Recentemente uno studio svedese ha causato qualche rumore. Si tratta dell’esperimento durato 20 anni e guidato da Kerstin Albertsson-Wikland e consistente nella somministrazione di somatotropina (GH) anche a bambini che non ne avrebbero bisogno, vale a dire non affetti da ISS (idiopathic short stature). [link 1 ->] [link 2 ->]
La terapia con l’ormone della crescita è ormai piuttosto diffusa, ma proprio in quei casi in cui la bassezza è patologica e dovuta a un malfunzionamento della ghiandola pituitaria, quella che nel corpo umano controlla appunto la somatotropina. Stimolare la produzione dell’ormone della crescita, o addirittura aggiungerne di esterno, in chi non ne ha bisogno non è più cura di una malattia. Si tratta proprio di potenziamento. O, con una parola che non piace a molti, di eugenetica.
Ora, non è che gli svedesi siano nuovi all’eugenetica1. La volontà di migliorare la razza è sopravvissuta al nazismo, e c’era già prima: nel 1922 la Svezia è il primo paese al mondo a fondare e finanziare un Istituto Nazionale per la Biologia della Razza2. La differenza pare essere il consenso dei soggetti alle terapie migliorative: se dagli anni ‘30 venivano sterilizzate donne malate di mente, o prigioniere in carcere, o comunque persone con tratti “indesiderabili” (circa 63.000 in più o meno 40 anni) che non si voleva venissero trasmessi alle generazioni successive3, questo esperimento non si è svolto contro la volontà delle cavie.
D’altronde, c’è una differenza tra poter diventare più alti e venire sterilizzati: l’altezza è una qualità riconosciuta socialmente4, è un valore sociale. Basta pensare alla altocrazia che tra XVIII e XIX secolo ha impazzato presso tutte le corti europee: i sovrani si circondavano di corpi scelti militari, addetti alla difesa personale del capo di stato; queste truppe d’elite erano selezionate in base all’altezza. Anche in Italia abbiamo i corazzieri. Pare anche che i più alti godano nella vita di stipendi superiori ai bassi, ma evidentemente la situazione italiana fa caso a sé.
Il trattamento di bassezze patologiche, quindi, è definito cura. In questo senso la bassezza patologica è malattia5. Usare il GH per aumentare stature non patologicamente basse sembra essere solo un trattamento cosmetico: se non sei malato non dovresti curarti, si passa al “doping” di certe caratteristiche. L’altezza è una caratteristica desiderabile, perché presumibilmente vantaggiosa. Bisognerebbe descrivere quali vantaggi porti (in alcuni sport è sicuramente un vantaggio, ma in altri è un ostacolo). In ottica puramente utilitarista, se i vantaggi superano gli svantaggi allora non ci sono ragioni per non perseguire questa strada di miglioramento dell’altezza. Addirittura ci sarebbero ragioni per farlo. E in Svezia ci sono importanti pensatori utilitaristi.
Anticipo un’obiezione: la Svezia ha un altissimo tasso di suicidi. Vero. Si potrebbe indagare se le pratiche eugenetiche “alla buona”, fatte senza veramente conoscere cosa succedeva nel DNA, non abbiano procurato una predisposizione alla ricezione dei fattori chimici della depressione. E resta ancora da vedere cosa succede con le cure al GH non necessarie: sembra che non abbiano gli stessi effetti collaterali del doping agli steroidi, però.
Herman Lundborg, medico e psichiatra, pare essere stato l’ispiratore delle politiche di sterilizzazione più o meno forzata di “inadatti” che in Svezia è continuata fino al 1976. ↩
oggi è il centro di studi sulla genetica dell’Università di Uppsala ↩
dal 1999 il Governo svedese ha deliberato per dei risarcimenti, ma solo fino a 21mila dollari ↩
Stephen Hall, Una questione di statura, Orme Editori, 2007 ↩
un collega ha preparato e discusso un paper sulla definizione di malattia in senso biostatistico, ma non so se vuole essere linkato ↩
Sul sito della ACB [link ->], la lega di pallacanestro spagnola, si trova un link a un testo [link ->] preparato dall’Accademia Olimpica di quel Paese che piace a un numero sempre maggiore di italiani. La grafica è d’impatto, si può sfogliare il libro online. Ma la comodità è scaricarselo gratuitamente in pdf, basta cliccare dove c’è scritto «Descargar libro (PDF)».
Lo spagnolo non è difficile da seguire, anche se non si conosce perfettamente la lingua di Cervantes. Voglio sottolineare un punto dove si dice senza peli sulla lingua una cosa che può dar fastidio se mal interpretata:
CITIUS- ALTIUS - FORTIUS
Significa más rapido, más alto, más fuerte y simboliza la meta del olimpismo tratando de conseguir una raza humana superior a través de la práctica deportiva1
Ovvero in traduzione
CITIUS- ALTIUS - FORTIUS
Significa più veloce, più in alto, più forte e rappresenta il fine dell’olimpismo che cerca di ottenere una razza umana superiore per mezzo della pratica sportiva
Problemi con l’eugenetica?
Conrado Durántez, Olimpismo y deporte. Valores y símbolos, p. 12 del pdf / p. 11 della versione online *link ->* ↩
Nigel Warburton riassume [link ->] le due posizioni, pro e contro, il miglioramento genetico nello sport e nella vita in generale. Pro si schiera Julian Savulescu, contro Michael Sandel.
Nigel Warburton ha intervistato Michael Sandel [link ->] per Ethics Bites. Il tema sono le posizioni che Sandel espone nel suo testo The Case Against Perfection (Belknap Press, 2007): posizioni preoccupate per le possibilità che si aprono con la ricerca genetica.
L’argomento ha un forte appeal per chi si occupa di sport, per alcuni semplici motivi: innanzitutto, lo sport oggi è un business di proporzioni enormi. Non c’è alcun dubbio che sia l’attività che coinvolge la maggior quantità di persone, sia come praticanti (professionisti, amatori, dilettanti) sia come spettatori, sia come lavoratori dell’indotto (per esempio, aziende di abbigliamento sportivo, o agenzie di scommesse). Chi investe nello sport lo fa, come in qualsiasi affare, per ricavare utili. Se questi investitori avranno la possibilità di creare da zero i loro campioni non si tireranno certo indietro.
Non lo faranno nemmeno gli sportivi, o i genitori dei futuri sportivi: un contratto di un campione sportivo vale milioni, la concorrenza è già spietata adesso, e se non ci sono mezzi per impedire il normale doping non ce ne saranno nemmeno per impedire quello genetico. Tanto più che in un modo sottile già oggi si fa selezione genetica: gli osservatori delle squadre viaggiano di continuo per cercare piccoli campioni in erba, basandosi sull’assunto implicito che ci sono ragazzini/e con un “talento naturale”. Questo talento naturale non è altro che l’espressione di potenzialità scritte nei geni: per esempio, un bambino più coordinato, una bambina più agile, che avranno meno difficoltà e più risultati imparando in seguito la tecnica.
Di fatto, la ricerca sarà un grande aiuto per combattere malattie gravissime. Mettere ostacoli su questa strada è un atto criminale e disumano che non dovremmo accettare in silenzio. Dovremmo (giusto per completezza) magari evitare di far soffrire gli animali usandoli come cavie. Ma la posizione allarmata che spopola contro questo tipo di ricerca non si basa su questo: l’accusa è la solita, il vecchio “voi giocate a essere dio”. Un affronto, un crimine di lesa maestà. Ovviamente non è un’obiezione con solide basi. L’eugenetica fa paura. A mio parere, la paura è invidia di ciò che non potremo essere fisicamente - e sorge persino il paradosso che chi si scaglia contro le pratiche eugenetiche lo fa da un punto di vista spirituale ma in realtà vorrebbe un supercorpo.
Sicuro, c’è moltissima strada da fare. Non bisogna però credere che si creeranno cloni in serie. Prendiamo lo sport: non avrebbe senso clonare un Wilt Chamberlain, perché i giocatori di basket di oggi sono già meglio di lui, fisicamente. Un clone di Chamberlain non servirebbe a niente. Non bisogna nemmeno credere che sia così facile creare cloni: noi umani abbiamo 25-30 mila geni, ma mica tutti partecipano nella formazione del nostro corpo. Alcuni sono attivi, altri no. Bisogna trovare quelli attivi, bisogna capire come si attivano, e magari perché (stimoli esterni? Caso? Eredità?). Infine è il caso di smettere di pensare che i ricercatori siano pazzi: non vorranno ridurre la diversità, perché la riduzione della diversità è il rischio maggiore che corre la vita, e chiunque con un minimo di informazione scientifica lo sa.
Da un punto di vista sportivo le cose si complicano: nel momento in cui la manipolazione genetica sarà pratica comune (e si eviteranno nascite sventurate, nel senso che sarà possibile “correggere” in anticipo errori genetici nei nascituri ed evitare loro vite d’inferno devastate da malattie), anche gli sportivi potranno accedere a questa tecnica e ne avranno diritto per il loro status di cittadini, uguali agli altri. Si teme, anche qui, che la manipolazione verrà impiegata per dare agli sportivi capacità più ampie, non naturali. Tralasciando il fatto che, se si attivano certi geni piuttosto che altri, o maggiormente alcuni geni - diciamo quelli che danno forma ai muscoli -, non si fa niente di esterno alla natura del corpo, il problema riveste comunque una valenza etica: i successi ottenuti in questo modo avranno lo stesso valore?
Scenario futuro: tutti sani, per fortuna. Magari emigrati su Marte, avendo distrutto la Terra, ma sani. Superuomini. E gli sportivi di più. Ci sarà comunque un pubblico agli spettacoli, ci saranno nuovi sport. Lo sportivo saprà ancora fare cose che l’uomo comune non sa fare: infatti l’uomo comune va a vedere lo sport per provare un piacere che non può procurarsi giocando in prima persona. Io gioco a basket e mi piace il basket, mi piace giocare; e anche se non sono fisicamente in grado di fare quello che fanno Kobe Bryant o Dwight Howard, mi piace vedere le loro giocate. Questo rapporto tra sportivo amatore e sportivo professionista si manterrà anche in futuro.
Da un punto di vista morale ci sarebbe solo, a mio avviso, una obiezione: la felicità che proviamo nello sport (come in genere nelle attività) proviene dall’impegno personale. Nel momento in cui le difficoltà sono superate facilmente grazie ad aiuti esterni, sarà più difficile provare felicità. Si dovranno cercare ostacoli sempre più elevati e ardui, altrimenti si rischia la depressione per una vita troppo piatta, troppo facile. In breve, rimarrà la differenza tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere, e il nostro impegno etico (l’impegno che mettiamo nel vivere) sarà lo stesso, a patto che non si superino di slancio gli obiettivi limite rischiando di non trovarne altri. Detto semplicemente, non bisogna fermarsi, ma andarci comunque cauti.
Bonus: Dwight Howard -Superman, All Star Game NBA, 2008
Grazie all’intervento di Tommy David [link ->] riposto il pensiero su eugenetica e sport.
I trattamenti o perlomeno le analisi del DNA sono l’ultima grande conquista della ricerca medica. La paura è che le nuove conoscenze possano venire utilizzate per selezionare la razza umana. La speranza è che invece le capacità acquisite possano essere utilizzate per evitare malattie e sofferenze. L’eugenetica è un tema filosofico fin dalla nascita della filosofia. Quando Platone fa dire a Socrate che nello Stato ideale i governanti si occupano anche di scegliere le coppie per farle figliare una prole migliore (Repubblica, libro V, 495c) ci sembra mostruoso, soprattutto per la naturalezza con cui Socrate pronuncia le frasi incolpate. Uno sguardo appena più approfondito rivela alcuni particolari:
Socrate - E’ chiaro dunque che, successivamente, faremo matrimoni santi quanto più è possibile; e se sono santi, saranno i più utili.
Glaucone - Senz’altro.
S - Ma come dunque saranno i più utili? Rispondimi a questo, Glaucone: nella tua casa vedo cani da caccia e numerosi uccelli di nobile razza. Sei stato un po’ attento, per Zeus!, ai loro connubi e alla loro figliazione?
G - Cosa?
S - Anzitutto, tra questi animali stessi, per quanto di nobile razza, non ce ne sono alcuni che sono e divengono ottimi?
G - Ce ne sono.
Ho evidenziato la parte che mi sembra più notevole. È noto che Platone suggeriva la pratica della ginnastica e la cura del corpo accanto a quella della mente, e proponeva che non solo gli uomini, ma anche le donne con la giusta attitudine partecipassero agli allenamenti. Per questo Socrate chiede se ci sono «alcuni che sono e divengono ottimi». Divenire ottimi è il risultato di una pratica costante, essere ottimi è il cosiddetto dono di natura. Nello sport i due concetti sono strettamente legati: il talento e l’allenamento fanno il campione. Quello che voglio sottolineare è che lo sport è una pratica eu-genetica. La selezione proposta da Platone non comporta l’azione sui geni direttamente (non c’erano i mezzi tecnici per farlo), ma la selezione sui portatori dei geni: la selezione di alcuni fenotipi preferiti ad altri, e l’idea che un animale più forte e sano avrà figli più forti e sani. L’animale “guerriero” che dovrà occuparsi di difendere lo Stato ideale non fa differenza: può già essere migliore o diventarlo tramite la ginnastica.
Cerchiamo di essere onesti: la paura dell’eugenetica, più che dettata da -peraltro giustificabili- motivi storici (il nazismo), è una forma di invidia per chi potrà godere di una vita migliore della nostra. Tutti sani, tutti belli. Non ha senso sostenere che non è “giusto” selezionare la razza umana, perché selezioniamo già ogni altra razza animale. Ha senso invece un invito a non esagerare e a cercare di selezionare solo tratti che siano importanti per la salute e le capacità, e smetterla con le puttanate estetizzanti.
———- E aggiungo un edit: ———-
Mi piace sempre evidenziare che lo sport è una forma di eugenetica e ciò nonostante non riceve critiche da questo punto di vista. In tutta la storia dell’umanità, il fisico dell’atleta è stato migliore del fisico “normale”, vuoi per l’allenamento vuoi per doni di natura, e gli atleti hanno sempre ricevuto un ritorno di valore sociale molto alto. In praticamente tutte le società i campioni sono in cima alle gerarchie sociali. Insomma, i risultati che si paventano per l’eugenetica medica ci sono già per l’eugenetica sportiva.
Come suggeriva Ivo Silvestro [link ->] nel suo commento ahimé perduto con il mio errore, si profila un rischio quando si pensi a una forma politica di selezione. La scelta individuale dovrebbe sempre essere salvaguardata. Chiaramente, in un mondo in cui tutti ricorressero all’aiuto medico per avere figli “migliori” sarebbe molto difficile pensare che un ultimo libero utopista scegliesse di non utilizzare per il proprio figlio le tecniche più moderne. E il problema si allarga parecchio…
Senza considerare la possibilità di costruire campioni in provetta: se già abbiamo enormi difficoltà con il doping, figurarsi come potrà essere con la manipolazione genetica! Ma probabilmente prima che si arrivi a questo, i nostri sport non ci saranno più e ci saranno sport nuovi.