Santo cielo! Centoottantaquattro a zero! Non riesco a capire… Come mai perdiamo, quando siamo così leali?
Questa è solo una delle citazioni a tema che si possono trovare tra le migliaia di strips disegnate da Charles Schulz. Qui parla Charlie Brown dopo l’ennesima sconfitta della sua squadra di baseball. Squadra che vince in sole due occasioni in cinquant’anni di storia, e in entrambe Charlie Brown, il manager, l’allenatore e pitcher (lanciatore) non partecipa perché infortunato (al braccio) o a letto influenzato. Nella seconda occasione Lucy VanPelt gli rinfaccia che non hanno sentito la sua mancanza, e non hanno nemmeno fatto come dice lui, così hanno vinto.

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In verità ci sarebbe una terza vittoria, ma la federazione, nella persona - invisibile - del presidente, che di mestiere ripara biciclette, gli toglie questa soddisfazione per una brutta storia di scommesse: il piccolo Rerun VanPelt, ultimo della famiglia di Lucy e Linus, ha scommesso che la squadra avrebbe vinto. Con chi? Con Snoopy, che ha invece scommesso sulla sconfitta. Quindi la partita viene annullata.
Ci sono anche in questa situazione degli elementi su cui riflettere: per esempio, sul fatto che Snoopy ha informazioni che Rerun non ha, visto che gioca in quella squadra da molto prima che il piccolo VanPelt nascesse. Certo Snoopy avrà fatto delle quote a lui favorevoli, perché nessuno avrebbe scommesso sulla sconfitta del team di Charlie Brown: una squadra che perde sempre ha quote quasi a pari (ogni dollaro che scommetti ne vinci uno, quindi praticamente niente), è troppo facile che perda ancora. Snoopy si è preso gioco di Rerun. E ha perso.
A dirla proprio tutta, c’è una quarta vittoria, con Charlie Brown in campo: a fine partita resta ad aspettare che il manager avversario venga a congratularsi, facendo la prima mossa, ma attende invano: perde anche quando vince. Ma Schulz non indugia molto su questo filone.
Charlie Brown è un perdente. Schulz usa spesso le sue tavole sportive per una critica alle idiosincrasie della società occidentale: Charlie Brown è il capitano di una squadra di baseball (e di una di football) che perde tutte le partite, tranne appunto quelle della sua malattia o dello scandalo scommesse. Charlie Brown non è mai stato capace di calciare il pallone da football che Lucy ogni anno, con appuntamento fisso, prepara per lui e poi toglie all’ultimo momento facendolo capitombolare. Insomma, è un perdente su tutta la linea.
La critica di Schulz è proprio questa: come possiamo considerare perdente un ragazzo che è onesto, leale e rispettoso nei confronti degli avversari (alla fine delle partite va sempre a congratularsi con il capitano o allenatore avversario), e che nella vita quotidiana è serio, fa i suoi compiti - e anche quelli di sua sorella, è affettuoso con la famiglia e soprattutto con Snoopy (mentre Snoopy non ricorda nemmeno il suo nome!)?
La questione che Schulz solleva è l’estraneità di questi valori alla società americana e poi occidentale come si è sviluppata tra il 1950 e il 2000. Charlie Brown è un alieno; già detto che il suo cane non si ricorda nemmeno il suo nome (è “il bambino con la testa rotonda”), dobbiamo ricordare che anche tutti gli altri lo chiamano sempre per nome e cognome insieme, Charlie Brown. Anche sua sorella Sally! E se lo fa sua sorella, perché non dovrebbero farlo il migliore amico Linus, o la tirannica Lucy? Ci sono, è vero, due eccezioni: Marcy la secchiona che lo chiama Charles e Piperita Patty, che lo batte sempre in ogni sport, che lo chiama “Ciccio” - entrambe sono infatuate di Charlie Brown. Ma il continuo ripetere nome e cognome ha la funzione un po’ di mantra, un po’ di regola, di costruzione di un mondo attorno a lui, che diventa così estraneo ai meccanismi “normali” da non poter godere della confidenza che dà il chiamare solo per nome. Estraneo lui, ed estranei i valori di cui è simbolo.
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Quando ho scritto l’articoletto sul doping [link interno ->], sostenevo che doparsi è stupido. In poche parole: chi si dopa commette un errore di giudizio, perché sovrastima la sfida. Uno stupido è proprio chi commette errori di giudizio.
Ma non solo: uno stupido è un problema sociale. Una comunità, un gruppo, quanti stupidi può sostenere? Più o meno, è lo stesso problema del free rider: se ce ne sono pochi il gruppo non se ne accorge. Ma basta individuarli e tutti vorranno smettere di contribuire alla società, pur continuando a goderne i frutti. L’esempio tipico è pagare le tasse: in un paese dove macellai e gioiellieri dichiarano di guadagnare meno di un operaio è prevedibile - persino auspicabile - che l’operaio prenda iniziative politiche oltre il voto. Ogni riferimeno a italie esistenti è puramente casuale, perché qui non succederà mai niente di simile, ovvio.
Nello sport, lo stupido provoca un aumento della stupidità del gruppo a cui appartiene: il dopato costringe tutti a doparsi, per mantenere il nuovo livello di competizione. Come già detto, lo stupido è un problema sociale.
Il punto è che generalmente il gruppo fornisce i mezzi per “uscire dallo stato di minorità mentale” (come diceva il prussiano): tradizioni, esperienze, pratiche, cultura. Se tra i valori della comunità c’è anche la rielaborazione critica e personale dei mezzi che la comunità stessa offre, siamo a cavallo. In teoria, noi saremmo fortunati: discendiamo dai greci e sappiamo che la rielaborazione era l’occupazione principale degli uomini liberi (per non dire che passavano le giornate chiaccherando, mentre passeggiavano verso l’acropoli o verso il Pireo). Le radici culturali d’Europa sono greche, non cristiane come vorrebbe qualcuno: lo stesso cristianesimo occidentale ha preso a prestito elementi greci, di conseguenza non può essere il punto di principio.
Quindi, mi trovo a chiedermi come mai ci siano così tanti stupidi in giro.
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Osservare gli sport nell’ambito della società permette di notare che spesso raccontano la società in cui sono praticati. Sono uno strumento sociologico.

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Per esempio, in Europa il calcio è lo sport più praticato. Del calcio si può notare subito la scarsezza delle segnature: i punteggi sono bassi, si fanno pochi goals. Strano, visto che il goal è il fine dello sport calcio. Ma pensiamo ai suoi natali: l’Europa, in specifico l’Italia, medievale. Il “calcio fiorentino” in cui squadre foltissime si affrontavano in una guerra simulata - ma neanche troppo finta, visto che ci si faceva seriamente male. Una società che viveva la guerra e particolarmente l’assedio. Il calcio è assedio, una cosa macchinosa, lenta e con pochi risultati tranne il farsi tutti del male. D’altro canto, il primo comandamento del calcio è “non prenderle”.
Contrariamente, gli sport americani hanno uno spirito diverso, sono sostenuti dall’impeto di conquista e di confronto diretto, personale.

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Il baseball rappresenta, si dice, l’epopea della conquista del West, a tappe (prima base, seconda e terza) fino all’altro Oceano (casa base), con fatica.

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Il football è militaresco, rude, inquadrato; le squadre hanno staff giganteschi, le tattiche sono studiate lungamente e tenute segretissime - un altro parallelo della guerra.

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Il basket è ancora diverso: nato per tenere in forma divertendosi i giovani universitari durante l’inverno, si svolge in spazi piccoli (rispetto agli altri sports) e con pochi giocatori: prevale l’iniziativa, la creatività, l’attacco. Molti punti. Rappresenterebbe la società più attiva, quei tycoons americani che si creano imperi dal nulla contando su pochi fidati alleati. Ma dati gli spazi ristretti favorisce il lavoro della difesa, per cui si rende necessario che il “campione” sappia passare la palla: contano l’individuo e la squadra, che è un’idea democratica.
In genere, si può dire che gli sport raccontano la società, e che in società accettiamo degli sport valutandoli in base ai canoni etici della società stessa. Oggi non accetteremmo giochi gladiatori, ma neanche quel gioco afgano simile al polo ma con un cadavere di capra al posto della palla.
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Lo sport e la cosiddetta società civile non sono divisi da rigide barriere. Gli sportivi sono anche cittadini. E spesso sono il simbolo della loro città o della loro nazione - pensiamo a cosa significa Larry Bird per French Lick (uno degli innumerevoli paesoni di campagna nell’Indiana), che non sarebbe nemmeno sulle mappe senza l’illustre concittadino; o quale rilievo politico abbiano avuto le vittorie italiane ai campionati del mondo di calcio (’34 e ‘38, durante il fascismo; ‘82, con Pertini in tribuna assieme a re Juan Carlos). Pensiamo a quanti ex-sportivi si siano dati alla politica: “Governator” Arnold Schwarzenegger, o gli italici Rivera e Rossi, per citarne giusto una manciata. Oppure a quanto il linguaggio della politica sia influenzato da quello dello sport, a partire dalle squadre di governo. L’abuso di questa vicinanza è rischioso, ma non significa che l’essere sportivi sia un ostacolo all’essere buoni cittadini o buoni politici. Anzi in molti hanno ritenuto che un’educazione sportiva fosse un valido apporto alla formazione del buon cittadino, dai greci fino a Thomas Arnold e all’ideale olimpico di Pierre deCoubertin.

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Ieri ho letto sulla Gazzetta dello Sport la pagina dedicata agli approfondimenti non sportivi (Gazzetta dello Sport, 17 marzo 2008, p. 43). Giorgio Dell’Arti parla della situazione del Tibet occupato dalla Cina, e dell’ipotesi di boicottare i Giochi olimpici che quest’anno si svolgeranno a Pechino. La chiusa del suo articolo è pessimista:
Aveva ragione Brenno: guai ai vinti.
Dell’Arti teme che ogni manifestazione simbolica sarebbe inutile: la Cina è una potenza a tutti i livelli, guida o guiderà l’economia mondiale, e nessun altro Stato muoverà un dito. Altri opinionisti sono dello stesso parere: un gesto simbolico alle Olimpiadi non ha mai funzionato, dicono. Né il pugno alzato e guantato di Tommy Smith e John Carlos (i due atleti furono anzi puniti ed esclusi a vita dai Giochi), oro e bronzo sui 200m a Mexico 1968 - Paese già funestato dal massacro di Tlatelolco [link ->]; né le proteste contro l’esclusione degli ebrei dalle squadre nel 1936; né le preoccupazioni (durate un solo giorno) per l’assassinio di atleti di Israele a Monaco 1972.
Accanto all’articolo di Dell’Arti si trova la risposta di Reinhold Messner, il cui curriculum sportivo parla da solo, che la pensa un po’ diversa: ritiene infatti che sarebbe utile un segno di protesta da parte di atleti o partecipanti a vario titolo, per esempio i capi di Stato invitati. Proprio il fatto che lo sport olimpico, sommerso nel denaro e nei giochi dei potenti, finora ha dato cattivi esempi è un motivo in più per provare finalmente qualcosa di importante. Inoltre il potere di un simbolo resta nel tempo: oggi ricordiamo Smith e Carlos, magari nel 2017 la Cina avrà subito la sorte che ha colpito il Terzo Reich o il blocco sovietico.
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Aldo Aledda cita gli studi di Kendall Blanchard (The Antropology of Sport, Bergin&Garvey, Wesport-London, 1995) sulla discussione riguardante la competizione, se sia un tratto naturale o culturale.
Molti specialisti ritengono che la competizione sia un “difetto” solamente culturale, che rovina la natura essenzialmente collaborativa degli esseri umani. L’esempio antropologico sarebbero gli indigeni Semai della Malesia [link ->], che sono ipercooperativi. Uno dei problemi di questo punto di vista è l’assunzione principale, cioè che la competizione sia antitetica alla cooperazione: io credo che non siano esclusive ma complementari [link interno ->]. Tolto questo, bisognerebbe sempre dimostrare che l’essere umano non è naturalmente competitivo, ma è un’altra prova molto ardua - proprio la strada sbagliata. Di fatto anche tra le popolazioni più cooperative ci sono tratti competitivi: non è che tra i Semai non nascono conflitti. Accanto a questi tratti competitivi (uso qui il termine “competizione” con l’accezione che ha nelle idee dei critici), troviamo sempre un apparato culturale per gestire la competizione/competitività. I Semai, appunto, discutono invece di fare a pugni, e alla fine arrivano a una decisione che risolve il conflitto pur senza voler attribuire colpe o meriti. Questo apparato culturale può senza grosse difficoltà essere identificato con l’etica.
Non è pienamente naturale, ma nemmeno non-naturale: dipende infatti da “come siamo fatti”, dalle nostre relazioni reciproche, dall’ambiente in cui vivamo e così via. Comunque, per la sua struttura culturale, la sua trasmissione non è per generazione ma per educazione. Lo sport, e prima ancora il gioco, ha significati pedagogici che cominciano dall’autocontrollo, dal possesso di sé. Con l’evoluzione culturale, il gioco arriva allo sport, che è più complesso perché ha un sistema di regole, scritte e non scritte, che il gioco non ha (è libero per definizione). Le regole dello sport servono per dare uniformità alla competizione, e in fondo anche senso (regole costitutive [link interno ->]).
Quindi lo sport si dota di sistemi di cooperazione per gestire la competitività, e poi questi sistemi tornano utili anche nella società più ampia. Per questo si ritiene che lo sport sia educativo e trasmetta valori desiderabili.
Bibliografia:
p. 29
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by
alex |
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