Lazer

Jul 17, 2008

L’etica dello sport prende piede. Su Talking Philosophy si discute [link ->] del costume delle meraviglie, lo Speedo LZR [link ->]. Con questo costume negli ultimi 5 mesi sono caduti 38 record mondiali. Chi non lo ha in dotazione, perché ha un diverso sponsor tecnico, lancia accuse di vario genere.

(Fonte immagine: speedointernational.com [link ->])

Da un punto di vista legale, come nota LaBossiere nel suddetto post di Talking Philosophy, non c’è niente da dire: non esistono leggi che impediscano lo sviluppo di costumi più performanti, è una semplice dotazione tecnica, il costume non nuota da solo e per battere i record ci va comunque allenamento. Invece sembra che eticamente ci sia qualcosa che non va. Cosa?

Il punto principale è che il vantaggio non è disponibile per tutti. Lo sport è sì classifiche, gerarchie, diseguaglianze - ma dopo la partenza: lo spirito sportivo è che, escludendo le doti naturali, si parta tutti dallo stesso livello. O tutti o nessuno con il LZR. Visto che la Speedo non può cedere le sue scoperte agli avversari, si prospetta questo:

- tutti i produttori fanno un tale casino per far proibire lo Speedo

- tutti i produttori si svegliano e scoprono qualcosa che pareggi il supercostume

Però la Speedo non può rinunciare alla vetrina delle Olimpiadi, con tutti i record mondiali che arriveranno, per questioni di mercato. Le Olimpiadi sono più spettacolo che celebrazione dello sport: miliardi su miliardi tra sponsor, spettatori, tv e altri media. Non c’è via d’uscita.

Un supporto tecnologico, a mio parere [link interno ->], non è sempre illecito moralmente: basta che il supporto serva solo per supportare le prestazioni, non aumentarle. Se lo Speedo LZR aumenta (come pare provato) le prestazioni, allora è illecito. E se le Olimpiadi avessero ancora il senso di celebrare lo sport, ogni azione illecita verrebbe proibita o punita se scoperta.

Suggerito da Ivo de L’estinto [link ->]

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Santo cielo! Centoottantaquattro a zero! Non riesco a capire… Come mai perdiamo, quando siamo così leali?

Questa è solo una delle citazioni a tema che si possono trovare tra le migliaia di strips disegnate da Charles Schulz. Qui parla Charlie Brown dopo l’ennesima sconfitta della sua squadra di baseball. Squadra che vince in sole due occasioni in cinquant’anni di storia, e in entrambe Charlie Brown, il manager, l’allenatore e pitcher (lanciatore) non partecipa perché infortunato (al braccio) o a letto influenzato. Nella seconda occasione Lucy VanPelt gli rinfaccia che non hanno sentito la sua mancanza, e non hanno nemmeno fatto come dice lui, così hanno vinto.

Charlie Brown
Creative Commons License photo credit: satanslaundromat

In verità ci sarebbe una terza vittoria, ma la federazione, nella persona - invisibile - del presidente, che di mestiere ripara biciclette, gli toglie questa soddisfazione per una brutta storia di scommesse: il piccolo Rerun VanPelt, ultimo della famiglia di Lucy e Linus, ha scommesso che la squadra avrebbe vinto. Con chi? Con Snoopy, che ha invece scommesso sulla sconfitta. Quindi la partita viene annullata.

Ci sono anche in questa situazione degli elementi su cui riflettere: per esempio, sul fatto che Snoopy ha informazioni che Rerun non ha, visto che gioca in quella squadra da molto prima che il piccolo VanPelt nascesse. Certo Snoopy avrà fatto delle quote a lui favorevoli, perché nessuno avrebbe scommesso sulla sconfitta del team di Charlie Brown: una squadra che perde sempre ha quote quasi a pari (ogni dollaro che scommetti ne vinci uno, quindi praticamente niente), è troppo facile che perda ancora. Snoopy si è preso gioco di Rerun. E ha perso.

A dirla proprio tutta, c’è una quarta vittoria, con Charlie Brown in campo: a fine partita resta ad aspettare che il manager avversario venga a congratularsi, facendo la prima mossa, ma attende invano: perde anche quando vince. Ma Schulz non indugia molto su questo filone.

Charlie Brown è un perdente. Schulz usa spesso le sue tavole sportive per una critica alle idiosincrasie della società occidentale: Charlie Brown è il capitano di una squadra di baseball (e di una di football) che perde tutte le partite, tranne appunto quelle della sua malattia o dello scandalo scommesse. Charlie Brown non è mai stato capace di calciare il pallone da football che Lucy ogni anno, con appuntamento fisso, prepara per lui e poi toglie all’ultimo momento facendolo capitombolare. Insomma, è un perdente su tutta la linea.

La critica di Schulz è proprio questa: come possiamo considerare perdente un ragazzo che è onesto, leale e rispettoso nei confronti degli avversari (alla fine delle partite va sempre a congratularsi con il capitano o allenatore avversario), e che nella vita quotidiana è serio, fa i suoi compiti - e anche quelli di sua sorella, è affettuoso con la famiglia e soprattutto con Snoopy (mentre Snoopy non ricorda nemmeno il suo nome!)?

La questione che Schulz solleva è l’estraneità di questi valori alla società americana e poi occidentale come si è sviluppata tra il 1950 e il 2000. Charlie Brown è un alieno; già detto che il suo cane non si ricorda nemmeno il suo nome (è “il bambino con la testa rotonda”), dobbiamo ricordare che anche tutti gli altri lo chiamano sempre per nome e cognome insieme, Charlie Brown. Anche sua sorella Sally! E se lo fa sua sorella, perché non dovrebbero farlo il migliore amico Linus, o la tirannica Lucy? Ci sono, è vero, due eccezioni: Marcy la secchiona che lo chiama Charles e Piperita Patty, che lo batte sempre in ogni sport, che lo chiama “Ciccio” - entrambe sono infatuate di Charlie Brown. Ma il continuo ripetere nome e cognome ha la funzione un po’ di mantra, un po’ di regola, di costruzione di un mondo attorno a lui, che diventa così estraneo ai meccanismi “normali” da non poter godere della confidenza che dà il chiamare solo per nome. Estraneo lui, ed estranei i valori di cui è simbolo.

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Aldo Aledda cita gli studi di Kendall Blanchard (The Antropology of Sport, Bergin&Garvey, Wesport-London, 1995) sulla discussione riguardante la competizione, se sia un tratto naturale o culturale.

Molti specialisti ritengono che la competizione sia un “difetto” solamente culturale, che rovina la natura essenzialmente collaborativa degli esseri umani. L’esempio antropologico sarebbero gli indigeni Semai della Malesia [link ->], che sono ipercooperativi. Uno dei problemi di questo punto di vista è l’assunzione principale, cioè che la competizione sia antitetica alla cooperazione: io credo che non siano esclusive ma complementari [link interno ->]. Tolto questo, bisognerebbe sempre dimostrare che l’essere umano non è naturalmente competitivo, ma è un’altra prova molto ardua - proprio la strada sbagliata. Di fatto anche tra le popolazioni più cooperative ci sono tratti competitivi: non è che tra i Semai non nascono conflitti. Accanto a questi tratti competitivi (uso qui il termine “competizione” con l’accezione che ha nelle idee dei critici), troviamo sempre un apparato culturale per gestire la competizione/competitività. I Semai, appunto, discutono invece di fare a pugni, e alla fine arrivano a una decisione che risolve il conflitto pur senza voler attribuire colpe o meriti. Questo apparato culturale può senza grosse difficoltà essere identificato con l’etica.

Non è pienamente naturale, ma nemmeno non-naturale: dipende infatti da “come siamo fatti”, dalle nostre relazioni reciproche, dall’ambiente in cui vivamo e così via. Comunque, per la sua struttura culturale, la sua trasmissione non è per generazione ma per educazione. Lo sport, e prima ancora il gioco, ha significati pedagogici che cominciano dall’autocontrollo, dal possesso di sé. Con l’evoluzione culturale, il gioco arriva allo sport, che è più complesso perché ha un sistema di regole, scritte e non scritte, che il gioco non ha (è libero per definizione). Le regole dello sport servono per dare uniformità alla competizione, e in fondo anche senso (regole costitutive [link interno ->]).

Quindi lo sport si dota di sistemi di cooperazione per gestire la competitività, e poi questi sistemi tornano utili anche nella società più ampia. Per questo si ritiene che lo sport sia educativo e trasmetta valori desiderabili.

Bibliografia: Immagine di Sport p. 29

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Lo scorso 2 febbraio 2008 la Saint Mary Academy, situata a circa 40 km a nord di Topeka, Kansas, ha dato una dimostrazione pratica delle dottrine discriminatorie che propugna: era in programma una partita di basket tra ragazzi di high school, ma poco prima del salto a due iniziale il direttore atletico del college conferisce con l’arbitro Darin Putthoff e gli comunica che il college non accetta la direzione dell’altro arbitro, Michelle Campbell. Motivo: una donna non può arbitrare i maschi, perché la dottrina integralista del college sostiene che le donne non possono avere autorità sugli uomini. Il college appartiene all’associazione San Pio X e promuove pratiche antecedenti al Vaticano II.

Putthoff, comunicata la notizia a Campbell, decide di non arbitrare neanche lui, e la partita resta senza arbitri. Il direttore atletico cerca di convincere Fred Shockey, che aveva arbitrato due partite junior precedentemente, a fare gli straordinari, motivando la richiesta con una generica “situazione d’emergenza”. Appena Shockey riempie di contenuto la formula liturgica, e sa che la sua collega è stata discriminata, rifiuta di arbitrare.

Il caso è sotto analisi alla Kansas State High School Activities Association e si attendono punizioni serie. Il punto è difficile da chiarire anche perché la Saint Mary Academy non fa parte pienamente dell’associazione, ma è su una speciale lista di “scuole con cui si può giocare una partita”, dal momento che per i campionati intramural spesso ci sono poche squadre, e si cerca di allungare il calendario. D’altra parte, mentre la Saint Mary Academy è privata, ha anche una scuola pubblica, la Saint Mary High School. La posizione sembra ancora più grave perché i dirigenti del Saint Mary non rispondono nemmeno alle richieste ufficiali della KSHSAA.

Da un punto di vista puramente legale, il college merita la punizione più severa non solo dall’Associazione di cui fa (immeritatamente) parte, ma anche dai tribunali: una discriminazione sessuale è punita dalle leggi di ogni paese civile. Immagino sia possibile prendere in considerazione anche una eventuale violazione del Title IX [link ->], visto appunto la presenza di una scuola pubblica. In quel college lo sport è diviso per sessi, così come le lezioni normali. La dottrina dei santi padri mira a creare “buoni cittadini, sottomessi alle leggi di Gesù Cristo” e a stabilire che in casa e fuori comanda l’uomo sulla donna. Da un punto di vista morale, la posizione talebana del college è quanto di più alieno ci possa essere rispetto ai canoni etici dello sport, che si basano sulla libertà per ognuno di provare, di dimostrare le proprie capacità - indipendentemente da sesso, razza o credo. Solo dopo la prova pratica si possono stabilire gerarchie, che comunque non sono immutabili ma sempre aggiornate in base ai nuovi tentativi, alle nuove prove. L’idea che una donna non possa avere autorità sugli uomini è poi particolarmente ridicola se propugnata da un college che prende il nome dalla madre per eccellenza…

Fonte: KansasCity.com [link ->] e Topeka Capital-Journal [link ->]

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Fino ad allora

Feb 4, 2008

Da qualche giorno una nuova pubblicità mostra calciatori famosi al soldo di una nota azienda che produce abbigliamento sportivo. La particolarità di questa campagna sta nell’aver trasformato i calciatori in esseri bionici: metà umani e metà, le gambe, robotici [link ->]. Il fulcro del messaggio pubblicitario è la trasformazione dell’atleta in essere tecnologicamente modificato adattato per compiere gesti specifici. I punti discutibili sono appunto la esagerata specificità a cui verrebbe costretto l’individuo così modificato, e la sportività di tale modifica. Punto primo: se a Pinco Pallino, famoso calciatore, vengono asportate le gambe che ha dalla nascita e impiantate quelle meccaniche, avrà un vantaggio sul campo in termini di resistenza, potenza e stabilità. Ma queste gambe sono piuttosto ingombranti, difficili da gestire (sul sito indicato poco fa ci sono anche prodotti che andranno utilizzati con queste estremità, come lubrificanti e solette speciali) e meno polivalenti delle gambe normali. Non riesco a immaginare, per esempio, un androide con tali appendici che si arrampica su un albero. Può solo fare ciò per cui quegli attrezzi sono stati progettati. Una vita piuttosto grama, a ben pensarci: che noia, soprattutto una volta finita la carriera sportiva quando non ci si può “riciclare” in altri impegni.

Il secondo punto è la liceità da un punto di vista sportivo di un simile vantaggio. Diventa doping? Si tratta di un vantaggio illecito? Dipende. Nell’articolo che ho segnalato qualche giorno fa [link interno ->] appuntavo che oggi le tecnologie sportive non sono da considerare vero doping, come quello farmacologico per esempio, perché la tecnica per lo sport (scarpe, abbigliamento, attrezzi per allenarsi) non è un mezzo per superare un limite “artificialmente”, ma un mezzo per sviluppare capacità già presenti: la tecnica viene dopo il miglioramento delle potenzialità dell’atleta, e serve solo per farle venire fuori. Ma le gambe della pubblicità in questione non sono un mezzo per sviluppare capacità già presenti, bensì un cambiamento radicale che genera un rapporto nuovo tra l’atleta e lo sport: a “comandare” non è più il campione che vuole sfidarsi, ma la brama di vittoria, l’ambizione smodata, tanta da rinunciare a un pezzo considerevole di se stessi per ottenere - cosa? Una coppa? Soldi?

Questa non è sportività; è stupidità.

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