Cos’è sport

Jun 3, 2008

Sto cercando una definizione di sport. Ce ne sono molte, è vero, ma trovarla per conto mio significa integrarla con il resto del programma, della ricerca sull’etica dello sport.

Deve essere una definizione abbastanza generica da comprendere almeno la maggior parte delle attività che oggi riteniamo sport. Ma se è troppo generica è inutile, perché non dice niente di sostanziale. Ho in mente alcune limitazioni: lo sport è impegno in prima persona e ha un fine incluso nella pratica stessa.

Si può aggiungere qualche elemento preso a prestito dal pensiero precendente sul tema: la gratuità del gesto, il tempo libero, la distinzione quindi dal lavoro.

Cosa implicano le prime limitazioni? Per esempio, come posso considerare gli sport motoristici, dove è la macchina che va e non il corpo dell’atleta? Lo stesso discorso vale per le corse di cavalli, visto che non è il fantino che corre. In pratica, se lo “sport” implica che il movimento non è prodotto da forza umana non è sport.

Il “fine incluso nella pratica stessa” e la gratuità possono essere sinonimi: si fa sport solo per lo sport. Non ho secondi fini, mi piace e gioco. Non è il gioco libero, perché ci sono delle regole (e servono a costituire lo spazio in cui il gesto ha luogo), ma è pur sempre intrapreso liberamente. Quando per esempio Jan Boxill pensa allo sport, lo vede come unalienated activity [link ->], che è esattamente questo: non è un’attività che produce qualcosa, anzi forse è l’ultimo angolo di libertà nel nostro mondo.

Se aggiungo un’altra limitazione succede una strage: gli sports non devono impedire (dovrebbero al contrario favorire) lo sviluppo personale, del corpo e del carattere. Una delimitazione simile taglierebbe fuori per esempio la ginnastica artistica. Già non lo ritengo sport, perché è più che altro esibizione artistica, appunto; ma è anche innegabile che una ginnasta di livello resta nel corpo una bambina, non cresce - e si possono citare anche problemi di salute come l’amenorrea. Nel caso quindi volessimo consigliare a qualcuno/a uno sport per divertirsi e star bene fisicamente, la ginnastica artistica andrebbe esclusa.

Mi consola sapere che molti altri ci hanno picchiato la testa e non hanno trovato una definizione una volta per tutte.

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Il cercatore di forza

May 4, 2008

Soslan, eroe narte [link ->], era il più forte della sua gente. Quando i giovani narti si riunivano nella Piazza dei Giochi del villaggio dimostrava la sua superiorità nella danza. Quando si radunavano per «provare le loro frecce», non sbagliava un colpo. Quando, al fiume, si cimentavano nello scagliare un torello preso per le corna sull’altra riva (si, facevano questo gioco. Giovani un po’ rozzi), solo lui la raggiungeva.

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[Fonte immagine: atmo.info]

Stufo di non avere rivali, assetato di competizione di buon livello, Soslan si mise in cammino. Discendendo lungo il fiume incontrò un pescatore. La canna del pescatore era un albero, e all’amo aveva attaccato la carcassa di un montone. Soslan pensò finalmente di aver trovato qualcuno di davvero forte, e si preparava a misurarsi, ma il pescatore gli disse di continuare a scendere lungo il fiume; più giù pescava suo fratello, molto più forte. E Soslan riprese il cammino. Incontrò un altro pescatore, che usava come canna un albero ancora più grande e come esca una mucca; il giovane narte ripetè la tiritera dei saluti, sperando di aver trovato il più forte degli uomini. Ma fu nuovamente respinto: scendi più giù, disse il pescatore, e troverai mio fratello che è più forte di me.

E Soslan continuò a camminare, fino a imbattersi in un terzo pescatore che usava come canna un albero smisurato e come esca un bue intero. E questo, pensò Soslan, è forte come non ce ne sono altri! Ma il pescatore, modesto, gli disse di continuare fino a trovare la loro (dei tre fratelli) casa, e lì la sera avrebbe visto chi era davvero forte. Soslan continuò, raggiunse la casa, si mise sotto la protezione della padrona di casa, la madre dei fratelli. La donna prima lo confortò (”se non ti fossi messo sotto la mia protezione, ti avrei usato per pulirmi i denti”), poi lo aiutò: lo nascose sotto un setaccio, che Soslan non riusciva nemmeno a smuovere, perché c’era il rischio di finire nello stomaco dei tre fratelli rientranti alla sera. Il giorno dopo la donna lo fece fuggire. I tre fratelli lo inseguirono a lungo, poi si imbatterono in un gigante monco e orbo. Soslan chiese il suo aiuto contro i tre cannibali (ucci ucci…), e il gigante lo aiutò: lo nascose sotto la lingua, e lottò con i tre fratelli. In poco tempo li sottomise, li legò con un pelo della sua gamba e poi li cacciò.

Soslan e il gigante fecero amicizia, e il narte spiegò il suo peregrinare: disse di essere capace di lanciare i tori da una riva all’altra, di essere il più forte del suo popolo, e di cercare qualcuno forte almeno come lui. Il gigante rispose che al suo paese i bambini di un mese lanciano tori da una riva all’altra. Lui, il più giovane di sette fratelli, una volta uscì a caccia con il padre e tutti i fratelli, tutti più grandi e forti di lui. Quando il tempo volse al brutto cercarono rifugio in una grotta. Poi arrivò un pastore con il suo gregge, e un caprone mosse verso la grotta e la usò per grattarsi. La grotta tremava e sobbalzava, poi fu lanciata in altro da un colpo di bastone del pastore che voleva riportare all’ordine il caprone. Tutti gli occupanti caddero fuori, il pastore li vide e li uccise tutti, tranne lui. Si accontentò di strappargli un braccio. L’occhio lo perse per il colpo alla grotta. Ah, non era una grotta, ma il teschio di un cavallo.

Il saggio gigante chiosò:

Da allora non sono mai più partito alla ricerca di uno più forte e a tutti quelli che mi amano e che amo ho dato e do ancora il medesimo consiglio: di non partire anche loro alla ricerca di uno più forte. Va’, mio sole, e non dire più che non c’è al mondo uomo più forte di te. 1

C’è sempre qualcuno più forte. È una questione di gradi, di paragone.

Bibliografia: G. Dumézil, Il libro degli Eroi, Adelphi, Milano, 1996.

  1. G. Dumezil, Il libro degli eroi, pp. 61-66, “Soslan alla ricerca di uno più forte di lui”

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Quando Alasdair MacIntyre parla di pratiche, distingue per ciascuna dei beni interni ed esterni. I beni interni di una pratica sono quelli che si possono ottenere solo con quella pratica. Nello sport, questo punto di vista può coincidere con quello di Robert Simon, che riprendendo le tesi di Jane English [link interno ->] aggiunge ai benefici fondamentali e scarsi/supplementari i benefici costitutivi. Simon ha in mente soprattutto il piacere del gioco, quello che il giocatore prova e può aumentare dedicandosi maggiormente al gioco stesso, in modo da apprendere meglio le tecniche. Diventa un piacere funzionale, saper fare sempre meglio i movimenti del proprio gioco. Un piacere che deriva da un’eccellenza, sempre in costruzione. Chi non gioca non può nemmeno conoscere questo bene interno, anche se vede che i campioni possono in aggiunta godere di beni esterni come la fama e il denaro (parallelo con Jane English: gli scarce benefits); i beni esterni non dipendono dalla pratica, ma possono essere comuni a pratiche diverse. Posso avere soldi e fama facendo lo sportivo, il politico, il boss della malavita.

Sono dunque i beni interni che perseguo a caratterizzare il mio valore morale.

Bibliografia: Immagine di Dopo la virtù Immagine di Fair Play

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Regole ed emozioni

Jan 21, 2008

Un lettore del Corriere della Sera scrive a Severgnini [link ->]: «una pubblicità dice che lo sport non è fatto di regole, ma io credo che lo sport comprenda le regole».

Lo sport non è fatto di regole e non le comprende. Nello sport possiamo individuare un sistema che si è dato un regolamento per stabilire dimensioni del campo di gioco, durata dell’incontro, tipo di punteggio, violazioni e punizione delle violazioni - le regole costitutive, che costituiscono/costruiscono quel determinato sport; per esempio, se gioco a pallamano non posso toccare palla con i piedi, perché altrimenti non è pallamano ma qualcosa d’altro.

Ma c’è anche un regolamento non scritto, un insieme di norme accettate e condivise dai praticanti - le regole di strategia. Vado al campetto a giocare a basket, non ci sono arbitri né regolamenti particolari (ovviamente, si rispettano le regole costitutive perché altrimenti non si gioca a basket ma a qualcosa d’altro) , e quando c’è una violazione intervengono sistemi di equilibrio accettati e condivisi, per esempio “palla contesa, palla alla difesa”, o “la difesa (o l’attacco) chiama il fallo”. La base di questo secondo regolamento è l’accordo tra i partecipanti, accordo implicito, tacito. Ciò che sostiene e fa funzionare il sistema delle regole di strategia è il concetto di onore del giocatore: nessun giocatore può pensare di infrangere impunemente una regola di strategia, la pagherà sempre e possibilmente con gli interessi.

La lettera del lettore di Severgnini includeva nella critica anche le emozioni, che sarebbero preferite alle regole. Bene, il sistema di regole (quelle costitutive) funziona in base a un progetto di etica kantiana, l’universalizzabilità delle norme “giuste” e razionali. La fondazione del diritto è un successo di questo tipo di ragionamento. Ma lo sport va oltre le regole, e mantiene come etica di riferimento non il giusto (che è strumentale: lo sport ha le stesse regole in ogni parte del mondo per un requisito di uniformità), ma il buono - anzi, il migliore; e l’individuazione del migliore non avviene tramite regole razionali, ma tramite emozioni morali.

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