutive [link interno ->]).
Quindi lo sport si dota di sistemi di cooperazione per gestire la competitività, e poi questi sistemi tornano utili anche nella società più ampia. Per questo si ritiene che lo sport sia educativo e trasmetta valori desiderabili.
Bibliografia:
p. 29
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alex |
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Casomai aveste in mente un viaggio a Barcellona prima del 31 marzo 2008 mettete nel programma della visita anche un’entrata al Museo Olimpico, dove è allestita la mostra Esport i construcció de ciutadania [link ->]:
Avui, l’esport ha entrat en tots els àmbits de la vida social. Ha deixat de ser una activitat reservada a les persones més dotades o per donar espectacle i pren dimensions múltiples i variades ajudant a millorar les actituds i els comportaments.
cioè:
Oggi lo sport è entrato in tutti gli ambiti della vita sociale. Ha smesso di essere un’attività riservata alle persone più dotate o per fare spettacolo, e prende dimensioni multiple e variate aiutando a migliorare le attitudini e i comportamenti.
Una traduzione un po’ alla buona (quel dotades leggetelo anche come ricche), ma si capisce che l’idea che ha portato all’apertura della mostra è che lo sport sia utile a formare e far incontrare le persone nelle comunità.
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Da che esiste il mondo, gli esseri viventi investono considerevoli energie nel gioco. Secondo Huizinga (Homo Ludens) il gioco è anteriore alla cultura: basta guardare gli animali, che certo non aspettano che gli si insegni la cultura per giocare. Allo stesso tempo, il gioco organizzato, lo sport, è stato visto come fase di transizione che prepara alla vita: nelle competizioni sportive si imparano o si raffinano qualità che reputiamo desiderabili per la vita associata che conduciamo, come l’onestà, il rispetto, la lealtà, la correttezza. Reputiamo desiderabili anche qualità che solo in senso mediato contribuiscono alla vita sociale: autostima, magnanimità [link interno ->], competitività.
In questo secondo gruppo si individuano elementi che fanno pensare alla pedagogia aristotelica, che è comunque una pedagogia già formulata da Omero (”primeggiare”): cercare di rendersi migliori. La ricaduta benefica sulla società del lavoro su se stessi è ciò che genera, in quest’ottica, una società buona. Lo sport permette anche di perfezionare se stessi, oltre che le qualità sociali.
Bibliografia:

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Bruce Lee:
Conoscersi è studiare se stessi nell’interazione con un’altra persona
Bibliografia: 
p. 243
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