Il punto sul fair play è solo uno, credo: che nessuno abbia vantaggi sui competitori in partenza - escluse le doti naturali.
Questo “principio” si può correggere oggi, perché si profila il doping genetico: un potenziamento dei geni è pur sempre naturale, quindi potrebbe evidenziarsi il problema di persone con il dna potenziato contro persone con il dna “normale”. Se dall’eguale punto di partenza escludo le doti fisiche naturali, allora il doping genetico non è escluso: chi potrà permetterselo, vincerà tutte le gare. La soluzione? Accesso per tutti alle tecnologie di potenziamento genetico. Sarà il trionfo dell’eguale punto di partenza. Una mostruosità?
Non è detto: nello sport contano (a volte molto) le doti fisiche - compresa una buona capacità di ragionamento, per esempio strategica negli sport di squadra, o di concentrazione. Ma lo sport non si riduce alle caratteristiche fisiche: lo sport è tecnica, la quale può essere appresa più facilmente se abbiamo capacità fisiche migliori, ma deve comunque essere appresa e ci si lavora. Miglioramento delle capacità fisiche non implica tecnica, ma può permettere migliore tecnica. La stessa capacità strategica degli sport di squadra va allenata. Oltre a ciò, la volontà non è patrimonio genetico, ma culturale.
Insomma, sotto questo profilo un miglioramento genetico non sarebbe “sleale”, a condizione che sia accessibile a tutti. Questo significa che “dobbiamo liberalizzarlo”? Non lo so. So che «non si può fermare il progresso», quindi conviene ragionare su come renderlo disponibile per tutti, vale a dire “non ingiusto”.
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Secondo Sigmund Loland lo sport è composto da cinque elementi:
1. gli sport specific goals, divisi a loro volta in social logic of games (in parole povere, la logica sociale dei giochi è vincere) e in ethos (che interpreta la logica sociale)
2. gli structural goals of competition (misurare e fare graduatorie in base alle performances atletiche)
3. gli intentional goals among competitors (quali sono i motivi per cui faccio sport?)
4. i moral goals of sport competitions (perché esistono le competizioni?)
5. il fair play, diviso in formal fair play (conformità alle regole) e informal fair play (attitudine dei partecipanti)
Bibliografia: 
(cap. 1, pp. 15-16)
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La scorsa settimana è sembrato che il mondo del calcio si fosse mosso contro la violenza che provoca: i giocatori della Fiorentina, sconfitti, avevano atteso i rivali dell’Inter all’uscita dal campo, verso gli spogliatoi, per stringere loro la mano. Come a dire, fine delle ostilità. L’evento ha conquistato titoli e spazi sui media; che peraltro hanno mostrato una discreta ignoranza chiamando il gesto “terzo tempo”, come quello del rugby. Ci sono voluti tre o quattro giorni perché finalmente un giornalista in tv dicesse che il “terzo tempo” è cosa ben diversa, non è solo salutare e stringere la mano.
Le squadre di calcio si sono poi viste recapitare un’ordine: dalla prima partita dopo le feste natalizie [link ->], tutti i padroni di casa aspettino gli ospiti all’uscita, non per menarli come al solito, ma per stringere la mano come hanno fatto quelli della Fiorentina. Un gesto cavalleresco è diventato una regola.
La sciocchezza ha una doppia faccia: in primo luogo, è piuttosto evidente che il mondo del calcio è in crisi economica perché nessuno va più allo stadio; ci vanno solo i violenti, che essendo tifo organizzato hanno sconti e regali da parte delle società (regali che pagano anche i non tifosi, grazie alle leggi “spalma-debiti” di un presidente di squadra di calcio-presidente del Consiglio). Quindi la mossa è un piano di marketing per far vedere che il mondo del calcio è bello, onesto, leale, cavalleresco, gonfio di fair play. In secondo luogo, è piuttosto difficile ritenere la stretta di mano ancora qualcosa di significativo, se è imposta per regolamento; nel caso non avvenisse questo rito, le società sarebbero sanzionate? I giocatori ammoniti? Espulsi (a partita finita, aggiungendo altro ridicolo)?
Un gesto morale è libero per definizione: è un atto di scelta, di volontà. Se la volontà è coatta non è più un gesto morale. Al limite è un gesto politico.
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L’hockey su ghiaccio è uno sport che ha fama di essere decisamente violento, un sport da uomini duri. Uno studio del 1988 ha mostrato che il 70% degli infortuni derivavano dal gioco “sporco” o falloso, cioé 7 infortuni su 10 erano causati dalle botte degli altri giocatori. Peggio ancora, si è scoperto che non solo il gioco falloso veniva tollerato, ma addirittura insegnato. Si assisteva quindi a un consistente numero di abbandoni e presto il gioco sarebbe rimasto senza interpreti.
Dal 1988 la federazione del Quebec [link ->] in base al quale vengono assegnati punti supplementari nella classifica generale alle squadre che “si comportano bene”.
Franc Jeu fait également ressortir une nuance importante de la pratique du hockey : il s’agit d’un sport qui se joue avec intensité et qui exige des joueurs une implication physique assez grande ; néanmoins, ces aspects ne constituent pas une porte ouverte à l’intimidation et aux gestes dangereux. Ces débordements doivent être sanctionnés et bannis ; dans cette foulée, Franc Jeu jette un éclairage pertinent sur leur gravité.
ovvero (traduzione mia)
Franc Jeu mette in evidenza una sfumatura importante della pratica dell’hockey: si tratta di uno sport che si gioca con intensità e che esige dai giocatori uno sforzo fisico molto grande; tuttavia, questi aspetti non costituiscono una porta aperta all’intimidazione e ai gesti pericolosi. Queste deviazioni devono essere sanzionate e bandite; in quest’ottica, Franc Jeu fa luce chiaramente sulla loro gravità.
Dalla stagione 2003/04 i risultati hanno cominciato a essere importanti soprattutto a livello amatoriale. Quelle che chiamano “tavole di ottenimento” evidenziano come la percentuale di punti assegnati per il comportamento corretto sono aumentate di anno in anno, ma il dato di più facile lettura è quello dei numeri di falli commessi per partita: si passa dai 6.06 del 2003 ai 5.85 del 2004 ai 5.79 del 2005. L’hockey femminile è meno violento.
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La competizione è lotta di uno contro l’altro, dicono. Ma non è un assunto completo: lotta di uno contro l’altro per cosa? E come? Molta letteratura economica presuppone l’egoismo razionale: il giocatore ha un fine (vincere, massimizzare il proprio profitto), e non ha scrupoli riguardo ai mezzi. Il fine giustifica i mezzi, riassunto. Che poi la razionalità indichi che il mezzo migliore è l’imbroglio o il rispetto di regole e avversario, l’assioma non comprende questi contenuti: conta solo valutare quanto efficaci siano alcune scelte in vista della conquista del fine. Questa sarebbe competizione.
Chiaramente è una sciocchezza: nessuno gioca con un competitore che è pronto a giocare sporco. Oppure, chi solitamente gioca pulito si ritrova a cambiare la sua abitudine non appena si accorge delle scorrettezze dell’avversario. A nessuno piacciono i furbi. A nessuno sano, intendo, perché i furbi sono convinti di essere il meglio su piazza. Quindi, un furbo, un free rider, un egoista razionale è la rovina della competizione, che viene trasformata in una porcheria sudicia e schifosa dove il furbo sguazza; nemmeno le guerre sono così prive di scrupoli e rispetto.
La competizione resta lotta contro un avversario. Ma per quale motivo? E come? Robert Simon suggerisce un’ipotesi interessante: la competizione come mutual quest for excellence. Vale a dire che il mio avversario è qualcuno che mi aiuta a tirare fuori il meglio, a misurare i miei progressi e a valutare cosa devo ancora fare. La competizione non può avvenire senza avversario, quindi il competitore non è un nemico sulla strada verso il mio fine, ma fa pienamente parte del fine: giocare. Persino vincere, in quanto la vittoria è una misura di paragone rispetto a ciò che fa l’avversario e quindi rispetto a ciò che faccio io. Ergo, non si può competere con in mente un fine egoista e usando gli avversari come mezzi: bisogna giocare pulito per il semplice motivo che gli avversari non sono mezzi, ma sono una componente del fine. Io voglio misurare le mie capacità, voglio provare e voglio migliorare: senza paragone, non posso farlo. L’essenza della competizione presuppone una partecipazione mutualistica, ed esclude quella egoistica.
Bibliografia:
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