Naturale e buono

Sep 4, 2008

Naturale equivale a buono?

La domanda ha un’importanza assoluta in etica a partire dagli inizi del Novecento, quando gli emotivisti [link ->] si basarono sui lavori di G. E. Moore [link ->] per poter impostare il concetto di fallacia naturalistica [link ->]: detto in breve e con l’esempio di Moore stesso, «buono» è un termine talmente semplice e completo in sé da essere indescrivibile, come se si dicesse «giallo». Non ci sono altri modi di spiegare il giallo. Inoltre, dal momento che è indescrivibile, è virtualmente inconoscibile: i sostenitori di questa idea sono anche catalogati come non-cognitivisti. Se non ci può essere “scienza” di «buono» è necessario che il suo significato sia in qualche modo determinato dal contesto, da chi usa il termine, dai sentimenti e dalle emozioni che suscitano l’uso del termine e dai sentimenti e dalle emozioni che vengono suscitate in conseguenza dell’uso del termine. Si arriva a dire che una classe di termini ha funzione non descrittiva ma performativa o prescrittiva o esortativa: «buono» esprime approvazione e quindi un invito a fare qualcosa di buono - anche se non potendo descrivere cosa è buono ci si deve limitare a suggerire di fare qualcosa che possa essere approvato.

Non esiste quindi un significato univoco. Non è possibile identificare qualcosa che è «per natura» buono. La filosofia, soprattutto quella anglosassone, della prima metà del Novecento sostiene con forza questa tesi. Non cognitivismo, non naturalismo, emotivismo - e si cerca il padre fondatore nella figura di Hume [link ->], costruendo quella che viene chiamata “legge di Hume”: non è possibile passare da is a ought. Si tratta di una “legge” meta-etica, vale a dire che riguarda il discorso morale: non si può, in sostanza, trasformare il percorso della propria argomentazione da una serie di frasi in cui il verbo è “è” a una in cui il verbo è “dovrebbe” - non si può passare dal descrittivo al prescrittivo, non si può passare dalla descrizione di fatti (natura) alla prescrizione di valori (”buono”). L’esito ultimo è che «buono» e «naturale» sono ontologicamente, essenzialmente separati. Il naturale non è (necessariamente) buono.

Dagli anni ‘60 dello stesso Novecento c’è un tentativo di recuperare il naturalismo, che parte dall’articolo di Elizabeth Anscombe [link ->] “Modern Moral Philosophy” [link ->], nel quale l’autrice spiega come la filosofia morale moderna usi concetti “vuoti” - come quello di “legge”, che ormai è inutile in quanto formalizzato quando ancora la religione guidava le vite delle persone e quindi c’era un Legislatore (il Dio cristiano). Da notare che la Anscombe è cattolica. Al posto di questi concetti vuoti propone il recupero di concetti pieni come erano quelli usati, per esempio, da Aristotele. La difficoltà principale è proprio il riutilizzo di «buono» in un senso naturalistico. Addirittura, direi che Aristotele lo usava in senso biologico. Ma la filosofia aristotelica era sostenuta dal teleologismo che il filosofo intravedeva nella natura: la natura, secondo lui, ha un fine. Le scienze moderne lo escludono: è il caso che “guida” l’evoluzione.

Come si recupera allora il naturalismo aristotelico, necessario per recuperare un concetto pieno di «buono»?

Il primo passo è una critica linguistica contro Moore. Si incarica del compito il marito di Elizabeth Anscombe, Peter Geach [link ->], che sottolinea come Moore abbia sbagliato completamente bersaglio: il termine «buono» usato in un’argomentazione morale non viene inteso come predicato (nel caso, avrebbe ragione Moore: sarebbe semplice, elementare, indescrivibile), ma come attributo. Ogni valutazione implica un uso attributivo di «buono», sia che si parli di un pranzo o di un amico: indica perciò un insieme di qualità che riteniamo debbano avere pranzi e amici per poter essere considerati buoni - ovviamente il set cambia, se parliamo di un amico piuttosto che di un pranzo. Nessuno mangia gli amici. Comunque, detto in parole (molto) povere, noi facciamo tranquillamente il salto da una descrizione a una valutazione, passiamo da un linguaggio descrittivo a uno morale. I confini non sono così netti, ma non abbiamo problemi a percepire quando «buono» è usato come giudizio morale.

Dico di più: immaginiamo di definire buono un pranzo. In primo luogo, viene in mente che il giudizio non è di tipo morale, ma estetico. Buon gusto, per esempio. Però possiamo immaginare anche un uso morale di buono per un pranzo: per esempio, se per prepararlo non si causano danni all’ambiente (mangiare frutta fuori stagione non è un buon pranzo, perchè aumenta l’inquinamento per i trasporti, lo sfruttamento delle terre, la schiavitù delle popolazioni dove si coltiva quella frutta cioè solitamente paesi poveri, eccetera). Basta cambiare il set di fatti per cambiare significato al valore di «buono». Philippa Foot ne La natura del bene [link interno ->] presenta in modo completo la sua ripresa del naturalismo e i passi necessari (che io ho molto sintetizzato) per arrivarci.

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Stupidità

Jun 10, 2008

Quando ho scritto l’articoletto sul doping [link interno ->], sostenevo che doparsi è stupido. In poche parole: chi si dopa commette un errore di giudizio, perché sovrastima la sfida. Uno stupido è proprio chi commette errori di giudizio.

Ma non solo: uno stupido è un problema sociale. Una comunità, un gruppo, quanti stupidi può sostenere? Più o meno, è lo stesso problema del free rider: se ce ne sono pochi il gruppo non se ne accorge. Ma basta individuarli e tutti vorranno smettere di contribuire alla società, pur continuando a goderne i frutti. L’esempio tipico è pagare le tasse: in un paese dove macellai e gioiellieri dichiarano di guadagnare meno di un operaio è prevedibile - persino auspicabile - che l’operaio prenda iniziative politiche oltre il voto. Ogni riferimeno a italie esistenti è puramente casuale, perché qui non succederà mai niente di simile, ovvio.

Nello sport, lo stupido provoca un aumento della stupidità del gruppo a cui appartiene: il dopato costringe tutti a doparsi, per mantenere il nuovo livello di competizione. Come già detto, lo stupido è un problema sociale.

Il punto è che generalmente il gruppo fornisce i mezzi per “uscire dallo stato di minorità mentale” (come diceva il prussiano): tradizioni, esperienze, pratiche, cultura. Se tra i valori della comunità c’è anche la rielaborazione critica e personale dei mezzi che la comunità stessa offre, siamo a cavallo. In teoria, noi saremmo fortunati: discendiamo dai greci e sappiamo che la rielaborazione era l’occupazione principale degli uomini liberi (per non dire che passavano le giornate chiaccherando, mentre passeggiavano verso l’acropoli o verso il Pireo). Le radici culturali d’Europa sono greche, non cristiane come vorrebbe qualcuno: lo stesso cristianesimo occidentale ha preso a prestito elementi greci, di conseguenza non può essere il punto di principio.

Quindi, mi trovo a chiedermi come mai ci siano così tanti stupidi in giro.

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by alex | Categories: filosofia | Tagged: , , , | No Comments

Consapevolezza

May 28, 2008

M’è venuto un dubbio.

Immaginiamo una scena di questo tipo: l’individuo Pinco Pallino prende in giro l’individuo Gino Solitomino [link ->]. Moralmente riprovevole, a prima vista. Gino Solitomino avrebbe il nostro appoggio qualora si sentisse offeso e volesse farsi valere.

Immaginiamo però che Solitomino sia parecchio ingenuo, e non si renda conto del sarcasmo di Pinco Pallino. Magari Pallino fa un complimento falso, nascondendo la sghignazzata sotto i baffi, e Solitomino lo prende per vero. Forse ringrazia anche. In questo caso, Gino Solitomino è stato offeso?

Marco Aurelio nei suoi Consigli a se stesso dice: togli il giudizio e sarà tolto il “sono stato offeso”; togli il “sono stato offeso” e sarà tolta l’offesa. Chiaramente parla di una pratica del perdono e della comprensione: le parole non fanno male, e questo tipo di cose. Ma stravolgiamo un attimo il senso: “togli il giudizio” come “non ha la facoltà di giudicare”. Se Gino Solitomino non sa giudicare l’offesa, allora non è stato offeso? Nonostante le intenzioni di Pinco Pallino?

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