Aristotele:

Chiamo passioni: desiderio, ira, paura, ardimento, invidia, gioia, affetto, odio, brama, gelosia, pietà e in generale tutto ciò cui fa seguito piacere e dolore; chiamo capacità quelle cose in base alle quali siamo capaci di provare quelle passioni, per esempio ciò in base a cui siamo in grado di adirarci, addolorarci o avere pietà; chiamo stati abituali quelle cose in base alle quali ci atteggiamo bene o male riguardo alle passioni. 1


Bibliografia: Immagine di Etica Nicomachea

  1. Etica Nicomachea, 1105b

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I filosofi e lo sport

Jan 5, 2008

John L. chiede ai filosofi di AskPhilosophers [link ->] come mai i filosofi trattino poco lo sport [link ->]. Si chiede in particolare come mai siano i contemporanei e i moderni a non trattarlo, mentre gli antichi ne parlavano e lo usavano per spiegare concetti, come Aristotele [link interno ->]. E molti ne facevano: Platone, o Cleante che prima di diventare scolarca degli stoici era un pugile.

La risposta mi sembra un tentativo di eludere la domanda: «è una questione di tempo, non si può studiare tutto».

Però anche gli antichi studiavano tutto. Aristotele è proprio l’esempio migliore di un filosofo che si è interessato di tutto. E allora Kalynne Pudner corregge il tiro: i filosofi preferiscono occuparsi di cose che fanno curriculum da filosofo. Questione di mercato.

Caro John, ti rispondo io: i filosofi non si occupano di sport perché lo ritengono una cosa troppo popolare e quindi volgare. La cultura occidentale è vittima della dicotomia corpo-mente (colpa del cristianesimo, colpa di Descartes [link ->], colpa un po’ di tutti) e della preferenza accordata alla mente o spirito, anima. Solo gli stupidi si dedicano a cose corporee, i veri intelligenti lavorano di mente. E i filosofi sono intelligenti, per definizione. Quindi, i filosofi non si occupano di sport per pregiudizio e perché ormai non lo capiscono.

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Virtù

Dec 11, 2007

La virtù è, per senso comune, un’eccellenza in qualche qualità. Virtuoso è tanto l’ottimo violinista quanto l’ottimo cuoco: quale legame tra i due? Solo l’aver raggiunto i massimi livelli, ciascuno nel proprio specifico campo.

Aristotele chiarisce che virtù è proprio portare a perfezione una qualità. La virtù dell’uomo, la più generica, è la ragione; ma il discorso regge per ogni qualità. Virtù sono il coraggio, la magnanimità eccetera. Cose “buone”, che ci piacciono. Senza esagerare: virtù è giusto mezzo. Indovinare precisamente quale comportamento è più appropriato, quale misura è quella richiesta dalla situazione. Vizio, per converso, è tutto ciò che manca la misura (soprattutto se in modo esagerato).

Notiamo però che la virtù, pur essendo una misura media, è allo stesso tempo una misura massima: ci sono gradi di virtù che dipendono non solo dal posizionarsi a metà tra due vizi (paura <- coraggio -> sventatezza), ma anche proprio dal perfezionamento della virtù stessa (si può essere più o meno coraggiosi). Quindi un giusto mezzo è anche un eccesso.

Bibliografia: Immagine di Etica Nicomachea

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Megalopsichìa

Dec 4, 2007

Solitamente si traduce dal greco megalopsichìa con magnanimità, o con fierezza. Magnanimità è più aderente alla lettera (grande animo/anima) ma forse è più generico. Perlomeno nel linguaggio quotidiano una persona dotata di magnanimità è una persona altruista, benevola. Il termine originario però non indica questo.

In Aristotele l’uomo dotato di virtù ha anche megalopsichìa: perfettamente consapevole delle proprie qualità, ci tiene a che siano riconosciute. Stima più d’ogni altra cosa l’onore, e ritiene di meritarlo. La trattazione in Etica Nicomachea (1123b ss.) è precisa: preferisce beneficare a essere beneficato, dare aiuto a riceverlo, essere stimato da persone degne di stima piuttosto che dalla massa. Come ogni qualità descritta da Aristotele, è un giusto mezzo, relativo alla persona, tra due estremi: la pusillanimità e la vanità. Pusillanime è chi si stima meno di quel che vale, vanitoso chi si stima più di quel che vale.

Come fa il magnanimo a diventare “altruista”? Sembra un egoista a tutto tondo, uno che pensa solo a se stesso e che pretende che il suo valore sia riconosciuto. In realtà, nella definizione di magnanimo rientra il possedere la virtù, e chi la possiede è necessariamente buono; parte della bontà è essere d’aiuto agli altri, e il magnanimo non si sottrae.

Bibliografia: Immagine di Etica Nicomachea

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Oi pràttontes orthòs

Nov 10, 2007

Aristotele:

Come nei giochi Olimpici vengono premiati non i più belli e i più forti, ma coloro che si impegnano nelle gare (infatti i vincitori sono tra questi), così quelli che agiscono correttamente risultano essere i vincitori delle cose belle e buone nella vita.

Etica Nicomachea, 1099a.

Bibliografia: Immagine di Etica Nicomachea

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