Freud l’infelice

Aug 6, 2008

Sto finendo di leggere la Storia della felicità di Darrin McMahon (Garzanti 2007), non voglio fare una recensione, intendo lasciare da parte i giudizi (a tratti sembra scritto da un prete che ha una fabbrichetta nell’operoso nordest italiano), ma non voglio esimermi dalla critica di una mezza pagina incontrata verso la fine, e precisamente p. 495, la metà inferiore. La riporto qui:

Da un lato, Freud sottolineò ciò che altri prima di lui avevano osservato: l’insaziabilità del desiderio umano. «Ciò che chiamiamo felicità in senso stretto deriva dalla soddisfazione (preferibilmente improvvisa) di bisogni che sono stati in certa misura ostacolati», spiega Freud. [...] Quando abbiamo saziato la sete, la soddisfazione derivante dal bere declina. Come bambini che si stufano rapidamente della novità dei loro giocattoli, «siamo fatti in modo tale che possiamo ricavare un godimento intenso solo da un contrasto e molto poco da una situazione statica. [...]». Aggiungendo l’autorevolezza della psichiatria alle conclusioni filosofiche dei moralisti… [continua]

Solo in queste poche righe ho quattro obiezioni. In primo luogo, «ciò che chiamiamo felicità in senso stretto» mi urta in modo terribile: perché o usa quel «chiamiamo» come plurale di maestà (lui, chiaro), o attribuisce a tutti un pensiero solo suo che per giunta è sbagliato. Io, per esempio, non considero la felicità solo come «soddisfazione di bisogni precedentemente ostacolati». Due, l’esempio del bere quando si ha sete, che dovrebbe tagliare la testa al toro: si sottintende che bere per placare la sete porti la felicità, ma quando ho sete e bevo non sono felice, semmai soddisfatto. Tre: il godimento da una «situazione di contrasto e non statica»: statico è l’opposto di dinamico, non di “di contrasto”. Freud vuole ciurlare nel manico. Quattro: l’autorevolezza della psichiatria. Che autorevolezza, se l’ha appena fondata?

Tocca stare attenti anche ai libri, tzè…

Immagine di Storia della felicità

(p.s.: questo era il post n° 100 del blog)

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by alex | Categories: filosofia | Tagged: , | No Comments

Ci sono un prete cattolico, un pastore valdese, un rabbino ebreo, un imam musulmano, un monaco zen e un filosofo.

Purtroppo non è una barzelletta, e non fa ridere: è il riassunto di un programma RAI in onda nel cuore della notte, “Tra cielo e terra”, dopo le 23:30 del venerdì. Ieri per caso ero sveglio e ho visto questi personaggi discutere di felicità, cos’è e come si può ottenere, se si può. A parte l’evidente legnosità del conduttore - comunque è una prima, quindi è normale, deve prendere il ritmo, mi sono stupito di due cose: l’incapacità di arrivare al punto e lo squilibrio delle possibilità di dare opinioni.

Sul primo punto: certo, è difficile come tema. Alzi la mano chi sa cos’è la felicità e come raggiungerla, chi ha la ricetta infallibile. Sono venute fuori distinzioni interessanti, anche se dovrebbero essere normali, tra felicità come stato d’animo e felicità come progetto. Il musulmano e l’ebreo sostenevano l’idea di progetto. La domanda sulla teodicea ha messo in crisi il cattolico, che non ha risposto ma ha girato la frittata (anni di studi servono a qualcosa), ma non l’ebreo, che ha risposto che si deve lodare dio anche per il male, questa è la dottrina.

Il filosofo (M. Ferraris) era l’unico “ateo” o l’unico “laico”, o l’unico senza risposte se vogliamo. C’erano quattro rappresentanti dello stesso dio (ebreo, cattolico, musulmano e protestante), un senza dio (il filosofo) e uno che per tradizione non si sa dove si ponga ma prendendoti in giro cerca di svegliarti (il monaco zen).

Non è venuto fuori che la felicità è sia stato d’animo, emozione, sentimento, che progetto di vita. Il filosofo non ha citato Aristotele, che pure ha dedicato la vita a questo tema, né le scuole ellenistiche, né niente. Pienezza, sorpresa, gratuità. Suggerisco Natoli, La felicità, e Haidt, Felicità. Un’ipotesi.

Immagine di La felicità Immagine di Felicità: un'ipotesi

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